Ricorso Tributario: Come Fare con l’Avvocato nel 2026

Introduzione

Il ricorso tributario è uno strumento fondamentale per difendere i contribuenti da richieste fiscali indebite o errori dell’amministrazione finanziaria. Nel 2026 questo tema è più attuale che mai, poiché ignorare o gestire male un atto fiscale può comportare gravi rischi: dal lievitare di sanzioni e interessi, fino ad arrivare a ipoteche, fermi amministrativi sui veicoli o pignoramenti sui conti e sugli stipendi. Affrontare tempestivamente un atto del Fisco è dunque urgente e importante per evitare errori irreparabili. Ad esempio, non presentare un ricorso entro i termini di legge (60 giorni dalla notifica) comporta l’irrevocabile definitività della pretesa tributaria , precludendo ogni possibilità di contestazione successiva e aprendo la strada alle azioni esecutive.

Fortunatamente, l’ordinamento offre soluzioni legali efficaci per tutelare il contribuente. In questo articolo autorevole e aggiornato a gennaio 2026, esamineremo in dettaglio le principali strategie difensive e le novità normative per impugnare un avviso fiscale o una cartella esattoriale. In particolare vedremo: come contestare e sospendere un atto fiscale, quali sono i termini e le procedure passo-passo dopo la notifica, le possibili difese nel merito (vizi formali, errori di calcolo, prescrizioni, ecc.), e gli strumenti per definire il debito in via agevolata (dalle rottamazioni delle cartelle alle soluzioni per il sovraindebitamento). Non mancheranno consigli pratici per evitare gli errori più comuni e soluzioni alternative come piani di rientro o accordi con il Fisco.

Prima di addentrarci nella materia, è doverosa una presentazione del professionista che può assisterti in questo percorso: l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo staff multidisciplinare. L’Avv. Monardo è avvocato cassazionista, abilitato quindi al patrocinio dinanzi alla Corte di Cassazione, e coordina un team nazionale di avvocati tributaristi e commercialisti esperti in diritto bancario e tributario. Inoltre, l’Avv. Monardo vanta qualifiche specialistiche che lo rendono il partner ideale per affrontare anche le situazioni debitorie più complesse: è Gestore della Crisi da Sovraindebitamento (L. 3/2012) iscritto negli elenchi del Ministero della Giustizia e professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi). Questo significa che può assistere privati e piccoli imprenditori nell’elaborare piani del consumatore e procedure per ridurre o annullare i debiti. Inoltre è Esperto Negoziatore della Crisi d’Impresa ai sensi del D.L. 118/2021, figura introdotta per aiutare le aziende in difficoltà a negoziare con i creditori (incluso il Fisco) soluzioni per evitare il fallimento. In altre parole, l’Avv. Monardo e il suo team possono aiutarti a 360 gradi: dall’analisi dell’atto fiscale ricevuto, alla predisposizione di ricorsi tributari efficaci, fino alla richiesta di sospensioni immediate delle pretese e alla negoziazione di piani di rientro sostenibili o soluzioni giudiziali e stragiudiziali per uscire dall’indebitamento.

Questo articolo è pensato per essere chiaro e accessibile anche a imprenditori e privati non esperti, ma al contempo rigoroso nei riferimenti normativi e aggiornato alle ultime novità (compresa la recente Legge di Bilancio 2026 e le riforme fiscali in vigore da gennaio 2024). Adottando il punto di vista del debitore/contribuente, forniremo un taglio pratico: capiremo insieme cosa succede dopo la notifica di un atto fiscale, come reagire step-by-step, quali errori evitare e quando conviene valutare strumenti alternativi al ricorso. Troverai anche tabelle riepilogative, casi pratici e una sezione FAQ con le risposte ai dubbi più comuni.

Ricorda: con le giuste mosse legali è spesso possibile bloccare sul nascere cartelle pazze, fermi amministrativi, ipoteche e pignoramenti, oppure ridurre drasticamente le somme dovute. Se hai ricevuto un avviso dell’Agenzia delle Entrate o una cartella di pagamento, agire tempestivamente con l’aiuto di un professionista fa la differenza tra subire passivamente le pretese o far valere i tuoi diritti di contribuente. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo staff possono valutare subito la tua situazione, individuare vizi formali o sostanziali negli atti contestati e mettere in campo le strategie legali più efficaci per proteggere il tuo patrimonio.

