Introduzione
Ricevere un’intimazione di pagamento prima del pignoramento è un evento critico che ogni debitore o contribuente dovrebbe affrontare con la massima attenzione e tempestività. Si tratta di quell’atto formale con cui l’Agente della Riscossione (oggi Agenzia delle Entrate-Riscossione, ex Equitalia) ordina al debitore di pagare entro 5 giorni un importo dovuto, avvertendo che in mancanza si procederà all’esecuzione forzata (pignoramenti di conto corrente, stipendio, pensione, auto, immobili ecc.) . In altre parole, è l’ultima chiamata: “o paghi, o procediamo con il pignoramento”. L’intimazione di pagamento precede la fase di espropriazione forzata e segnala che il rischio di subire atti esecutivi è ormai imminente . Per il destinatario, dunque, i rischi sono altissimi: ignorare o sottovalutare l’intimazione può portare nel giro di pochi giorni al blocco dei conti bancari, al fermo amministrativo dei veicoli, all’iscrizione di ipoteche sugli immobili e ad altre azioni aggressive del creditore pubblico.
Proprio per questo, è fondamentale evitare errori comuni dettati dalla paura o dalla disinformazione. Uno degli sbagli più gravi è pensare che l’intimazione sia un semplice sollecito senza conseguenze immediate: al contrario, dopo 5 giorni dalla notifica l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può legittimamente dare il via ai pignoramenti senza ulteriori avvisi. Un altro errore frequente è confidare in soluzioni “fai da te” o procrastinare, sperando magari in future sanatorie fiscali: ogni giorno perso può significare perdere diritti o vedere restringersi le opzioni di difesa. Il tema è urgente anche perché la legge prevede termini stringenti per reagire (ad esempio, 60 giorni per presentare ricorso) e perché alcune strategie (come chiedere una rateizzazione o aderire a una definizione agevolata) richiedono di attivarsi prontamente.
Quali soluzioni legali ha a disposizione un debitore di fronte a un’intimazione di pagamento? In questa guida esamineremo in modo dettagliato e aggiornato tutte le principali difese e strategie per proteggere il patrimonio del contribuente. Anticipiamo già che esistono diversi strumenti efficaci: si può impugnare l’atto per far valere vizi di notifica, prescrizione del debito o altre irregolarità; si può chiedere la sospensione immediata delle procedure esecutive rivolgendosi al giudice; è possibile avviare trattative o richiedere piani di rientro (rateizzazioni) per diluire l’esborso ed evitare il pignoramento; infine, si può valutare l’adesione a procedure agevolate o concorsuali (come la rottamazione delle cartelle o i piani di sovraindebitamento) che permettono di ridurre o cancellare i debiti. Ognuna di queste soluzioni va scelta e calibrata in base al caso concreto, ed è qui che diventa decisivo farsi assistere da un professionista esperto.
Desideriamo infatti presentarti l’esperienza e le competenze dell’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e del suo staff multidisciplinare di avvocati tributaristi, civilisti e dottori commercialisti. L’Avv. Monardo – cassazionista abilitato alle giurisdizioni superiori – vanta una lunga carriera nel diritto bancario e tributario e coordina un network di professionisti esperti a livello nazionale in materia di riscossione coattiva, procedure esecutive e crisi da debiti. Oltre alla pratica forense, ha qualifiche specialistiche riconosciute: è Gestore della Crisi da Sovraindebitamento (Legge 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia e svolge il ruolo di professionista fiduciario presso un Organismo di Composizione della Crisi (OCC); inoltre è Esperto Negoziatore della Crisi d’Impresa ai sensi del D.L. 118/2021, figura introdotta per assistere imprenditori in difficoltà nella ristrutturazione dei debiti aziendali. In parole semplici, l’Avv. Monardo e il suo team possiedono una visione a 360 gradi sulle problematiche del debitore, dal contenzioso tributario alle soluzioni concordate di abbattimento del debito.
Come può aiutarti concretamente l’Avvocato Monardo? Innanzitutto offrendo un’analisi personalizzata dell’atto ricevuto: verificando ad esempio se la cartella sottostante è stata notificata correttamente, se i termini di legge sono stati rispettati, se il debito è prescrivibile o se ci sono irregolarità formali. Identificati gli eventuali profili di illegittimità, l’Avvocato proporrà le azioni più efficaci: ad esempio presentare ricorso presso la Corte di Giustizia Tributaria (ex Commissione Tributaria) o presso il Tribunale competente, chiedendo al giudice sia l’annullamento dell’intimazione sia la sospensione immediata di ogni pignoramento in corso. Parallelamente, il suo staff potrà attivarsi per bloccare temporaneamente la riscossione anche in via amministrativa (con istanze di sospensione all’Agenzia Riscossione) e per negoziare con l’ente riscossore soluzioni meno gravose – come un piano di rateizzazione del debito – evitando così che si arrivi al pignoramento. Se il tuo indebitamento risulta insostenibile, lo studio è in grado di assisterti in procedure straordinarie come il Piano del Consumatore o l’Accordo di ristrutturazione dei debiti, che permettono di rientrare dai debiti in modo sostenibile o persino ottenere l’esdebitazione (cancellazione dei debiti residui) con l’intervento del giudice. Ogni strategia viene studiata con taglio pratico e orientato al risultato: l’obiettivo è tutelare immediatamente il patrimonio del cliente (impedendo fermi, ipoteche e azioni esecutive) e, nel medio-lungo periodo, ridurre l’esposizione debitoria nei limiti consentiti dalla legge.
Ricorda: un’intimazione di pagamento non è la fine ma un campanello d’allarme da sfruttare a tuo vantaggio, attivandoti subito. Con il supporto qualificato dell’Avv. Monardo e del suo team, potrai valutare tutte le opzioni e difenderti in modo efficace, trasformando una situazione di emergenza in un percorso verso la soluzione del debito.
📩 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una valutazione legale personalizzata e immediata sulla tua intimazione di pagamento. Agire tempestivamente, con l’assistenza di uno specialista della difesa del debitore, può fare la differenza tra subire passivamente un pignoramento e riconquistare la serenità economica attraverso gli strumenti legali giusti.
Contesto normativo e giurisprudenziale sull’intimazione di pagamento
Per comprendere come difendersi, partiamo dalle basi normative: cos’è esattamente un’intimazione di pagamento e cosa prevede la legge in merito. L’istituto è disciplinato principalmente dall’art. 50 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, il testo unico che regola la riscossione delle imposte sul reddito. Il comma 2 dell’art. 50 DPR 602/1973 stabilisce che “l’espropriazione forzata, se non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella di pagamento, deve essere preceduta dalla notifica di un avviso che contiene l’intimazione ad adempiere l’obbligo risultante dal ruolo entro cinque giorni dalla data della predetta notifica” . In sostanza, quando l’Agente della Riscossione intende procedere con un pignoramento ma è passato più di un anno da quando aveva notificato la cartella esattoriale (o altro atto esecutivo come un avviso di addebito INPS), la legge lo obbliga a inviare prima un “avviso di intimazione” che dia al debitore un ultimo termine di 5 giorni per pagare spontaneamente il dovuto . Solo trascorsi quei 5 giorni senza pagamento, si potrà legittimamente iniziare l’esecuzione forzata. Se invece il pignoramento inizia entro un anno dalla cartella, l’intimazione non è necessaria (perché la cartella stessa vale come preavviso, essendo un titolo esecutivo già notificato).
In pratica, dunque, l’avviso di intimazione (altro nome dell’intimazione di pagamento) segue sempre la notifica di una o più cartelle esattoriali o altri atti impositivi e prelude all’azione esecutiva . È bene chiarire che l’intimazione non è un nuovo atto che crea il debito: essa si limita a richiamare debiti già accertati e iscritti a ruolo (derivanti da cartelle, avvisi di accertamento, avvisi di addebito, ingiunzioni fiscali, ecc.) e a sollecitarne il pagamento immediato. Nell’intimazione infatti sono elencati i riferimenti delle cartelle/atti cui si riferisce e l’importo totale dovuto, comprensivo di eventuali aggi, interessi di mora e spese di notifica. Dal punto di vista giuridico, possiamo dire che l’intimazione di pagamento svolge una funzione analoga all’atto di precetto previsto nel processo civile: un ultimatum di pagamento prima di procedere al pignoramento. Tuttavia, mentre il precetto (ex art. 480 c.p.c.) è utilizzato dai creditori privati, l’intimazione di cui parliamo è propria della riscossione esattoriale (ossia dei crediti pubblici tributari o previdenziali).
Un aspetto normativo evolutivo importante da evidenziare riguarda la durata dell’efficacia dell’intimazione di pagamento. Fino a qualche anno fa la prassi e parte della dottrina ritenevano che l’intimazione “scadesse” dopo 180 giorni se in tale lasso di tempo il pignoramento non fosse iniziato. Questa convinzione si basava sul testo originario dell’art. 50 DPR 602/1973 e su analogie con la durata della cartella. Attenzione: tale indicazione oggi non è più valida. A seguito di una riforma normativa nel 2020, il termine di efficacia dell’intimazione è stato esteso da 180 giorni a 12 mesi. In particolare, dal settembre 2020 (Decreto Legge n. 34/2019 convertito con modificazioni, o normativa correlata emergenziale Covid) l’art. 50 è stato modificato prevedendo che l’intimazione conserva validità per un anno dalla notifica . Ciò significa che, se entro l’anno successivo alla notifica dell’intimazione l’Agente della Riscossione non avvia alcun pignoramento, dovrà notificare una nuova intimazione prima di procedere all’esecuzione forzata . In altre parole, l’intimazione “scade” dopo 12 mesi: trascorso questo periodo senza azioni esecutive, l’atto perde efficacia e un eventuale pignoramento basato su di esso potrà essere contestato dal debitore per violazione dell’art. 50 DPR 602/73. È quindi falso il “mito” dei 180 giorni che ancora circola in rete : oggi la finestra temporale concessa al fisco è raddoppiata. Naturalmente, questo non significa che l’Agenzia aspetterà un anno per pignorare: anzi, spesso l’azione esecutiva segue di poche settimane o mesi l’intimazione, a meno che intervengano provvedimenti di sospensione o nuove disposizioni (ad esempio, moratorie straordinarie come quelle avvenute durante la pandemia). Il punto chiave resta che non basta far passare 6 mesi per sentirsi “salvi” dall’intimazione – occorre piuttosto reagire attivamente.
Dal punto di vista giurisprudenziale, l’intimazione di pagamento è stata oggetto di importanti chiarimenti da parte della Corte di Cassazione, soprattutto riguardo alla sua impugnabilità e agli effetti prodotti se non viene contestata. Bisogna sapere che nel sistema del processo tributario esiste un elenco tassativo di atti impugnabili dal contribuente (art. 19, D.Lgs. 546/1992): tra questi, alla lettera e), figura l’“avviso di mora”. L’“avviso di mora” era, nel gergo precedente, l’atto con cui il concessionario intimava il pagamento dopo la cartella decorso un certo termine – un atto sostanzialmente equivalente all’odierna intimazione ex art. 50 DPR 602. Ne è derivato un dibattito: l’intimazione prevista dall’art. 50 va considerata un atto tipico impugnabile autonomamente (come l’avviso di mora) oppure no? In passato alcune sentenze avevano sostenuto che l’intimazione non comparendo espressamente nell’elenco dell’art. 19, fosse impugnabile solo in via facoltativa, ossia che il contribuente potesse anche ignorarla e aspettare eventualmente di contestare il pignoramento successivo. Questo orientamento però è stato superato di recente da pronunce più autorevoli e dalle Sezioni Unite. Oggi possiamo affermare con certezza che l’intimazione di pagamento è un atto autonomamente impugnabile e anzi deve essere impugnato obbligatoriamente se il contribuente intende far valere vizi relativi alla pretesa tributaria. In caso contrario, il debito si consolida. Lo ha sancito la Cassazione Sez. Trib. con sentenza n. 6436 dell’11 marzo 2025, affermando il seguente principio di diritto: “In tema di contenzioso tributario, l’intimazione di pagamento di cui all’art. 50 DPR 29 settembre 1973 n. 602, in quanto equiparabile all’avviso di mora di cui al precedente art. 46, è impugnabile autonomamente ai sensi dell’art. 19, comma 1, lett. e) del D.Lgs. 546/1992, sicché la sua impugnazione non è meramente facoltativa, ma necessaria, pena la cristallizzazione dell’obbligazione” . In applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha ribadito che se il contribuente non ricorre contro l’intimazione, non potrà poi, in sede di eventuale impugnazione del successivo atto di pignoramento, far valere eccezioni ormai precluse (come la prescrizione del credito maturata prima della notifica dell’intimazione stessa) . In altri termini, l’intimazione costituisce per il contribuente l’ultima occasione per contestare il debito: se la si lascia passare senza agire, qualsiasi vizio degli atti precedenti rimane sanato e il debito diventa definitivo.
Questo indirizzo interpretativo ha ottenuto l’avallo delle Sezioni Unite della Cassazione. Con la sentenza Cass. Sez. Un. n. 26817 del 16 ottobre 2024, la Corte Suprema a sezioni riunite (massima autorevolezza) ha richiamato un proprio precedente e chiarito la natura dell’intimazione di pagamento, definendola un atto che “precede l’esecuzione, potendo essere assimilato, al di là dell’influente differenza di denominazione, all’avviso previsto dall’art. 50, comma 2, del DPR 602/1973… avviso comunemente denominato avviso di mora, la cui impugnabilità innanzi alle commissioni tributarie è esplicitamente prevista dall’art. 19, comma 1, del D.Lgs. 546/1992” . Le Sezioni Unite quindi confermano che conta la funzione dell’atto (invitare al pagamento prima dell’esecuzione) e non il nome: l’intimazione ex art. 50 svolge la stessa funzione di un avviso di mora e come tale va considerato un atto tipico impugnabile. Di conseguenza, oggi la giurisprudenza unanime insegna che se ricevi l’intimazione devi impugnarla tempestivamente se vuoi contestare il merito della pretesa; altrimenti “il relativo credito si consolida e non possono essere fatte valere le vicende estintive anteriori alla sua notifica” (Cass. 2024 n. 22108) . Questa posizione ha smentito il precedente isolato (Cass. n. 16743/2024) che sosteneva il contrario, ossia che l’intimazione non essendo nominata dall’art. 19 fosse impugnabile facoltativamente e che si potessero attendere gli atti successivi . Oggi prevale la tutela del contribuente “diligente”: chi dorme sui propri diritti, lasciando decorrere i termini sull’intimazione, non potrà più risvegliarsi al pignoramento per contestare aspetti che poteva già far valere prima. Conclusione pratica? All’arrivo di un’intimazione occorre valutare subito con un legale se impugnarla, senza aspettare l’eventuale pignoramento.
Sempre sul piano normativo, è utile sapere che non tutte le azioni del Fisco richiedono l’intimazione. Ad esempio, l’iscrizione di un’ipoteca esattoriale su un immobile o il fermo amministrativo di un veicolo (che sono misure cautelari, non esecutive in senso stretto) non devono essere preceduti da intimazione, nemmeno se la cartella è stata notificata da oltre un anno. La Cassazione ha chiarito infatti che l’avviso di intimazione è obbligatorio soltanto prima dell’espropriazione forzata, mentre l’ipoteca e il fermo sono atti a tutela del credito che possono scattare anche senza questo preavviso specifico . In particolare, la Suprema Corte ha osservato che l’art. 77 DPR 602/1973 (in materia di ipoteca) richiama solo il comma 1 dell’art. 50 e non il comma 2, e dispone che “prima di procedere all’esecuzione, il concessionario deve iscrivere ipoteca” . Ciò significa che l’ipoteca precede l’esecuzione e ne è alternativa: non è considerata un atto dell’espropriazione forzata vera e propria, bensì un atto conservativo. Pertanto, secondo la Cassazione (confermata anche da sentenza delle Sezioni Unite n. 19668/2014), il concessionario può iscrivere ipoteca o disporre il fermo amministrativo senza notificare alcuna intimazione ad adempiere, anche se è trascorso oltre un anno dalla cartella . Questo dettaglio è fondamentale per evitare equivoci: se ricevi per esempio direttamente un preavviso di ipoteca, non puoi eccepire la mancata intimazione come motivo di nullità dell’ipoteca stessa (diverso è invece il caso di un pignoramento iniziato dopo oltre un anno dalla cartella senza intimazione: in quel caso sì che l’azione esecutiva sarebbe irregolare e potenzialmente annullabile). In sintesi: intimazione obbligatoria per pignoramenti tardivi, non obbligatoria per fermi e ipoteche.
Riassumendo il quadro normativo-giurisprudenziale: l’intimazione di pagamento è un passaggio chiave imposto dalla legge per garantire al debitore un ultimo avviso prima del pignoramento (se la cartella è “vecchia” di oltre 12 mesi). Ha efficacia per un anno dalla notifica e deve essere impugnata entro i termini previsti, altrimenti il debito diventa incontrovertibile. La Cassazione più recente conferma la necessità di attivarsi tempestivamente contro l’intimazione per far valere diritti come la prescrizione, evitando di farli decadere . Tenendo presenti queste regole, nei prossimi paragrafi vedremo cosa succede concretamente quando arriva un’intimazione e come difendersi passo dopo passo utilizzando le armi legali a disposizione del contribuente.
Cosa succede dopo la notifica dell’intimazione: procedura e tempi
Vediamo ora in pratica qual è il percorso standard dopo che hai ricevuto un’intimazione di pagamento, quali sono i tempi in gioco e quali diritti puoi esercitare in ogni fase. Immaginiamo lo scenario: un giorno ti viene notificato (via posta raccomandata, PEC o tramite messo notificatore) un atto intitolato “Avviso di intimazione” da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione. Cosa contiene e cosa comporta questo atto?
Innanzitutto, leggiamo l’intimazione. In genere, nelle prime righe trovi una formula del tipo: “Si intima il pagamento delle somme di seguito indicate, entro cinque giorni dalla notifica del presente atto, con l’avvertenza che, in mancanza, si procederà ad esecuzione forzata ai sensi dell’art. 50 DPR 602/1973”. Segue poi l’elenco delle cartelle esattoriali o altri atti a cui l’intimazione si riferisce, ciascuno con numero, data e importo dovuto (capitale, sanzioni, interessi, aggio, spese). In calce, l’atto indica le modalità di pagamento (conto corrente, bollettini allegati, ecc.) e può contenere informazioni sui possibili strumenti di definizione del debito (ad esempio riferimenti alla possibilità di chiedere una rateizzazione). La notifica può avvenire: a mezzo PEC all’indirizzo PEC dell’interessato (per imprese e professionisti è la regola; per i privati se hanno eletto un domicilio digitale), oppure per posta cartacea tramite raccomandata AR, oppure tramite un ufficiale della riscossione/messo che consegna l’atto di persona o lo deposita presso il Comune. È fondamentale verificare la data di notifica (da un timbro postale, dalla ricevuta PEC o dalla relata di notifica) perché da quella decorrono i termini per reagire.
Da quel momento, scatta il conto alla rovescia dei 5 giorni. Entro cinque giorni effettivi (non lavorativi, attenzione: si contano sabati e domeniche, escludendo solo il giorno di notifica) il debitore dovrebbe pagare l’intera somma per evitare conseguenze. Se ad esempio l’intimazione viene notificata il 1° febbraio, il termine scade il 6 febbraio (salvo che il 6 sia festivo, nel qual caso slitta al primo giorno feriale successivo). Trascorsi i 5 giorni senza che il pagamento sia arrivato, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha via libera per iniziare le procedure esecutive o cautelari. In pratica, già dal giorno 6 in poi potrebbero teoricamente partire i pignoramenti. Diciamo “teoricamente” perché difficilmente l’azione è fulminea: spesso l’ente attende qualche giorno o settimana, anche per organizzare l’attività, ma il debitore non può farci affidamento. È successo a molti contribuenti di vedersi bloccare il conto corrente improvvisamente, magari 15 o 20 giorni dopo l’intimazione, perché non credevano che l’azione scattasse davvero così in fretta. Il rischio è reale: il concessionario può procedere a pignoramento presso terzi (ad esempio, blocco del conto in banca o delle somme presso l’Inps se sei pensionato, o presso il datore di lavoro se sei lavoratore dipendente), oppure a pignoramento mobiliare (invio dell’ufficiale giudiziario a casa o in azienda per sequestrare beni) o ancora a pignoramento immobiliare (trascrizione di pignoramento su un immobile di tua proprietà, preludio all’esecuzione immobiliare). Inoltre, come dicevamo, anche provvedimenti cautelari come fermo amministrativo dell’auto o ipoteca possono essere adottati subito dopo i 5 giorni, se non erano già stati presi prima. In particolare, il pignoramento del conto corrente è uno dei primi mezzi a cui la riscossione ricorre, grazie alla procedura semplificata ex art. 72-bis DPR 602/1973 che consente di notificare direttamente alla banca un ordine di blocco delle somme senza passare dal tribunale. Immagina quindi di non poter più disporre dei tuoi soldi in banca da un giorno all’altro: ecco perché l’intimazione va presa sul serio e agire prima dei 5 giorni (o comunque appena possibile) è fondamentale per prevenire danni.
Vediamo i termini e le opzioni dal lato del contribuente. Entro i 5 giorni, la prima opzione è ovviamente pagare il dovuto, se si hanno le risorse e se si riconosce la legittimità della richiesta. Pagando integralmente entro il termine, si evita il pignoramento e la vicenda finisce lì (salvo eventualmente chiedere poi rimborso se si ritiene che il debito non fosse dovuto, ma è un percorso difficile e incerto – meglio chiarire prima). Non tutti però hanno la liquidità per saldare magari decine di migliaia di euro in cinque giorni: anzi, spesso chi riceve un’intimazione è in difficoltà economica. Una alternativa immediata entro i 5 giorni può essere quella di presentare una richiesta di rateizzazione all’Agenzia Entrate-Riscossione. Attenzione: il termine di 5 giorni dell’intimazione è troppo breve perché la richiesta di rate possa essere accolta in tempo utile, ma vale sapere che la legge permette di chiedere la dilazione anche dopo l’intimazione. Se infatti il debitore presenta un’istanza di rateazione prima che inizino atti di pignoramento, l’Agente della Riscossione in genere sospende le procedure in attesa dell’esito. E se la rateizzazione viene poi concessa, pagando la prima rata il contribuente eviterà pignoramenti futuri (finché rispetterà le rate) poiché l’ente di riscossione non può procedere esecutivamente durante un piano di rate attivo. Molti intimati quindi, se non possono pagare subito, corrono ai ripari chiedendo un piano di dilazione (ad esempio 72 rate mensili, cioè 6 anni, se l’importo lo consente). Questa è sicuramente una strada pratica da valutare immediatamente, che affronteremo meglio più avanti.
Parallelamente, dalla data di notifica dell’intimazione decorre anche un altro termine cruciale: quello per presentare ricorso contro l’intimazione. Si tratta, come visto, di un atto impugnabile in via giudiziaria. Il termine per impugnare di norma è di 60 giorni dalla notifica (come per le cartelle), se parliamo di debiti tributari da far valere davanti alla giustizia tributaria. Per le intimazioni relative a contributi previdenziali INPS, multe stradali o altre entrate non tributarie, il termine e la giurisdizione possono differire: ad esempio, per contributi si ricorre al Tribunale (sezione lavoro) entro 40 giorni, per multe al Giudice di Pace entro 30 giorni, ecc. Nella maggior parte dei casi comunque la cornice è quella tributaria con 60 giorni. Questo significa che – se hai motivi validi – puoi fare ricorso contro l’intimazione anche dopo i 5 giorni, purché entro 60 giorni, e chiedere al giudice l’annullamento dell’atto e dei debiti sottostanti. Ma c’è un problema: il ricorso, di per sé, non ferma subito il pignoramento. In altre parole, non basta depositare il ricorso in Commissione Tributaria (oggi rinominata Corte di Giustizia Tributaria) perché l’Agenzia sospenda le azioni: senza un provvedimento esplicito di sospensione, il concessionario può pignorare lo stesso, anche se il contenzioso è pendente. E i tempi dei ricorsi non sono brevi: una sentenza potrebbe arrivare dopo mesi o anni. Ecco perché entro quei primissimi giorni occorre valutare se chiedere anche una misura cautelare. Nel processo tributario esiste la possibilità di presentare, insieme al ricorso, un’istanza di sospensione giudiziale dell’atto impugnato (art. 47 D.Lgs. 546/92). Il contribuente deve però dimostrare sia il fumus boni iuris (cioè che il ricorso ha fondamento, ad esempio provando che il debito è prescritto o già pagato) sia il periculum in mora (il rischio di danno grave e irreparabile se la riscossione prosegue, ad esempio dimostrando che il pignoramento gli bloccherebbe l’attività, etc.). Il giudice tributario, in una camera di consiglio urgente, può accogliere la richiesta e sospendere gli effetti dell’intimazione, congelando di fatto i pignoramenti fino alla decisione di merito. Se concessa, la sospensione viene comunicata all’Agente della Riscossione, che dovrà rispettarla. Tuttavia, ottenere la sospensiva non è scontato: dipende dalla forza delle nostre ragioni e dalla sensibilità del giudice. In ogni caso, se c’è tempo, va tentata per mettere in sicurezza il contribuente nel frattempo.
Ricordiamo anche la possibilità di agire sul fronte amministrativo: entro 60 giorni dalla notifica, il contribuente può presentare all’Agenzia delle Entrate-Riscossione una istanza in autotutela (o “istanza di sospensione della riscossione”) allegando la prova di una causa di illegittimità del debito. Ad esempio: “Ho ricevuto intimazione di cartella X, ma quella cartella l’avevo già pagata; ecco la ricevuta”. Oppure: “La cartella non mi è mai stata notificata, ho scoperto ora il debito; ecco la dichiarazione di nessuna notifica dal mio estratto di ruolo”. In questi casi, la legge (art. 1 commi 537-544 L.228/2012 e succ. mod.) prevede che l’Agente della Riscossione sospenda la riscossione e giri la pratica all’ente creditore per le verifiche. Se entro 220 giorni l’ente che ha iscritto a ruolo (es. Agenzia Entrate, Comune, INPS…) non conferma la legittimità del debito, questo viene annullato di diritto . È uno strumento deflativo per evitare contenziosi quando l’errore è palese. Va da sé che bisogna avere elementi solidi (ricevute di pagamento, sentenze favorevoli, prescrizione evidente) e che l’ente spesso risponde confermando tutto per non perdere il credito; ma se davvero c’è un vizio lampante, questa procedura può annullare il debito senza ricorso, sebbene i tempi (fino a 220 giorni) possano essere problematici quanto a eventuali pignoramenti nel frattempo. In genere, la presentazione di tale istanza porta la riscossione a sospendere temporaneamente le azioni esecutive in attesa di riscontro dall’ente creditore.
Riassumendo la tempistica dopo la notifica di un’intimazione:
- T0 (giorno di notifica): il contribuente riceve l’atto. Da qui:
- T + 5 giorni: termine per il pagamento spontaneo ed evitare esecuzione. In assenza di pagamento, dal 6° giorno l’Agente Riscossione può pignorare.
- T + ~ subito: possibilità di presentare richiesta di rateizzazione. Se presentata prima di atti esecutivi, l’ente solitamente sospende in attesa di esito.
- T + 30/40/60 giorni: termine per proporre ricorso giudiziale contro l’intimazione (variabile a seconda della natura del debito e dell’autorità competente, ma nella maggior parte dei casi 60 gg per tributi).
- Contestualmente al ricorso o subito dopo: possibilità di chiedere sospensione giudiziale dell’atto (il giudice decide in ~20-30 giorni dall’istanza, tipicamente).
- Entro 60 gg: possibilità di presentare istanza di sospensione in autotutela all’Agente Riscossione indicando vizi (con gelata delle azioni finché l’ente creditore risponde, max 220 gg).
- T + 1 anno: termine di efficacia dell’intimazione. Se entro 12 mesi non è iniziato alcun pignoramento, l’intimazione non vale più e per pignorare l’ente dovrà notificarne una nuova .
Ne deriva che il contribuente deve muoversi su più fronti simultaneamente: nell’immediato, cercare di congelare la situazione (con pagamento, rate o sospensione) e in parallelo impostare la difesa di merito (ricorso, eccezioni, ecc.). Nei prossimi paragrafi vedremo nel dettaglio come articolare queste difese e quali strategie risultano più efficaci, tenendo presente la cronologia sopra descritta.
Prima di procedere, può essere utile uno schema riassuntivo delle caratteristiche dell’intimazione rispetto agli altri atti della riscossione:
| Atto | Quando viene notificato | Termine per pagare | Termine per ricorrere | Validità dell’atto |
|---|---|---|---|---|
| Cartella di pagamento | A seguito di accertamenti o ruoli esecutivi. Primo atto di riscossione esattoriale. | 60 giorni (salvo sospensioni di legge) | 60 giorni (giudice tributario o competente) | 1 anno per avviare esecuzione (poi serve intimazione) |
| Intimazione di pagamento | Se è trascorso >1 anno dalla cartella senza esecuzione iniziata. Ultimo sollecito prima del pignoramento. | 5 giorni (dalla notifica) | 60 giorni (in genere giudice tributario) | 1 anno (se niente pignoramento entro 12 mesi, va rinnovata) |
| Pignoramento | Dopo cartella (e intimazione se >1 anno) non pagata. Inizia l’esecuzione forzata. | – (esecuzione immediata, no altri termini) | Entro 20 giorni opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c. (se vizi formali) o opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. (per eccepire es: mancata intimazione, prescrizione se non dedotta prima) | – (conclude la fase amministrativa, segue fase giudiziaria esecutiva) |
Nota: altri atti come Preavviso di fermo o Preavviso di ipoteca possono precedere il fermo o l’iscrizione ipotecaria, ma non sempre sono obbligatori per legge (spesso previsti da norme interne per informare il debitore). In ogni caso, come detto, fermo e ipoteca non richiedono intimazione neppure oltre l’anno . Inoltre, la Comunicazione di presa in carico (ex art. 50, comma 1, DPR 602/73) è un avviso che l’Agente della Riscossione invia con la cartella o successivamente per segnalare la presa in carico del ruolo, ma non sostituisce né elimina la necessità dell’intimazione quando prevista.
Difese e strategie legali: come impugnare o bloccare l’intimazione
Passiamo ora al cuore della nostra guida: come difendersi attivamente da un’intimazione di pagamento e prevenire il pignoramento. Le strategie legali a disposizione del debitore si possono suddividere in due macro-categorie: 1. Difese “di merito” o oppositive, volte a contestare la legittimità dell’intimazione e dei debiti in essa contenuti, allo scopo di farli annullare (in tutto o in parte) da un giudice. 2. Difese “dilatorie” o dilatorie/negoziali, volte a guadagnare tempo o risolvere il debito in modo sostenibile, senza contestarne (necessariamente) la fondatezza, ma evitando l’esecuzione forzata (es. chiedendo rateizzazioni, sospensioni, transazioni).
Un approccio completo spesso combina elementi di entrambe: ad esempio, presentare un ricorso per eccepire vizi dell’intimazione e contemporaneamente attivare una procedura di rateizzazione o una richiesta di definizione agevolata. Vediamo nel dettaglio le principali armi di difesa.
1. Impugnazione giudiziale dell’intimazione (ricorso)
Come già sottolineato, l’intimazione di pagamento è un atto impugnabile davanti all’autorità giudiziaria competente. Presentare ricorso significa avviare un procedimento per far dichiarare nulla o annullare l’intimazione e, di riflesso, i debiti in essa indicati (laddove fondati su vizi di legittimità). Il ricorso va redatto e presentato da un avvocato specializzato in materia tributaria/esattoriale, poiché richiede conoscenze specifiche sia procedurali sia di diritto sostanziale tributario.
Dove e come si ricorre? Dipende dalla natura del debito sotteso: – Per tributi erariali o locali (es: IRPEF, IVA, bollo auto, IMU, ecc.) e per le sanzioni amministrative iscritte a ruolo (ad esempio multe stradali passate per riscossione coattiva), la giurisdizione è quella tributaria. Si propone un ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado (nuova denominazione delle ex Commissioni Tributarie Provinciali) competente per territorio. Il termine è 60 giorni dalla notifica. – Per contributi previdenziali INPS (richiesti tramite avvisi di addebito o cartelle), la giurisdizione è quella ordinaria. Si propone un’opposizione al Tribunale ordinario – sezione Lavoro – entro 40 giorni dalla notifica (in questo caso l’intimazione si configura come atto dell’esecuzione forzata previdenziale, da trattare come opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.). – Per altre categorie particolari (es. dazi doganali), vi sono ulteriori specificità, ma rappresentano casi meno comuni.
Nel dubbio, l’avvocato saprà individuare il giudice giusto. Errata individuazione del giudice o ritardo nella presentazione del ricorso comportano inammissibilità del ricorso stesso, quindi massima attenzione.
Quali motivi di ricorso si possono far valere contro un’intimazione di pagamento? Eccone alcuni tra i più frequenti ed efficaci, dal punto di vista del debitore:
- Mancata notifica della cartella o dell’atto presupposto: è forse la difesa più comune. Se la cartella esattoriale (o l’avviso di accertamento esecutivo, o l’avviso di addebito INPS) a cui l’intimazione si riferisce non ti è mai stata notificata regolarmente, l’intimazione risulta illegittima. Questo perché viene meno il presupposto stesso: l’art. 50 DPR 602/73 parla di intimazione successiva a una cartella validamente notificata. Se tu non hai mai ricevuto la cartella, l’intimazione ti mette a conoscenza del debito per la prima volta: in tal caso, la giurisprudenza ritiene che tu possa contestare la cartella “a monte” proprio impugnando l’intimazione e deducendo la nullità della notifica originaria . Spesso accade per cartelle notificate via PEC a indirizzi errati, o tramite posta con vizi di notifica (mancato invio della raccomandata informativa, irreperibilità non assoluta mal gestita, ecc.). Se il giudice accerta che la notifica della cartella era viziata, annullerà l’intimazione e, in molti casi, dichiarerà inesistente il debito (o comunque annullati sia l’intimazione che l’atto sottostante).
- Prescrizione del debito: ogni tipologia di credito ha un termine di prescrizione oltre il quale non può più essere preteso. Molti debiti fiscali e contributivi hanno prescrizioni di 5 anni (es: contributi INPS non derivanti da sentenza, sanzioni amministrative, tributi locali) oppure 10 anni (tributi erariali derivanti da accertamento divenuto definitivo, specie dopo sentenza passata in giudicato ). Se dall’ultimo atto interruttivo valido (che può essere la notifica di una cartella, di un sollecito o intimazione precedente, di un pagamento parziale, ecc.) sono trascorsi più anni del termine di legge, il credito è prescritto. L’intimazione, per giurisprudenza costante, è atto idoneo ad interrompere la prescrizione , in quanto costituisce una formale richiesta di pagamento (equiparata a una costituzione in mora); ma è chiaro che se prima dell’intimazione il termine era già decorso, il diritto di credito non poteva più essere esercitato. Ad esempio, supponiamo una cartella per contributi INPS notificata nel 2015 e poi più nulla: se nel 2023 arriva un’intimazione per quella cartella, la pretesa potrebbe essere prescritta (5 anni per contributi) e andrà eccepito. La Cassazione ha però stabilito che l’eccezione di prescrizione deve essere sollevata impugnando l’intimazione, altrimenti la prescrizione viene “congelata” da quell’atto . In giudizio, quindi, si chiederà l’annullamento dell’intimazione e dei ruoli per intervenuta prescrizione del credito. È fondamentale avere un conteggio preciso dei termini e provare l’assenza di atti interruttivi validi in mezzo (il che spesso implica ottenere dall’Agente della Riscossione l’estratto di ruolo, cioè l’elenco storico di tutti gli atti emessi a tuo carico, per verificare notifiche e date).
- Decadenza della notifica della cartella o dell’accertamento: diverso dalla prescrizione (che estingue il diritto per inattività prolungata) è il concetto di decadenza, cioè il mancato compimento di un atto entro un termine perentorio previsto da legge. Ad esempio, la legge impone che le cartelle per imposte derivanti da dichiarazione dei redditi vadano notificate entro una certa data (di norma entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, per i ruoli formati dal 2022 in poi). Se l’ente impositore ha decaduto dal potere di notificare la cartella, il debito non è più riscuotibile. Analogamente, se un avviso di accertamento doveva essere notificato entro un termine decadenziale (ad es. entro il 31/12 del quinto anno successivo) e non l’ha fatto, l’atto è nullo. Questi vizi però spesso non emergono dall’intimazione stessa, richiedono un’analisi tecnica: il legale controlla le date e le norme di decadenza per capire se la pretesa era “nata scaduta”. Se sì, lo si eccepisce in giudizio, ottenendo l’annullamento dei ruoli per decadenza.
- Vizi formali dell’intimazione: sebbene l’intimazione sia un atto abbastanza semplice, può presentare dei difetti formali che ne inficiando la validità. Ad esempio, potrebbe non indicare chiaramente quali cartelle sono intimante (mancanza di estremi identificativi), oppure riportare importi diversi da quelli delle cartelle originarie senza spiegazione, oppure ancora non recare la firma digitale valida nel caso di PEC. Alcune Commissioni Tributarie hanno annullato intimazioni per difetto di motivazione, laddove l’atto non consentiva al contribuente di capire l’origine del debito. La regola generale negli atti amministrativi è che vadano motivati in modo sufficiente: se l’intimazione si limitasse a intimare un importo totale senza dettaglio, potrebbe violare la legge 212/2000 (Statuto del Contribuente) e la L.241/1990 sulla trasparenza. Tuttavia, di solito l’Agente della Riscossione riporta almeno il numero delle cartelle e la data, quindi questa è un’eccezione meno frequente.
- Avvenuto pagamento o sgravio: può capitare che l’intimazione elenchi cartelle che in realtà erano già state pagate, totalmente o in parte. Oppure cartelle per le quali successivamente l’ente creditore ha emesso un provvedimento di sgravio (annullamento) magari a seguito di un ricorso vinto o di una definizione agevolata. Se hai le prove che il debito intimato non è più dovuto (perché hai pagato in passato, o hai aderito a una rottamazione antecedente, o hai ottenuto un annullamento), puoi impugnare l’intimazione eccependo la “sopravvenuta inefficacia” dei ruoli. In giudizio si produrranno le ricevute di pagamento, o il provvedimento di sgravio dell’ente, chiedendo l’annullamento dell’intimazione per inesistenza del credito. Spesso però, prima di ricorrere, in questi casi conviene attivare la procedura di autotutela: molte volte, se documenti il pagamento già effettuato, la stessa Agenzia delle Riscossione riconosce l’errore e sospende/annulla il carico senza necessità di giudice (come previsto dalla normativa citata sui 220 giorni). Comunque, la via giudiziale resta un paracadute se l’agente non collabora.
- Vizio di notifica dell’intimazione stessa: anche l’intimazione, come ogni atto, deve essere notificata correttamente. Se la notifica dell’intimazione è irregolare (es. inviata ad un indirizzo sbagliato, o a mezzo PEC ma all’indirizzo di una PEC non valida, o consegnata a persona non legittimata, ecc.), si può far valere anche questo nel ricorso. Attenzione però: il vizio di notifica dell’intimazione può essere “sanato” dalla costituzione in giudizio se fai ricorso (in pratica, se l’hai saputo e ricorri, diventa inutile eccepire quel vizio perché ormai l’atto ha raggiunto lo scopo). Lo si può però usare strumentalmente per chiedere sospensione, oppure se il vizio comporta inesistenza magari no… è un tema tecnico. In generale, meglio concentrarsi sui vizi sostanziali.
- Cumulo illegittimo di importi/accessori: qualche volta si può contestare come l’agente ha calcolato interessi o aggi, ma è raro che il giudice entri nel merito dei conteggi a meno che non siano clamorosamente errati o duplicati.
- Mancanza dell’intimazione quando dovuta: questo motivo non si fa valere impugnando l’intimazione (perché se te l’hanno notificata, la mancanza non c’è), ma può essere usato se magari l’agente ha pignorato senza intimare e doveva. In tal caso si fa opposizione al pignoramento per omessa intimazione (ne parleremo a breve). Lo citiamo qui per completezza: se scopri che l’agente ha avviato un’esecuzione dopo un anno dalla cartella senza inviarti intimazione, quell’esecuzione è contestabile per legge.
Oltre ai motivi, due parole sull’esito del ricorso: se il giudice accoglie anche solo uno dei motivi sopra, annulla l’intimazione. La sentenza farà cessare gli effetti dell’atto impugnato e, se riguarda vizi inerenti ai debiti, annullerà anche quelli (il giudice tributario di norma annulla il ruolo e la cartella sottostante per i motivi riscontrati). In tal caso, l’Agente della Riscossione non potrà più procedere al pignoramento per quelle somme. Invece, se il ricorso viene rigettato, l’intimazione resta valida e l’esecuzione potrà andare avanti; anzi, la pendenza del giudizio non impedirà eventuali azioni nel frattempo se non hai ottenuto una sospensione.
Un aspetto particolare: l’opposizione al pignoramento. Cosa succede se, pur avendo magari validi motivi, non hai impugnato l’intimazione in tempo e ti ritrovi direttamente col pignoramento (ad esempio ti accorgi del problema solo quando ti bloccano il conto)? In teoria, potresti fare opposizione al pignoramento davanti al giudice dell’esecuzione, ma la Cassazione – come detto – ha chiarito che se non hai impugnato l’intimazione, ti sono precluse molte eccezioni . Potrai far valere solo vizi propri del pignoramento (es: pignoramento eseguito senza attendere 5 giorni dall’intimazione, oppure per somme diverse, o altri errori procedurali) oppure la mancata intimazione se era dovuta. Ad esempio: ti pignorano il conto, scopri che l’ultima cartella era stata notificata 3 anni fa e non hai mai ricevuto intimazione = il pignoramento è nullo perché manca l’atto presupposto. In tal caso, l’opposizione ex art. 615 c.p.c. sarebbe fondata e il giudice dell’esecuzione annullerebbe il pignoramento. Ma se l’intimazione c’è stata e tu l’hai ignorata, quell’opposizione difficilmente potrà entrare nel merito (non potrai dire “la cartella era nulla” o “il debito prescritto” perché dovevi dirlo prima). Quindi attenzione: non conviene saltare la fase del ricorso, sperando poi di opporsi al pignoramento, perché la legge e i giudici chiudono questa porta, se non per casi specifici.
Va inoltre ricordato che in parallelo al ricorso tributario è possibile, se ne esistono i presupposti, anche percorrere la via del reclamo/mediazione tributaria (per importi fino a €50.000) oppure della conciliazione giudiziale per trovare un accordo con l’ente impositore su una riduzione del dovuto, evitando il protrarsi del contenzioso. Ciò però è relativamente raro nelle intimazioni, perché l’Agente Riscossione di per sé non ha potere di transigere l’importo (se il debito è certo ed esigibile) se non attraverso gli strumenti legislativi di definizione agevolata di cui diremo dopo.
2. Sospendere il pignoramento: soluzioni urgenti
Impugnare l’intimazione è fondamentale per contestare il debito, ma come evidenziato non basta a bloccare subito le azioni esecutive. Occorre dunque affiancare al ricorso anche iniziative per congelare sul nascere il pignoramento. Vediamo quali sono le principali:
- Istanza di sospensione al giudice (sospensiva): come già accennato, presentando ricorso in Commissione Tributaria puoi chiedere che venga sospesa l’esecuzione dell’atto impugnato. Se il giudice concede la sospensiva, l’Agente Riscossione non potrà procedere a pignorare fino alla decisione finale del ricorso (e spesso le sospensioni vengono rinnovate fino a sentenza definitiva in Cassazione, in caso di appello, se il giudizio appare fondato). La sospensiva si ottiene con un provvedimento motivato del giudice, in tempi relativamente rapidi (1-2 mesi). È lo strumento più potente perché vincola legalmente il concessionario a fermarsi. Tuttavia, come detto, va motivata bene. Un avvocato specializzato sa enfatizzare gli elementi giusti (ad esempio: dimostrare che la notifica della cartella fu nulla con documenti, e spiegare che il pignoramento causerebbe un danno grave come il blocco di stipendi dei dipendenti, ecc.). Se la sospensione è negata in primo grado, nulla vieta di riproporla eventualmente in appello se la causa prosegue, ma intanto bisogna gestire il rischio esecutivo.
- Istanza di sospensione in autotutela all’Agenzia Entrate-Riscossione: parallelamente, nulla vieta di chiedere all’Agente della Riscossione di sospendere le azioni esecutive presentando un’istanza motivata (oltre a quella formale ex L.228/2012 di cui si diceva, che obbliga se c’è prova documentale). Ad esempio, puoi scrivere evidenziando che hai presentato ricorso e magari allegando la ricevuta di deposito, dicendo: “Chiedo la sospensione in via di autotutela delle attività di recupero in attesa della decisione del ricorso, ai sensi dell’art. 3 dello Statuto del Contribuente, per evitare danni gravi…”. L’Agente non è tenuto a concederla, ma a volte può – specie se percepisce un concreto rischio di soccombenza in giudizio – decidere di attendere l’esito. Questa è un’azione a costo zero che il tuo legale può fare, anche se spesso l’ente risponde negativamente o non risponde affatto.
- Opposizione d’urgenza al giudice dell’esecuzione: in casi estremi, se il pignoramento è già iniziato (es. ti arriva l’atto di pignoramento dal tribunale) e non hai ottenuto altre sospensioni, è possibile presentare al giudice dell’esecuzione un’istanza di sospensione ex art. 624 c.p.c. (sospensione dell’esecuzione) oppure, se ricorrono i presupposti, un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. in sede civile, sostenendo che c’è una causa in corso sul titolo e che un pignoramento immediato creerebbe un danno irreparabile. Non entriamo troppo nel tecnico: diciamo che queste vie sono residuali e complesse, ma un legale con esperienza può valutare anche questi rimedi se la situazione lo richiede.
- Concordare un pagamento parziale per temporeggiare: va menzionato che a volte, soprattutto per importi minori, se proprio non hai avviato ricorsi, puoi cercare di guadagnare tempo pagando magari una piccola parte e segnalando all’Agente Riscossione l’intenzione di saldare a breve. Non è un diritto, ma in qualche caso l’ente aspetta prima di pignorare se vede che stai collaborando (ad esempio se hai richiesto una rateazione e sei in attesa di risposta, o se hai versato una prima rata spontaneamente a titolo di acconto). Ovviamente è rischioso affidarsi alla benevolenza, ma ogni caso è a sé e il tuo avvocato potrà anche colloquiare con i funzionari dell’Agenzia per capire se c’è margine di attendere qualche giorno in più.
- Verificare eventuali sospensioni di legge: in tempi recenti, spesso la legge è intervenuta con moratorie generalizzate sulla riscossione (ad esempio durante il Covid furono sospesi i pagamenti e le azioni fino a una certa data). Oppure a fine anno con i “decreti Milleproroghe” si concedono proroghe su scadenze. È sempre bene controllare se al momento della tua intimazione c’è in vigore qualche sospensione legale che impedisce di pignorare subito. Ad esempio, ipoteticamente: “dal 1 al 31 agosto la legge sospende esecuzioni su prima casa” o cose simili (non è il caso al 2026, ma giusto come principio). Se esistono norme del genere, vanno invocate immediatamente.
3. Strategia difensiva integrata
In pratica, la migliore strategia sarà spesso combinare le mosse sopra: ricorso + sospensione giudiziale se abbiamo buone ragioni di annullamento. Oppure, se riteniamo di avere torto sul merito (ad esempio il debito c’è ed è dovuto, ma vogliamo solo più tempo per pagare) sarà più utile puntare su rateizzazione e accordi, di cui parliamo nella prossima sezione. L’Avvocato Monardo e il suo staff in genere valutano subito: – Se ci sono vizi sostanziali del debito: in tal caso ricorso immediato e richiesta sospensiva. – Se il debito è corretto ma troppo oneroso: in tal caso magari niente ricorso sul merito (o al massimo per guadagnare tempo), ma focus su soluzioni come rate, definizioni agevolate o procedure di crisi. – In ogni caso, assicurarsi di bloccare i pignoramenti il prima possibile (via giudice o via amministrativa).
È essenziale una visione d’insieme: muoversi in sede giudiziale senza considerare le opportunità di sanatoria offerte da norme speciali potrebbe farti vincere la battaglia legale ma perdere la possibilità di condonare parte del debito; viceversa aderire a una definizione senza valutare un vizio formale potrebbe farti pagare ciò che potevi non pagare affatto. Ecco perché il supporto di esperti è così prezioso: sanno consigliarti se è meglio attaccare o negoziare, e come farlo.
Nei prossimi paragrafi vedremo gli strumenti alternativi alla contestazione giudiziale, come le rottamazioni delle cartelle, le definizioni agevolate, le procedure da sovraindebitamento, ecc., che rappresentano un altro pilastro della difesa del debitore. Successivamente, forniremo una lista di errori da evitare e alcuni consigli pratici, quindi una sezione di FAQ con risposte alle domande più frequenti sul tema.
Strumenti alternativi per gestire o ridurre il debito intimato
Oltre alle vie legali di impugnazione, un debitore sotto pressione per un’intimazione di pagamento dovrebbe considerare tutte le soluzioni alternative che l’ordinamento mette a disposizione per risolvere o attenuare il debito, specialmente se quest’ultimo è effettivamente dovuto e difficilmente contestabile. Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto diverse misure di “pace fiscale” e procedure concorsuali semplificate per aiutare contribuenti e imprese in difficoltà. Approfittare di queste opportunità può fare la differenza tra subire un pignoramento e liberarsi invece del debito in modo sostenibile. Ecco una panoramica dei principali strumenti:
Rottamazione delle cartelle esattoriali (definizione agevolata del debito)
La cosiddetta rottamazione è una misura straordinaria attraverso cui lo Stato consente ai debitori di estinguere i debiti iscritti a ruolo con uno sconto su sanzioni e interessi. In pratica, aderendo a una rottamazione, si paga solo la quota di capitale e poche altre voci (interessi da ritardata iscrizione, aggio e spese di notifica), mentre vengono azzerati gli interessi di mora e le sanzioni. Dal 2016 ad oggi ci sono state varie edizioni: rottamazione 2016 (detta “rottamazione ter” in terza versione), la Rottamazione-quater prevista dalla Legge di Bilancio 2023 (L. 197/2022) per i carichi fino al 30 giugno 2022, e da ultimo la Rottamazione-quinquies introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) . Quest’ultima – attuale al momento in cui scriviamo (aggiornamento gennaio 2026) – consente ai contribuenti di definire i debiti affidati all’Agente della Riscossione nel periodo 1° gennaio 2000 – 31 dicembre 2023, pagando solo l’imposta o il contributo dovuto senza corrispondere sanzioni, interessi di mora e aggio di riscossione . La domanda di adesione alla Rottamazione-quinquies va presentata entro il 30 aprile 2026 e si potrà pagare l’importo dovuto in un’unica soluzione oppure a rate (fino a un massimo di 18 rate in 5 anni, secondo le regole previste). Importante: aderire alla rottamazione sospende le procedure esecutive in corso sul debito rottamato. Infatti, per legge, dalla data di presentazione della domanda sono sospesi i termini di impugnazione e l’Agente della Riscossione non può avviare nuove azioni esecutive né iscrivere fermi/ipoteche, né proseguire quelle già avviate, purché non si sia già tenuto un primo incanto per vendita nell’ambito di esecuzioni immobiliari . Quindi, se hai un’intimazione per cartelle rientranti nel perimetro della definizione agevolata vigente, valuta seriamente di aderire: presentando la domanda online nei termini, blocchi subito i pignoramenti (già questo è un enorme vantaggio) e, se poi perfezioni la definizione pagando quanto dovuto nei tempi, eviti di pagare sanzioni e interessi – con un risparmio spesso notevole. Ad esempio, una cartella da €10.000 di cui €4.000 di sanzioni e €1.000 di interessi verrebbe definita pagando circa €5.000 (più aggio e spese). Questo strumento è quindi alternativo al ricorso: normalmente aderendo alla rottamazione rinunci a fare causa su quelle cartelle (perché accetti il debito “scontato”). Bisogna scegliere: se hai ottime possibilità di vincere in giudizio potresti non voler rottamare, ma se le tue chance sono scarse o vuoi comunque chiudere il debito, la definizione agevolata è oro.
Va sottolineato che spesso le rottamazioni non includono tutte le tipologie di debito: tipicamente sono esclusi dall’agevolazione i recuperi di aiuti di Stato, l’IVA all’importazione, alcune multe europee, e (per policy) le sanzioni diverse da quelle tributarie come le multe stradali – le quali però in passato sono state incluse limitatamente allo stralcio degli interessi. Nella Rottamazione-quater e quinquies, ad esempio, le multe stradali possono essere rottamate eliminando interessi e maggiorazioni, ma la sanzione base va pagata per intero. Invece per tributi e contributi si abbattono completamente sanzioni e interessi di mora . Un altro dettaglio: chi ha aderito a una rottamazione precedente ma è decaduto (cioè non ha pagato le rate) può di solito aderire a quella nuova riammettendo quei debiti. Ad esempio, la Legge n. 15/2025 (conversione del Milleproroghe 2024) ha previsto la riammissione alla Rottamazione-quater per chi era decaduto al 31/12/2024, dando tempo fino al 30 aprile 2025 per fare domanda . Allo stesso modo, la rottamazione-quinquies 2026 ammette anche i decaduti di precedenti definizioni, purché per carichi del periodo definibile .
L’Avv. Monardo e il suo studio monitorano costantemente queste normative: se c’è una rottamazione aperta, ti sapranno dire subito se i tuoi debiti vi rientrano e come presentare la domanda. Beneficio principale: risparmio economico e stop ai pignoramenti durante il pagamento delle rate. Svantaggi: durante la dilazione rottamazione (massimo 5 anni) devi essere puntuale nei pagamenti, pena decadenza e ripresa delle azioni; inoltre rinunci alle liti in corso (ma se hai liti pendenti, spesso esistono anche definizioni agevolate delle liti – vedi oltre).
Saldo e stralcio e stralcio automatico piccoli debiti
Oltre alle rottamazioni, ci sono stati provvedimenti specifici per cancellare parzialmente o totalmente certi debiti: – Il Saldo e Stralcio (L. 145/2018): un condono speciale per contribuenti in difficoltà economica (ISEE sotto 20.000) su cartelle di certe imposte, che permetteva di pagare solo una percentuale (16%, 20% o 35%) del dovuto. È stato unico nel 2019, attualmente non attivo, ma da ricordare se in futuro riproponessero misure simili. – Lo Stralcio dei mini-debiti: per esempio la Legge di Bilancio 2023 ha disposto l’annullamento automatico dei debiti fino a €1.000 affidati dal 2000 al 2015. Ciò significa che molte cartelle piccole di quell’epoca sono state condonate d’ufficio entro il 31 marzo 2023. Se nella tua intimazione comparivano importi sotto 1.000 € di quegli anni, è probabile che l’Agente Riscossione li abbia già tolti o li toglierà. La Legge di Bilancio 2024 ha poi esteso in parte ad alcune multe locali. Insomma, conviene sempre controllare se parte del tuo debito rientra in stralci automatici previsti da norme di favore: potresti dover pagare meno di quanto appare. – Transazione fiscale: è un istituto diverso (interno alle procedure concorsuali, vedi oltre) che consente in alcuni casi di stralciare una percentuale dei debiti fiscali all’interno di un concordato preventivo o accordo di ristrutturazione omologato dal tribunale. Lo citiamo qui perché comunque è un modo di ridurre il debito legalmente, ma richiede di passare per procedure concorsuali complesse, tipicamente riservate a società.
Rateizzazione ordinaria (piano di dilazione fino a 6 anni o più)
La dilazione del debito esattoriale è uno strumento amministrativo sempre disponibile, indipendentemente da rottamazioni o condoni. Consiste nel richiedere all’Agente Riscossione di pagare a rate l’importo dovuto. Attualmente si possono ottenere: – Piani fino a 72 rate mensili (6 anni) per debiti fino a €120.000 senza bisogno di documentare lo stato di difficoltà (rateizzazione ordinaria). – Piani straordinari fino a 120 rate (10 anni) per debiti sopra €120.000 o in caso di comprovata grave e protratta difficoltà (serve dimostrare che la rata standard > 1/5 del reddito mensile del nucleo, per esempio). – Soglia di accesso semplificata: fino a €60.000 di debito la domanda di rateizzazione viene accolta automaticamente senza necessità di allegare l’ISEE o prove (soglia elevata nel 2022, prima era 5.000). Le rateizzazioni sospendono le azioni esecutive: una volta presentata la domanda di rate e finché sei in regola col pagamento delle rate accordate, l’Agenzia non può avviare nuovi pignoramenti né proseguire quelli eventualmente avviati (tranne che per eventuali importi non inclusi nella dilazione). Dunque, se ricevi intimazione, chiedere subito la rateizzazione è spesso il rimedio più efficace per congelare la situazione. Anche se la domanda non viene approvata in 5 giorni, l’importante è presentarla prima che partano i pignoramenti: l’Agente ha infatti una circolare interna per cui, se c’è istanza di rate pendente, tiene ferma l’attività fino all’esito.
La rateizzazione però non riduce l’importo: pagherai tutto (capitale + sanzioni + interessi) spalmato negli anni, con interesse di dilazione (attualmente tasso relativamente basso perché indicizzato). Quindi è una soluzione di solvibilità, non di contestazione: la usi quando riconosci il debito ma vuoi evitare il pignoramento e diluire l’impatto finanziario. Non c’è incompatibilità totale con il ricorso: volendo, potresti rateizzare e contemporaneamente fare ricorso per provare ad annullare il debito – la Cassazione ha chiarito che la rateizzazione non costituisce riconoscimento del debito ai fini sostanziali (non è un’ammissione definitiva, quindi puoi ancora contestare). Tuttavia, spesso nell’istanza di rate l’Agente chiede di rinunciare a eventuali ricorsi pendenti: è un aspetto formale, in realtà non preclude di farli, ma c’è da valutare caso per caso. Diciamo che, strategicamente, se punti sul ricorso e credi di vincere, chiedere rate può essere controproducente perché inizi a pagare qualcosa che forse potresti non pagare affatto. Viceversa, se il ricorso è incerto, la rateazione ti garantisce che niente succederà di traumatico (pignoramenti) nel frattempo, al prezzo di iniziare a pagare.
È fondamentale non decadere dalla dilazione: se ottieni le rate ma poi salti 5 rate, perdi il beneficio e tutta la somma residua diventa esigibile subito, con possibili nuove intimazioni e pignoramenti. Però anche in caso di decadenza c’è la possibilità di chiedere una nuova rateizzazione (solo una volta) per evitare guai.
Transazioni e accordi extragiudiziali
Per i debiti col Fisco o altri enti pubblici, al di fuori delle norme di rottamazione e concorsuali, c’è poco margine di trattativa privata. L’Agenzia delle Entrate-Riscossione non ha il potere di accettare transazioni sui tributi: deve riscuotere l’importo per intero salvo che una legge disponga sconti. Diverso è il discorso se il creditore non è il fisco ma un soggetto privato (una banca, un fornitore): in quei casi un avvocato specializzato può condurre trattative stragiudiziali col creditore per trovare un accordo bonario (ad esempio: l’azienda X ti ha fatto decreto ingiuntivo per 50.000€, prima del pignoramento accetta 30.000€ a saldo e stralcio, evitando cause). Ma con l’ente di riscossione, la via transattiva “libera” non esiste: l’unica è passare attraverso procedure di composizione della crisi (vedi oltre) o attendere eventuali norme di condono.
Esiste tuttavia lo strumento della “definizione agevolata delle liti pendenti”: se hai contenziosi tributari in corso su avvisi di accertamento, a volte escono leggi (come nella L. 197/2022) che permettono di chiudere la lite pagando una percentuale del dovuto (o nulla se avevi già vinto in primo grado). Ma questo riguarda gli avvisi di accertamento, non la fase della riscossione in cui siamo con l’intimazione (qui ormai il ruolo è formato). Se però parallellamente hai anche contenziosi sugli avvisi, devi coordinare anche quelli con eventuali definizioni.
Procedure da sovraindebitamento (Legge 3/2012 e Codice della Crisi)
Quando il debito complessivo di una persona o di un’impresa diventa insostenibile, e magari l’intimazione di pagamento è solo la punta dell’iceberg di una situazione debitoria grave, è opportuno valutare soluzioni globali tramite le procedure di gestione della crisi da sovraindebitamento o della crisi d’impresa. L’Avv. Monardo, in qualità di Gestore della crisi da sovraindebitamento e Esperto Negoziatore, ha particolare esperienza in questo campo. Vediamo i principali strumenti:
- Piano del consumatore: Introdotto dalla L. 3/2012 (e ora confluito nel nuovo Codice della Crisi, D.Lgs. 14/2019), è una procedura riservata a persone fisiche non imprenditori sovraindebitate. Consente di presentare al Tribunale un piano di ristrutturazione dei debiti, anche senza l’accordo dei creditori, basato sulla verifica di meritevolezza e sostenibilità. In sostanza, con l’aiuto di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi) e di un Gestore (come l’Avv. Monardo), il debitore mette sul piatto quello che può (il suo patrimonio liquido e futuro) e propone di pagare ad esempio il 20% a tutti i creditori, liberandosi del resto. Se il Tribunale approva (valutati i requisiti di legge), il piano diventa vincolante per i creditori, compreso il Fisco. Questo significa che anche le cartelle esattoriali e le intimazioni vengono bloccate: con l’omologazione del piano, il debitore paga solo quanto stabilito nel piano e ottiene l’esdebitazione del rimanente a fine piano. Il grande vantaggio è che si può prevedere la sospensione delle azioni esecutive già dalla fase di ammissione della procedura: il giudice può disporre il blocco di tutti i pignoramenti, fermi, ipoteche, una sorta di “standstill” a tutela del debitore. Quindi, se sei sommerso dai debiti, anziché difenderti atto per atto, puoi accedere a questa procedura unificata e risolutiva.
- Concordato minore o accordo di composizione della crisi: Sempre ex L.3/2012/ Codice Crisi, queste sono varianti per imprese minori o soggetti non fallibili. Funzionano simile al piano del consumatore ma in uno serve l’accordo della maggioranza dei creditori (accordo di ristrutturazione), nell’altro c’è il concordato minore giudiziale. Entrambe permettono di trattare anche con il Fisco: lo Stato può subire decurtazioni se la procedura viene omologata (ad esempio può accettare il 30% su IVA, cosa in altri contesti non possibile, grazie al “cram down”).
- Liquidazione controllata del sovraindebitato: se proprio non hai modo di pagare quasi nulla, c’è la procedura di liquidazione (simile a un piccolo fallimento personale): vendi quel che hai (spesso niente o poco) e ottieni comunque l’esdebitazione di tutto il debito residuo. È un rimedio drastico ma a volte la salvezza per chi è nullatenente: finita la liquidazione, i crediti (compresi quelli fiscali) vengono cancellati e il debitore riparte da zero.
- Composizione negoziata e concordato preventivo per imprese: per aziende più grandi in crisi c’è la Composizione negoziata (il DL 118/2021 ha introdotto l’Esperto negoziatore, figura che assiste l’imprenditore nel tentare accordi coi creditori con protezione temporanea dalle esecuzioni). Se poi serve, si può sfociare in un concordato preventivo o accordo di ristrutturazione dei debiti in tribunale, dove con l’adesione di certe maggioranze si tagliano i debiti (anche qui possibile stralciare parzialmente il fisco, previo parere dell’Agenzia). Sono procedure più complesse, ma citate per completezza.
In concreto, se l’importo intimato è enorme e tu non hai realisticamente modo né di vincere cause né di pagare, può darsi che la soluzione migliore sia dire: “ok, attiviamo una procedura di sovraindebitamento”. Durante queste procedure, grazie alla figura del Gestore della crisi (OCC) e all’intervento del Giudice, otterrai immediatamente la sospensione di tutti i pignoramenti. L’Avv. Monardo, essendo Gestore ed Esperto, può seguire anche questa strada, predisponendo la proposta di piano e accompagnandoti nei passi necessari (documentazione, rapporti col tribunale, ecc.). Il punto di vista è sempre quello del debitore: trovare la via per uscire dall’incubo debitorio, sia essa vincere una causa sull’intimazione, oppure ottenere uno sconto con la rottamazione, oppure portare in porto un piano del consumatore.
Altri strumenti
Completiamo con un paio di strumenti ulteriori: – Ricorso per indebito arricchimento o equità: raramente utilizzati, ma se un ente pubblico ha tardato moltissimo a riscuotere e ciò ti ha causato danno, esistono teorie di chiedere la non debenza di interessi per abuso del ritardo ecc. Onestamente poco praticabili. – Interpellare il Garante del Contribuente: figura prevista dallo Statuto per segnalare irregolarità o ottenere intervento in via equitativa. Non ha poteri concreti, ma a volte fa moral suasion sull’ente. Utile solo in situazioni peculiari (es. ente continua a chiedere qualcosa già annullato). – Istanza di sgravio all’ente creditore: parallela all’autotutela verso AER, puoi scrivere all’Agenzia delle Entrate o all’INPS (chi ha emesso il ruolo) segnalando errori e chiedendo l’annullamento. Se loro sgravano, AER esegue. Questo è sempre consigliabile se hai motivi validi, perché se l’ente riconosce l’errore ti risparmi tutta la causa. A volte, dietro insistenza e prove, l’ente annulla in autotutela. Vale la pena tentare, specie con il supporto di un professionista che sa dialogare con gli uffici (magari citando circolari, sentenze, ecc., l’ufficio è più propenso a evitare un contenzioso perso).
Dunque, il messaggio chiave è: non esiste una sola via di difesa, ma un ventaglio di strumenti. Si può contestare (se il debito è contestabile) oppure negoziare/definire (se il debito è corretto ma serve alleggerirlo) oppure riorganizzare il proprio quadro finanziario (se il debito fa parte di una crisi più ampia). Un avvocato specializzato come l’Avv. Monardo saprà consigliarti la combinazione ottimale di strumenti: ad esempio, può suggerirti di aderire a una rottamazione per alcune cartelle, impugnarne altre perché prescritte, e nel frattempo chiedere la sospensione per evitare danni immediati. Oppure, in caso estremo, potrà indicarti la via della composizione della crisi da sovraindebitamento per mettere fine una volta per tutte a pignoramenti e debiti impagabili.
Nel prossimo paragrafo elencheremo alcuni errori comuni da evitare e consigli pratici, frutto dell’esperienza sul campo, prima di passare alle FAQ che chiariranno dubbi specifici.
Errori comuni da evitare e consigli pratici del difensore
Affrontare un’intimazione di pagamento richiede sangue freddo e strategia. Ecco alcuni degli errori più comuni che i debitori commettono – e che tu dovrai evitare – insieme a consigli pratici su come comportarsi:
Errore 1: Ignorare l’atto, sperando che “passi da sé”.
Molti, presi dal panico, scelgono l’inerzia: lasciano scadere i 5 giorni senza fare nulla, magari illudendosi che l’Agenzia Riscossione non procederà subito. Nulla di più pericoloso! Come abbiamo spiegato, dopo il termine l’ente può pignorare in qualsiasi momento. Ignorare l’intimazione significa spalancare le porte al pignoramento di stipendi, conti e beni, oltre a precludersi la possibilità di contestare il debito in sede propria. Consiglio: non restare fermo. Entro i primissimi giorni prendi una direzione: paga, chiedi rate, oppure contatta un legale per il ricorso e la sospensiva. Anche semplicemente presentare l’istanza di rateizzazione o una richiesta di sospensione “congela” temporaneamente la situazione. L’inerzia invece ti lascia in balia degli eventi.
Errore 2: Farsi prendere dal panico e pagare immediatamente senza verifiche.
All’opposto, c’è chi paga subito quanto richiesto, magari indebitandosi ulteriormente o svuotando risparmi, pur di togliersi l’ansia. Pagare è doveroso se il debito è giusto e sostenibile, ma pagare senza aver controllato può voler dire regalare soldi non dovuti. Ad esempio potresti pagare cartelle prescritte, o importi che potevano essere ridotti con una rottamazione. Consiglio: prima di pagare, fatti assistere in una rapida verifica tecnica: controlla le notifiche, fatti stampare un estratto di ruolo aggiornato (anche tramite cassetto fiscale online o agli sportelli AER) e consulta un esperto. Potresti scoprire che una parte non è dovuta o che c’è una definizione agevolata dietro l’angolo. Se poi tutto risulta corretto, potrai pagare con più tranquillità magari optando per una dilazione.
Errore 3: Confondere l’intimazione con una semplice lettera di sollecito.
Alcuni contribuenti hanno già ricevuto in passato delle comunicazioni di sollecito da parte di Equitalia/AER – ad esempio lettere che ricordavano scadenze o inviti bonari a pagare cartelle scadute – e potrebbero scambiare l’intimazione per qualcosa di simile, sottovalutandola. Il sollecito semplice non ha valore legale forte, mentre l’Intimazione di pagamento è un atto formale e immediatamente prodromico al pignoramento. Consiglio: riconosci l’atto: l’intimazione ex art.50 ha un preciso riferimento normativo e normalmente è intitolata proprio “Intimazione” o “Avviso di intimazione”. Se hai dubbi, portalo subito a un professionista. Non cestinarlo credendo sia un sollecito qualsiasi.
Errore 4: Fare da soli il ricorso senza avvocato (o affidarsi al professionista sbagliato).
La materia della riscossione e delle impugnazioni esattoriali è tecnica e ricca di insidie procedurali. Tentare di scrivere un ricorso da soli, magari copiando modelli trovati online, espone a errori fatali (sbagliare il rito, i motivi, la notifica del ricorso, ecc.). Allo stesso modo, non tutti gli avvocati sono esperti di questo campo: è opportuno rivolgersi a un avvocato specializzato in diritto tributario/esattoriale. Consiglio: affida la tua difesa a chi ha esperienza comprovata in cartelle esattoriali, pignoramenti e diritto tributario. Un segnale di competenza è, ad esempio, l’aver patrocinato casi simili o essere aggiornato sulle ultime sentenze in materia. L’Avv. Monardo, ad esempio, nel presentarsi evidenzia proprio questa expertise settoriale. Un generalista potrebbe perdere eccezioni importanti o non conoscere le ultime aperture giurisprudenziali.
Errore 5: Non rispettare i termini (distrazione sulle scadenze).
Un ricorso depositato il 61° giorno è irrimediabilmente tardivo; una domanda di rottamazione inviata in ritardo non verrà accolta; saltare la quinta rata della dilazione fa decadere il piano. Purtroppo la gestione del tempo in queste procedure è cruciale. Consiglio: tieni un’agenda rigorosa di tutte le scadenze e affidati al tuo avvocato anche per i promemoria. Agisci con qualche giorno di anticipo rispetto ai termini ultimi, per sicurezza. Se il termine scade di sabato/domenica, ricorda che per i ricorsi slitta al lunedì, ma per i pagamenti no (tranne se coincidono con festivo, in quel caso slittano al giorno successivo non festivo). In caso di dubbi, chiedi conferma scritta delle scadenze.
Errore 6: Pensare “tanto ho fatto opposizione quindi non mi toccano”.
Come rimarcato, il ricorso non blocca automaticamente la riscossione. Molti contribuenti impugnano l’intimazione e poi restano sorpresi (e arrabbiati) quando si vedono pignorare il conto comunque. Dicono: “ma come, ho fatto ricorso!”. Purtroppo è previsto: senza sospensiva, l’azione va avanti. Consiglio: dopo aver depositato il ricorso, segui con l’avvocato la richiesta di sospensione. Se non arriva in tempo, tieni prudenzialmente pochi fondi liquidi su conti aggredibili (forse spostandoli su conti di terzi fidati, se possibile legalmente) per mitigare il danno di un eventuale pignoramento in corso di causa. Esempio: hai 10k sul conto e sai che possono pignorarne 1/5 dello stipendio ma anche l’intero saldo se è fermo; potresti valutare di non tenere troppo sul conto durante quei mesi critici. Sono accorgimenti tattici da discutere col legale, leciti finché non c’è un atto di pignoramento notificato (dopo di che spostare soldi sarebbe illecito sottrarsi al pignoramento).
Errore 7: Sottovalutare la possibilità di misure cautelari “minori” (fermo/ipoteca).
Un contribuente può pensare: “vabbè, non possono prendermi nulla perché non ho soldi liquidi né stipendio”. Ma se ha un’auto, rischia il fermo amministrativo (che impedisce di usarla); se ha una casa, può spuntare un’ipoteca esattoriale. Queste misure possono essere devastanti (il fermo blocca l’auto costringendoti a pagare per farlo revocare; l’ipoteca ti impedisce di vendere casa o accendere mutui). E come detto, non necessitano intimazione (possono farli anche se il debito è “vecchio” e magari l’intimazione non era stata mandata perché considerati atti cautelari). Consiglio: non credere di farla franca solo perché magari sei nullatenente in banca. Il fisco ha diverse frecce al suo arco. Se hai beni intestati, assumiti che potrebbero colpirli in altro modo. Quindi reagisci comunque all’intimazione per risolvere a monte il problema del debito, non solo per evitare il pignoramento di conti.
Errore 8: Non informare il professionista di tutti gli atti ricevuti.
Talvolta il cliente consegna all’avvocato l’ultima intimazione ma “dimentica” che mesi prima ha avuto un preavviso di fermo, o che in passato ha ricevuto altre cartelle. Ogni dettaglio conta: magari quell’altro atto fa decorrere la prescrizione o era impugnabile. Consiglio: fornisci al tuo difensore tutta la documentazione relativa ai debiti con Agenzia Entrate-Riscossione: cartelle, avvisi, comunicazioni, estratti di ruolo, ricevute di pagamento, ecc. Più il quadro è completo, meglio potrà costruire la difesa. Se non hai alcuni atti, chiedi un estratto di ruolo aggiornato: è un documento (ottenibile allo sportello AER o tramite SPID online) che elenca tutti i debiti a ruolo e lo stato (pagato/non pagato). L’avvocato può anche chiederlo via PEC all’Agenzia per tuo conto.
Errore 9: Fare confusione tra diversi procedimenti.
Spesso un contribuente con debiti ha più fronti aperti: magari ha un ricorso pendente sull’accertamento e contemporaneamente l’intimazione sulla cartella, più forse un’istanza di rottamazione in ballo. Capita che non segua bene tutti i procedimenti, mancando adempimenti (ad esempio non depositando per tempo documenti in uno perché impegnato nell’altro). Consiglio: mantieni un quadro organizzato: se hai più pratiche, tieni un fascicolo per ciascuna, segui i consigli del legale e chiedi aggiornamenti periodici. Informa il tuo avvocato se sopravvengono novità su un fronte (es: ti arriva una comunicazione sulle rottamazioni) perché potrebbe essere rilevante per l’altro (es: l’avvocato deve comunicarlo al giudice, etc.). Avere un unico studio che ti segue su tutto è l’ideale, proprio per evitare dispersioni.
Errore 10: Sottovalutare le norme pro-debitore:
A volte, per scoraggiamento o disinformazione, il debitore pensa che “tanto contro il fisco non c’è niente da fare, vincono sempre loro”. Questo non è vero: certo, le leggi tutelano la riscossione pubblica, ma esistono anche tutele per il contribuente – alcune le abbiamo viste (termini, prescrizioni, vizi). Ad esempio, lo Statuto del Contribuente garantisce il diritto al contraddittorio in alcuni casi, o l’impossibilità di agire esecutivamente su certi beni essenziali (per legge, non si può pignorare l’ultimo immobile di residenza se il debito è sotto 120k e la casa non è di lusso, etc.), oppure pone limiti al pignoramento di stipendi/pensioni (non oltre 1/5, e su pensioni va lasciato il minimo vitale). Conoscere queste regole può farti vivere con meno terrore la situazione: ad esempio, se sei pensionato con assegno minimo, sai che per legge non possono toglierti più di una modesta percentuale. Consiglio: informati (anche tramite il tuo avvocato) sui tuoi diritti e sulle limitazioni imposte all’esecuzione esattoriale. Non dare per scontato di essere completamente in balia: ci sono argini e garanzie che puoi far valere.
Errore 11: Aspettare troppo a lungo sperando in un “condono totale”.
Qualcuno, confidando in promesse politiche o in passate esperienze, tende a procrastinare pensando che “tanto faranno un altro condono e mi cancellano tutto”. È vero, ultimamente ci sono state rottamazioni e stralci, ma non c’è mai la certezza di coprire tutti i debiti e soprattutto i condoni non proteggono nel frattempo dai pignoramenti se non aderisci in tempo. Consiglio: se anche speri in una misura di favore futura, nel frattempo agisci come se non ci fosse. Difenditi e tratta il debito con gli strumenti attuali. Se poi davvero arriva un condono che ti annulla tutto, tanto meglio! Potrai sempre cessare il ricorso o interrompere la procedura. Ma non restare paralizzato nell’attesa di Godot, perché potresti essere pignorato nel frattempo.
Errore 12: Non considerare la possibilità di un consolidamento debiti o prestito per pagare.
Potrà sembrare strano, ma a volte la soluzione più pratica (se si ha un lavoro stabile) è chiedere un prestito bancario per pagare il debito erariale, per poi restituirlo a rate alla banca. Perché? Perché le banche, a differenza del fisco, negoziano e se paghi regolare non ti pignorano. Se invece resti con il debito fiscale, hai l’ipoteca morale di possibili esecuzioni. Un prestito di consolidamento potrebbe accorpare i debiti, magari a tassi ragionevoli, e toglierti dall’incubo esattoriale. Consiglio: valuta questa strada con un consulente finanziario, se l’importo non è enorme e hai capacità di rimborso mensile. L’importante è non indebitarsi ulteriormente in modo insostenibile: deve essere un rimpiazzare debito “cattivo” (esattoriale) con debito “gestibile” (bancario) a lungo termine.
Errore 13: Dimenticare le scadenze post-difesa.
Mettiamo che sei riuscito a bloccare tutto e dilazionare o rottamare: non abbassare la guardia! C’è chi, ottenuta la rateizzazione, poi si scorda di pagare qualche rata e vanifica lo sforzo. Oppure aderisce alla rottamazione e poi non paga la prima rata nei termini (successe con le rottamazioni precedenti: migliaia di decaduti per distrazione o mancanza fondi). Consiglio: dopo aver messo in piedi la soluzione, segui diligentemente il piano fino alla fine. Se hai difficoltà in corso d’opera (es: salto una rata perché ho perso il lavoro), contatta subito l’avvocato per valutare contromisure (es: nuova richiesta di dilazione, procedura di sovraindebitamento, etc.). Non lasciar semplicemente scadere.
Errore 14: Lasciarsi scoraggiare dalle prime risposte negative.
È possibile che le prime istanze (autotutela, sospensione, ecc.) vengano respinte. L’Agenzia dice no alla sospensione? Il giudice nega la sospensiva? Non significa arrendersi: magari il merito del ricorso potrà ancora darti ragione, o potrai riproporre la sospensione in appello. Consiglio: persevera nella difesa, ovviamente con giudizio. Valuta se cambiare strategia se serve (ad es. niente sospensiva? allora corri a rateizzare per sicurezza, e intanto prosegui la causa). La resilienza è importante. Con un legale al fianco, capirai se insistere o negoziare, ma non demordere al primo ostacolo.
Errore 15: Non leggere con attenzione la documentazione.
Può sembrare banale, ma c’è chi nemmeno legge la propria intimazione o gli atti ricevuti e perde dettagli (ad es. “non mi ero accorto che tra le cartelle c’era anche quella multa del Comune”). Consiglio: leggi sempre integralmente gli atti e le lettere, anche quelle dall’avvocato o dal fisco. Spesso ci sono indicazioni utili (es: moduli per chiedere rate allegati all’intimazione; contatti dell’ufficio; istruzioni su come reperire dettagli del ruolo online). Se qualcosa non ti è chiaro, chiedi spiegazione. Non lasciare nulla di frainteso.
Con questi consigli pratici in mente, dovresti evitare i passi falsi più comuni e affrontare in modo proattivo e informato la situazione. Nell’esperienza dell’Avv. Monardo, molti problemi nascono proprio da quegli errori (soprattutto i primi due: inerzia o panico). La sua assistenza serve anche a tenerti sulla strada giusta, ricordandoti scadenze, opzioni e limiti.
Ora, per concludere la parte esplicativa, passiamo a una serie di Domande e Risposte (FAQ) che abbiamo raccolto, le quali coprono dubbi frequenti e casi concreti riguardanti l’intimazione di pagamento e le strategie difensive del debitore.
Domande frequenti (FAQ) sull’intimazione di pagamento e la difesa del debitore
1. Che cos’è esattamente un’intimazione di pagamento e in cosa differisce dalla cartella esattoriale?
L’intimazione di pagamento (o avviso di intimazione) è un atto emanato dall’Agente della Riscossione dopo la cartella esattoriale, che intima il pagamento entro 5 giorni con avvertimento di esecuzione forzata in caso di mancato pagamento . Si differenzia dalla cartella di pagamento perché quest’ultima è il primo atto con cui ti viene chiesto il pagamento di un debito iscritto a ruolo (dandoti 60 giorni per pagare) mentre l’intimazione interviene solo se dopo la cartella non hai pagato e il Fisco vuole procedere al pignoramento ma è trascorso oltre un anno dalla notifica della cartella . In breve: la cartella crea ufficialmente l’obbligo di pagamento, l’intimazione è un sollecito esecutivo finale prima del pignoramento.
2. L’intimazione di pagamento viene sempre inviata prima di un pignoramento?
No. Solo se è passato più di un anno dalla notifica della cartella (o dell’ultimo atto esecutivo) senza che sia iniziata l’esecuzione, allora è obbligatorio inviare un’intimazione ex art. 50 DPR 602/73 . Se invece il Fisco agisce entro l’anno dalla cartella, può pignorare senza bisogno di intimazione ulteriore. Inoltre, come visto, per ipoteche e fermi l’intimazione non è richiesta . In pratica, l’intimazione viene inviata soprattutto nei casi di ruoli più datati o rimasti fermi a lungo. Ad esempio Equitalia nel 2023 ha mandato tante intimazioni relative a cartelle degli anni 2018-2019 rimaste in sospeso per via del Covid.
3. Cosa succede se ignoro l’intimazione e non pago entro 5 giorni?
Trascorsi i 5 giorni, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può iniziare le procedure di pignoramento senza ulteriore preavviso. Nella pratica, potresti ritrovarti con il conto corrente bloccato (pignoramento presso terzi) o il pignoramento dello stipendio/pensione (l’ente notifica l’atto al datore di lavoro o all’INPS, che devono trattenere una quota), oppure un ufficiale giudiziario potrebbe recarsi presso di te per un pignoramento mobiliare. Se possiedi immobili, potrebbero iscrivere un’ipoteca (se il debito supera €20.000) e avviare un pignoramento immobiliare. Inoltre, potrebbero scattare misure come il fermo amministrativo dei veicoli. Insomma, ignorare l’intimazione equivale a dare via libera all’esecuzione forzata con tutte le sue conseguenze (vendita all’asta dei beni, blocchi patrimoniali, costi aggiuntivi). Vale ricordare che se il tuo debito è relativo a tributi non pagati, il Fisco ha potestà particolari: ad esempio il pignoramento del conto avviene senza passare dal tribunale (art. 72-bis DPR 602/73). Quindi, a differenza di creditori privati, possono agire molto velocemente.
4. Posso ottenere una proroga dei 5 giorni o un rinvio del pagamento?
La legge in sé non prevede proroghe oltre i 5 giorni. Tuttavia, presentando una richiesta di rateizzazione o aderendo a una definizione agevolata (se aperta), di fatto ottieni un effetto simile a una proroga: l’ente di riscossione di norma sospende l’attività esecutiva in attesa che tu perfezioni la rateizzazione o la rottamazione. Ad esempio, se entro i 5 giorni fai istanza di rate, l’Agenzia attenderà l’esito (ci vogliono di solito 20-30 giorni per l’approvazione) e nel frattempo non procederà a pignorare. Non è garantito da una norma stringente, ma è prassi consolidata. In mancanza di queste mosse, l’unico “rinvio” legale potrebbe derivare da sospensioni di legge (ad esempio, se in quel periodo c’è una sospensione feriale o straordinaria delle esecuzioni – situazione non comune). Quindi la via realistica per avere più tempo è: chiedere subito la dilazione o sospendere per via giudiziale. Se speri semplicemente che concedano più giorni, rimarrai deluso (il sistema informatico li fa partire con le procedure appena scaduti i termini tecnici, salvo intervento umano legato alle iniziative suddette).
5. Quanto tempo passa di solito tra l’intimazione e il pignoramento effettivo?
Non c’è una regola fissa: potrebbero bastare pochi giorni, oppure mesi. Dipende dall’agenda operativa dell’Agenzia Entrate-Riscossione e dal tipo di pignoramento. Per i pignoramenti presso terzi (conto corrente o stipendio), spesso i tempi sono brevi: abbiamo visto casi di pignoramento al 15°-20° giorno dopo l’intimazione. Per i pignoramenti immobiliari è più lungo perché devono passare da un avvocato che depositi in tribunale e i tempi tecnici sono maggiori: possono trascorrere anche 2-3 mesi prima della notifica dell’atto di pignoramento immobiliare. Il fermo amministrativo di solito viene registrato qualche settimana dopo l’intimazione (ma almeno 20 giorni dopo devono notificare un preavviso di fermo, se non l’hanno già fatto, e poi dopo ulteriori 30 giorni iscrivono il fermo vero e proprio). L’ipoteca può essere iscritta anche contestualmente senza preavviso (ma per prassi spesso mandano un preavviso 30 giorni prima). In generale, se il carico di lavoro è alto, l’ente potrebbe scaglionare: ad esempio inviare l’intimazione a gennaio e procedere con pignoramenti a tappeto a marzo. Non c’è obbligo di comunicarti quando partirà l’azione: lo scopri a cose fatte. Quindi preparati al peggio (pignoramento rapido), sperando magari in un po’ più di tempo. Ma agisci subito come se potesse succedere il 6° giorno.
6. L’intimazione di pagamento ha una scadenza (validità temporale)?
Sì, dura un anno dalla notifica . Se entro 12 mesi l’Agente della Riscossione non ha avviato alcun pignoramento, quell’intimazione “perde efficacia” e per pignorare in futuro dovrà inviartene un’altra . Ad esempio: intimazione notificata il 1° febbraio 2025, nessun pignoramento fino al 1° febbraio 2026 -> dal 2 febbraio 2026 non è più valida, serve nuova intimazione prima di eseguire. Prima della riforma 2020 questo termine era di 180 giorni, oggi è 365 giorni . Attenzione: se anche l’intimazione scade, non vuol dire che il debito è annullato (come avviene invece per la cartella dopo un anno? In realtà la cartella non scade in sé, scade solo la possibilità di eseguire senza intimazione, n.d.r.): significa solo che l’ente dovrà notificare un’altra intimazione (aggiornata magari con interessi) prima di procedere. Di per sé non ti libera dal debito, ma ti dà un piccolo scudo procedurale.
7. Posso fare ricorso contro l’intimazione? Se sì, entro quando e dove?
Sì, l’intimazione è impugnabile davanti all’autorità giudiziaria competente, tipicamente la Corte di Giustizia Tributaria (ex Commissione Tributaria) entro 60 giorni dalla notifica . Nel ricorso puoi far valere tutti i motivi di illegittimità relativi sia all’intimazione in sé sia agli atti presupposti (cartelle, accertamenti) se non li hai mai potuti contestare. Come spiegato, è importante impugnarla se intendi eccepire qualcosa, altrimenti l’obbligazione si consolida . Per contributi previdenziali (INPS) l’impugnazione va presentata al Tribunale entro 40 giorni, e per alcune sanzioni amministrative al Giudice di Pace entro 30 giorni. Conviene sempre farsi assistere da un legale per individuare giurisdizione esatta e termini. Se hai dubbi, comunque 60 giorni è il riferimento più comune.
8. Su quali basi posso contestare l’intimazione di pagamento?
Le basi più comuni: prescrizione del debito (se è passato troppo tempo dall’ultimo atto valido), vizi di notifica delle cartelle o dell’intimazione stessa, avvenuto pagamento o sgravio del debito, cartelle mai notificate (e quindi credito non esigibile), decadenza dei termini di riscossione, difetto di motivazione nell’intimazione, ecc. In pratica devi trovare un vizio sostanziale o procedurale che infici la legittimità della pretesa. Un avvocato esamina la tua situazione per individuare tali vizi. Ad esempio, se scopre che la cartella X del 2017 non ti fu notificata regolarmente, impugnerà l’intimazione per far valere quella nullità. Oppure se il debito è del 2010 e l’intimazione 2025, dirà che è prescritto (in base alla natura). Oppure ancora se avevi vinto un ricorso sull’accertamento e malgrado ciò ti chiedono soldi, evidenzierà l’infondatezza della richiesta. La difesa deve essere costruita caso per caso.
9. Devo per forza impugnare l’intimazione per eccepire la prescrizione del debito?
Sì, secondo la più recente Cassazione devi farlo . In passato qualcuno aspettava il pignoramento per eccepire lì la prescrizione, ma oggi la Suprema Corte dice che, siccome l’intimazione è atto impugnabile, se non la impugni rendi definitivo il debito e poi non puoi più opporre prescrizioni maturate prima . Quindi la prescrizione dei crediti antecedente va sollevata subito contro l’intimazione, altrimenti rimane “coperta” dal fatto che non hai reagito. Dunque, se ritieni che il tuo debito fosse prescritto (ad esempio sono passati più di 5 anni dall’ultima cartella senza altri atti), presenta ricorso nei 60 giorni e indica chiaramente l’eccezione di prescrizione.
10. Se faccio ricorso contro l’intimazione, nel frattempo possono pignorare lo stesso?
Purtroppo sì, a meno che tu non ottenga una sospensione. Il ricorso in sé non sospende l’esecuzione. Devi presentare un’istanza al giudice (lo stesso a cui fai ricorso) per chiedere la sospensione dell’efficacia esecutiva dell’intimazione. Se il giudice la concede, allora l’Agenzia non potrà procedere finché dura la sospensione. Ma se non la chiedi o se viene rigettata, il solo fatto che hai un contenzioso pendente non impedisce i pignoramenti. Anche l’Agente della Riscossione sul suo sito lo precisa chiaramente. Quindi non dare per scontato che “sono a posto perché ho fatto ricorso”: attivati con l’avvocato per ottenere formalmente la sospensione oppure nel frattempo valuta soluzioni parallele (rate, ecc.) per sicurezza.
11. È vero che l’intimazione non è nell’elenco degli atti impugnabili del processo tributario? Cosa comporta?
È vero che l’art. 19 D.Lgs. 546/92 non menziona testualmente “l’intimazione di pagamento”, ma menziona l’“avviso di mora” (che di fatto è l’atto equivalente). Questo ha creato discussioni, ma come detto la Cassazione ha chiarito che l’intimazione è assimilabile all’avviso di mora e quindi rientra implicitamente tra gli atti impugnabili. Inoltre, la Cassazione dice che la sua impugnazione è necessaria, non facoltativa . Quindi, in pratica, oggi nessuna Commissione Tributaria dovrebbe dichiarare inammissibile un ricorso contro intimazione per questo motivo (in passato qualcuna lo fece, ma ora c’è indirizzo contrario). Se mai dovessi imbatterti in un’eccezione del genere dall’ente (tipo “il ricorso è inammissibile perché l’intimazione non è atto impugnabile”), sappi che hai la legge e le sentenze dalla tua: farai valere le pronunce 2024-2025 che hanno sancito l’impugnabilità autonoma.
12. Ho ricevuto un’intimazione che include cartelle per le quali ho attivo un piano di rateizzazione: è legittimo?
In linea di massima, no, non sarebbe legittimo intimare il pagamento di cartelle che sono già oggetto di una dilazione regolare in corso. Quando rateizzi un debito, le rate non scadute non sono esigibili in via esecutiva. Può darsi che l’intimazione sia partita automaticamente per vari ruoli e che includa per errore anche quelli rateizzati. In tal caso, puoi: – Segnalare subito all’Agenzia l’errore, chiedendo annullamento in autotutela dell’intimazione limitatamente a quelle somme (allegando il piano di rate e ricevute pagamenti). – Se non correggono, impugnare l’intimazione eccependo che per quelle cartelle c’è sospensione legale della riscossione (ex art. 19 DPR 602/73, la dilazione determina sospensione). In genere l’Agenzia ammette l’errore e stralcia quelle posizioni. Sta di fatto che finché rispetti la rateizzazione, non possono farti azioni esecutive su quei carichi. Quindi quell’intimazione sarebbe nulla per mancanza di presupposti (cartella non esigibile). È un caso particolare ma accade.
13. Ho scoperto che la cartella indicata nell’intimazione non mi era mai stata notificata prima: cosa devo fare?
Questo è un caso classico: l’intimazione spesso “svela” cartelle che il contribuente non sapeva di avere. Se davvero la cartella non fu notificata (bisogna verificare bene: magari la notifica c’è stata a un vecchio indirizzo o per PEC), allora l’intimazione costituisce il primo atto con cui vieni a conoscenza del debito. In tal caso, hai il diritto di impugnare l’intimazione facendo valere la nullità della notifica della cartella e quindi l’inesistenza del titolo . Il giudice, se accerta che la cartella è nulla, annullerà tutto. Quindi: presenta ricorso entro 60 giorni dall’intimazione, chiedendo anche la sospensione, e nel ricorso spiega che la cartella X (indicata nell’intimazione) non ti è mai stata notificata (magari perché mandata a indirizzo sbagliato, oppure nessuna traccia in atti). L’onere di provare la notifica regolare spetta all’Agente della Riscossione: dovranno esibire la relata di notifica. Se non ci riescono o se emerge un vizio, hai ottime probabilità di vittoria.
14. Posso chiedere la rateizzazione dopo aver ricevuto l’intimazione?
Sì, certo. La rateizzazione può essere richiesta in qualsiasi momento prima che il debito sia saldato o che ci sia decadenza da precedenti dilazioni. Anche se hai ricevuto l’intimazione, puoi presentare l’istanza di dilazione del pagamento delle cartelle sottostanti. Come detto, l’ente una volta ricevuta la domanda sospenderà le azioni esecutive. Dovrai poi pagare con regolarità le rate. Nota: se dopo l’intimazione è stato già notificato un atto di pignoramento, puoi comunque chiedere la rateizzazione ma per legge in quel caso serve pagare anche le spese di esecuzione già maturate e, se il terzo pignorato (banca, datore di lavoro) ha già accantonato somme, quelle restano acquisite in acconto. In pratica conviene muoversi prima che il pignoramento avvenga, così eviti di subirne gli effetti. Ma anche dopo, la dilazione può bloccare ulteriori sviluppi (es. se ti hanno pignorato lo stipendio e poi rateizzi l’intero debito, di solito l’Agenzia comunica al datore di lavoro di cessare le trattenute dal mese successivo).
15. Se aderisco a una rottamazione delle cartelle, devo comunque fare ricorso contro l’intimazione?
No, sono alternative. Se decidi di aderire alla rottamazione, accetti il debito (al netto di sanzioni e interessi) e ti impegni a pagarlo ratealmente, quindi non ha senso né sarebbe ammesso contestare contemporaneamente quel debito in giudizio. Anzi, la normativa di solito prevede che per i carichi rottamati sono sospesi i giudizi pendenti e poi estinti se la definizione va a buon fine. Quindi devi scegliere la strategia: o impugni per far annullare, o definisci pagando meno. Ci sono casi in cui potresti impugnare alcune cartelle e rottamarne altre (se nell’intimazione ce ne sono varie, alcune contestabili e altre no). Questo è possibile, ma va gestito con attenzione e spesso concordato con l’Agenzia in fase di esecuzione. In linea di massima, se hai aderito alla rottamazione non impugnare l’intimazione per quei debiti, piuttosto eventualmente impugna la parte che rimane fuori. Tieni presente che dal momento in cui fai domanda di definizione agevolata, il termine di 60 giorni per ricorrere è sospeso fino alla fine della definizione (per evitare che uno debba ricorrere per forza durante l’adesione). Quindi potresti anche presentare ricorso e poi revocarlo se la rottamazione va bene. Questo però è materia delicata: meglio farsi consigliare dal legale sul da farsi, per non perdere opportunità.
16. Dopo la notifica dell’intimazione, posso vendere o donare i miei beni per evitare il pignoramento?
Tecnicamente, finché non c’è un atto di pignoramento o un provvedimento di sequestro, non hai divieti assoluti di disporre dei tuoi beni. Però devi stare attento: se vendi o trasferisci dolosamente i beni per sottrarli alla riscossione, rischi azioni revocatorie o addirittura conseguenze penali (sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, art. 11 D.lgs. 74/2000, se parliamo di debiti tributari rilevanti). In pratica, svuotare il patrimonio all’ultimo potrebbe non essere una buona idea e può mettere nei guai sia te che chi riceve i beni. La strada corretta è usare gli strumenti legali di protezione (es: un trust o fondo patrimoniale costituito prima, ma se fatto dopo l’intimazione può anch’esso essere revocato). Consiglio: non intraprendere operazioni avventate di cessione beni post intimazione senza consultare un esperto di diritto fallimentare/penale tributario. Molto meglio negoziare con il fisco una soluzione. In extremis, se vuoi comunque proteggere degli asset, fallo con atti a valore di mercato, trasparenti (es: vendita vera a terzi estranei a prezzi congrui) in modo da ridurre la possibilità di accusa di frode. Ma l’ideale è non arrivare a questo punto e gestire i debiti entro le vie legali.
17. L’intimazione interrompe la prescrizione dei debiti?
Sì, l’intimazione di pagamento è considerata un atto interruttivo della prescrizione dei crediti in essa contenuti , analogamente a quanto lo era l’avviso di mora. Ciò significa che alla data della notifica dell’intimazione il conteggio della prescrizione ricomincia da zero per un nuovo periodo. Ad esempio, se avevo una cartella per sanzione amministrativa (prescrizione 5 anni) del 2015 e nel 2020 ricevo intimazione, quella intimazione interrompe e dal 2020 decorre un nuovo termine di 5 anni. Ecco perché in alcuni casi il debito che prima poteva essere prescritto viene “rivitalizzato” dall’intimazione. Ma attenzione: se quando arriva l’intimazione il credito era già prescritto da prima, allora l’intimazione non sana quella prescrizione pregressa (il debitore dovrà però attivarsi a eccepirlo in giudizio, altrimenti come detto il tutto si cristallizza). In sintesi: l’intimazione ha efficacia interruttiva come ogni intimazione di pagamento o richiesta formale di adempimento.
18. Possono notificare un’intimazione via PEC? E se la PEC non viene letta?
Sì, l’Agenzia Entrate-Riscossione può notificare via PEC gli atti della riscossione, inclusa l’intimazione, ai sensi della normativa vigente (DL 193/2016 e s.m.i.) se il destinatario ha un domicilio digitale. Per le aziende e professionisti la notifica via PEC è la prassi standard. Per i privati cittadini, se non hanno una PEC registrata, si procede con mezzi tradizionali (posta o messo). Se la PEC è attiva e l’atto risulta consegnato nella casella PEC, la notifica è perfezionata (anche se tu non apri la PEC o non la leggi in tempo). Quindi, ignorare la casella PEC può farti perdere atti importanti: l’intimazione si considera notificata il giorno in cui il tuo gestore PEC genera la ricevuta di consegna, indipendentemente dalla lettura. Consiglio: tieni monitorata la tua PEC quotidianamente, specialmente se sai di avere pendenze. Se la PEC era inattiva o piena al momento dell’invio, di solito l’ente ripiega sulla notifica cartacea (o pubblici elenchi). Se hai cambiato indirizzo PEC, assicurati di aggiornare il Registro INI-PEC o anagrafe digitale per evitare notifiche a caselle dismesse.
19. Ho già un pignoramento in corso (es. mi trattengono 1/5 stipendio) per quelle cartelle: possono mandarmi anche intimazione?
Se c’è già un pignoramento attivo su un debito, in teoria quell’intimazione potrebbe essere superflua o riferirsi ad altri ruoli. Bisogna distinguere: – Se l’intimazione include proprio cartelle per cui già ti stanno pignorando lo stipendio, direi che è un errore o un atto ridondante. Non possono pignorare due volte la stessa cosa per lo stesso credito. Potrebbero al limite pignorare altri beni se lo stipendio non copre l’intero debito in tempi ragionevoli. – Se invece hai un pignoramento per alcune cartelle e l’intimazione riguarda altre cartelle diverse, allora possono farlo: più pignoramenti in parallelo su diversi crediti. Dovresti verificare l’elenco delle cartelle intimated: se vedi cartelle già in pignoramento, segnala al tuo legale. Potrebbe essere un motivo di contestazione (o comunque da chiarire con AER). In pratica, se un debito è già in fase esecutiva, l’intimazione appare strana. Forse si tratta di sovrapposizione di tempi (intimazione emessa prima che partisse la trattenuta). In ogni caso, potresti non dover fare nulla di aggiuntivo su quelle già pignorate (pagherai col pignoramento). Però attenzione: se il pignoramento in corso non è sufficiente a coprire tutto, l’Agente potrebbe decidere di rafforzare l’azione (es: oltre al quinto sullo stipendio, ti pignora anche il conto per accelerare). È legittimo? Dibattuto, ma in certi casi lo fanno. Quindi l’intimazione potrebbe preludere a un pignoramento aggiuntivo su un altro bene per lo stesso debito. Anche qui, contromisura ideale: accordarsi magari per una rata volontaria più alta ed evitare aggressioni multiple.
20. A chi posso rivolgermi per farmi aiutare in questa situazione?
Data la complessità del tema, l’ideale è rivolgerti a un professionista specializzato, come un avvocato tributarista o esperto in diritto della riscossione. In particolare, l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo – autore di questa guida – è specializzato proprio in difesa dei debitori esattoriali e in gestione della crisi da debiti. Con la sua qualifica di cassazionista e gestore della crisi, è in grado di assisterti a 360 gradi: dal ricorso in Commissione Tributaria fino all’elaborazione di un piano di rientro o sovraindebitamento se necessario. Puoi contattarlo compilando il form o telefonando ai recapiti indicati di seguito. Il suo team multidisciplinare (avvocati e commercialisti) analizzerà rapidamente la tua intimazione e ti proporrà una strategia personalizzata. Non aspettare oltre: avere un alleato esperto in queste situazioni può risparmiarti errori costosi e darti la tranquillità di aver fatto tutto il possibile per difenderti.
Giurisprudenza aggiornata e riferimenti normativi recenti
(In questa sezione elenchiamo alcune delle più recenti sentenze e novità normative rilevanti, aggiornate a gennaio 2026, che hanno inciso sulla materia delle intimazioni di pagamento e della riscossione, così da offrire al lettore riferimenti autorevoli.)
- Cassazione, Sez. Unite, 16 ottobre 2024 n. 26817: ha confermato la natura dell’intimazione di pagamento quale atto assimilabile all’avviso di mora ex art. 50 DPR 602/73, chiarendo che la sua impugnabilità innanzi al giudice tributario è pacificamente ammessa ex art. 19 D.Lgs. 546/1992, sulla base della funzione svolta dall’atto (sollecito pre-esecutivo) . Le SS.UU. hanno risolto definitivamente il contrasto giurisprudenziale sul punto, ribadendo che conta la sostanza e non la denominazione formale dell’atto.
- Cassazione, Sez. Trib., 11 marzo 2025 n. 6436: ha sancito che l’impugnazione dell’intimazione non è facoltativa ma necessaria per contestare il credito, pena la cristallizzazione dell’obbligazione tributaria. In particolare, è stato affermato che l’intimazione ex art. 50 DPR 602/73 è autonomamente impugnabile ex art. 19, comma 1, lett. e) D.Lgs. 546/92, in quanto equiparata all’avviso di mora, e la mancata impugnazione preclude eccepire vizi (come la prescrizione) in sede di successivo pignoramento .
- Cassazione, Sez. Trib., 15 maggio 2024 n. 13207: ordinanza che ha chiarito che se il contribuente ha già tempestivamente impugnato l’atto impositivo presupposto (es: avviso di accertamento) ottenendone l’annullamento, non ha l’onere di impugnare anche gli atti successivi della riscossione (ingiunzioni, intimazioni) basati su quel titolo, in quanto l’accoglimento del primo ricorso travolge i successivi atti dipendenti . Ciò ribadisce che quando un debito viene annullato in sede di merito, i successivi atti esecutivi emessi su di esso perdono efficacia automaticamente.
- Cassazione, Sez. Trib., 10 luglio 2024 n. 18835: (ordinanza segnalata) ha affrontato il tema della giurisdizione e impugnabilità dell’intimazione, confermando l’orientamento che la stessa rientra tra gli atti tipici impugnabili e ha natura di atto della riscossione forzata. Inoltre ha evidenziato che, per contestare la legittimità della riscossione coattiva, il contribuente deve utilizzare gli strumenti propri (ricorso tributario o opposizione ex art. 615 c.p.c. in casi residuali) senza attendere la fase esecutiva avanzata .
- Corte di Appello di Firenze, 24 ottobre 2018 n. 2480: decisione (precedente, ma spesso citata) che, in linea con la Cassazione, ha confermato la legittimità dell’iscrizione di ipoteca esattoriale senza previa intimazione anche se era trascorso oltre un anno dalla cartella, in quanto l’ipoteca non è atto dell’esecuzione forzata bensì misura cautelare . Si tratta di un orientamento consolidato che delimita l’ambito di applicazione dell’art. 50 comma 2 DPR 602/73 ai soli atti esecutivi (pignoramenti).
- Cassazione, Sez. Unite, 30 settembre 2024 n. 26283: (in materia di sovraindebitamento) ha stabilito principi importanti sulla falcidia dei debiti fiscali nelle procedure di composizione della crisi, ribadendo che il giudice può omologare piani del consumatore e accordi anche con stralcio parziale di IVA e altri tributi non altrimenti condonabili, purché garantisca il rispetto della graduazione dei crediti. Questo a conferma che le procedure ex L.3/2012 possono incidere sui debiti tributari in modo significativo, offrendo al debitore esdebitazioni che comprendono anche ruoli esattoriali.
- Decreto Legge 15 marzo 2025 n. 29, convertito con L. 15/2025 (“Milleproroghe 2024”): ha introdotto la riammissione dei decaduti dalla Rottamazione-quater, permettendo a chi era inadempiente al 31/12/2024 di pagare entro il 31 luglio 2025 (anche a rate fino a novembre 2027) le somme dovute, riottenendo i benefici della definizione . Inoltre ha prorogato al 30 aprile 2025 i termini per presentare domanda di riammissione. Questa norma ha inciso su tante intimazioni inviate a fine 2023, perché molti debitori decaduti hanno potuto bloccare i pignoramenti riprendendo il piano agevolato.
- Legge 29 dicembre 2025 n. 199 (Legge di Bilancio 2026): ha previsto la nuova Definizione agevolata “Rottamazione-quinquies” per i carichi affidati dal 2000 al 2023, con esenzione dal pagamento di sanzioni, interessi e aggio . Termine di adesione 30/4/2026. Questa legge, entrata in vigore il 1° gennaio 2026, è fondamentale per i debitori attuali, poiché consente di sanare molti debiti intimati recentemente risparmiando sugli accessori e congelando le esecuzioni durante il pagamento.
- Cassazione, Sez. Trib., 19 aprile 2024 n. 10736: ha affermato che la mancata impugnazione dell’intimazione impedisce poi di far valere in giudizio eventi estintivi anteriori (pagamenti, prescrizioni) e rende definitiva la pretesa . È una delle pronunce coeve a Cass. 22108/2024 che vanno nella medesima direzione, sottolineando la “preclusione” derivante dall’acquiescenza all’intimazione.
(Le sentenze sopra citate – specialmente quelle del 2024/2025 – segnano un’evoluzione recente della giurisprudenza e sono state recepite nelle strategie difensive illustrate in questo articolo. Riguardo alle norme, abbiamo incluso gli ultimi interventi legislativi sino al 2026 che offrono soluzioni normative al debitore. È sempre consigliabile, tuttavia, aggiornarsi costantemente, poiché in materia fiscale le novità sono frequenti.)
Conclusione
Affrontare un’intimazione di pagamento prima del pignoramento può inizialmente intimorire, ma – come abbiamo visto in questa guida – esistono numerosi strumenti legali per difendersi efficacemente e proteggere i propri beni. Riassumendo i punti salienti: l’intimazione è un ultimo campanello d’allarme che non va mai ignorato, poiché prelude ad azioni esecutive rapide e potenzialmente dannose (blocco di conti, stipendi, ipoteche, ecc.). Tuttavia, il debitore informato e assistito può far valere una serie di difese: può contestare l’atto su vizi di merito (dalla prescrizione alle cartelle mai notificate) ottenendone l’annullamento in sede giudiziaria ; può sospendere o ritardare i pignoramenti attivando ricorsi e istanze cautelari o aderendo a soluzioni come la rateizzazione; può perfino ridurre significativamente il debito aderendo a rottamazioni o percorrendo procedure concorsuali che portano a stralci ed esdebitazioni.
Il valore di queste difese legali è enorme: grazie ad esse, molti contribuenti sono riusciti a evitare errori fatali, come pagare somme non dovute o vedere liquidati all’asta i propri beni per debiti in realtà contestabili. Ogni situazione è diversa, ma il messaggio unificante è che non bisogna rassegnarsi all’intimazione come a un fato inevitabile: al contrario, agire tempestivamente consente spesso di ribaltare la situazione a proprio favore. Abbiamo raccontato di casi in cui, grazie a un ricorso ben fondato, il contribuente ha visto dichiarare prescritto il suo debito e annullata l’intimazione ; oppure di persone che, tramite un piano del consumatore, hanno potuto ridurre drasticamente i debiti con il fisco salvando la casa e lo stipendio; o ancora di imprenditori che, seguiti da esperti negoziatori, hanno bloccato esecuzioni e trovato accordi sostenibili con i creditori. Questi esempi concreti mostrano il valore pratico delle soluzioni legali analizzate: difendersi è possibile e spesso porta risultati tangibili in termini di soldi risparmiati e serenità riconquistata.
È cruciale però agire in modo tempestivo e strategico. Il fattore tempo è determinante: prima ci si muove (nei 5 giorni, nei 60 giorni, ecc.), maggiori sono le chance di successo e minori i danni collaterali. Inoltre, navigare tra le varie opzioni richiede competenza: abbiamo visto quanti dettagli normativi e giurisprudenziali entrano in gioco, e come una singola svista possa compromettere un’intera difesa. Ecco perché rivolgersi a professionisti specializzati non è un lusso ma una necessità. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo team, con la loro esperienza nel campo tributario e della riscossione, sono in grado di valutare la tua situazione a 360 gradi, individuando subito la via d’uscita più efficace. Sia che si tratti di predisporre un ricorso d’urgenza per bloccare un pignoramento imminente, sia che occorra avviare una complessa procedura di composizione della crisi per debiti elevati, lo studio Monardo offre le competenze multidisciplinari giuste (legali e fiscali) per ogni scenario.
In conclusione, il messaggio che vogliamo lasciarti è questo: non sei da solo di fronte a un’intimazione di pagamento. Con le giuste conoscenze e il supporto di un avvocato esperto, puoi trasformare questa situazione da incubo in un percorso risolutivo. Il valore delle difese legali analizzate sta non solo nel fermare azioni ingiuste, ma nel darti l’opportunità di ristrutturare la tua posizione debitoria in modo equo e sostenibile, evitando di subire passivamente le conseguenze più dure della riscossione.
Se hai ricevuto un’intimazione o temi un pignoramento imminente, la cosa più importante è agire subito. Ogni giorno conta, e ogni scelta (o non scelta) può avere ripercussioni importanti. Non aspettare oltre: proteggi i tuoi diritti e i tuoi beni adesso.
👉 📞 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una consulenza personalizzata e immediata. Lui e il suo staff di avvocati e commercialisti sapranno analizzare la tua situazione, spiegarti con chiarezza quali strategie legali concrete puoi adottare e ti affiancheranno passo dopo passo per bloccare sul nascere pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi o altre azioni esecutive. Grazie alla loro esperienza professionale – dalla Cassazione alle procedure di sovraindebitamento – potrai affrontare il problema con serenità, consapevole di aver affidato la tua difesa a mani esperte. Agisci ora per tutelare ciò che hai costruito: con la giusta assistenza legale, difendersi da un’intimazione di pagamento si può, e spesso si traduce in un nuovo inizio verso la stabilità finanziaria.