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Contesto Normativo e Giurisprudenziale Aggiornato

Per comprendere come fare ricorso tributario nel 2026, è essenziale avere ben chiaro il quadro normativo attuale e le novità introdotte dalle recenti riforme. Negli ultimi anni il processo tributario italiano è stato oggetto di una profonda revisione legislativa, finalizzata a renderlo più equo e moderno. La riforma è partita con la Legge 31 agosto 2022 n. 130, ed è proseguita con l’attuazione della delega fiscale (L. 111/2023) tramite i Decreti Legislativi nn. 219 e 220 del 30 dicembre 2023 . Questi interventi normativi hanno segnato una svolta per il contenzioso tributario italiano , introducendo nuove garanzie per il contribuente e modifiche procedurali importanti, tra cui:

  • Obbligo del contraddittorio preventivo: ogni atto impositivo che incide negativamente sul contribuente deve ora essere preceduto da un contraddittorio “effettivo” con l’ufficio, pena la annullabilità dell’atto . Fanno eccezione solo gli atti meramente liquidatori/automatizzati o i casi di particolare urgenza per evitare il rischio per la riscossione . In pratica, dal 2023 il Fisco è tenuto a convocare il contribuente o comunque a permettergli di esporre le proprie ragioni prima di emettere avvisi di accertamento o provvedimenti analoghi, a meno che non si tratti di controlli formali automatici. Questa previsione, ispirata al principio europeo del contraddittorio, tutela il diritto di difesa già in fase amministrativa e costituisce un potente strumento difensivo: se l’ufficio notifica un atto senza aver prima attivato il contraddittorio quando era obbligatorio, il contribuente potrà chiederne l’annullamento per vizio di procedimento.
  • Utilizzo delle prove e fine del divieto di testimonianza: il nuovo processo tributario supera alcuni vecchi limiti probatori. Storicamente, nel giudizio tributario non era ammessa la prova testimoniale (né orale né scritta) e tutto si basava su documenti. Con la riforma, l’art. 7 del D.Lgs. 546/1992 è stato modificato: oggi il giudice tributario, se lo ritiene necessario, può ammettere la prova testimoniale in forma scritta . È stato previsto l’utilizzo di moduli di testimonianza scritta (in attesa di modulistica dedicata, si applica il modello del codice di procedura civile adattato al processo tributario) . In pratica, un testimone munito di firma digitale potrà rendere dichiarazioni scritte su un apposito modulo, da notificare e depositare telematicamente . Si tratta di una novità epocale: pur restando vietato il giuramento, ora anche nel processo tributario è possibile acquisire testimonianze (sia pur con garanzie e formalità) su fatti rilevanti. Ciò amplia le possibilità difensive del contribuente, che potrà fornire dichiarazioni di terzi a proprio favore nei casi in cui manchino documenti. La Corte di Cassazione ha già avuto modo di pronunciarsi su questioni probatorie delicate: ad esempio con la sentenza Cass. Sez. V n. 8452 del 31 marzo 2025 ha affermato che non esiste un principio generale di inutilizzabilità nel processo tributario per elementi di prova acquisiti irritualmente altrove, salvo che siano stati lesi diritti fondamentali (es. libertà personale, domicilio) . In altre parole, se il Fisco ottiene documenti da un procedimento penale o attraverso modalità “irrituali”, tali prove sono utilizzabili nel giudizio tributario in mancanza di un espresso divieto normativo e purché non violino diritti costituzionali. Questo orientamento giurisprudenziale conferma la tendenza ad ampliare il ventaglio delle prove ammissibili a vantaggio della ricerca della verità materiale, riducendo i formalismi che prima potevano favorire l’amministrazione finanziaria.
  • Processo tributario telematico obbligatorio: un’altra importante innovazione è l’estensione a regime delle modalità telematiche per tutti gli atti del processo. Già da qualche anno era possibile (e poi gradualmente obbligatorio) notificare e depositare ricorsi tramite il Portale della Giustizia Tributaria (SIGIT). Dal 2023 il processo telematico è divenuto la regola: i ricorsi e gli appelli si presentano online, le comunicazioni avvengono via PEC, e anche le udienze possono tenersi da remoto (in video-conferenza) quando opportuno . Ciò rende più efficiente il contenzioso, riducendo tempi e costi di spostamento, e consente di seguire il proprio fascicolo elettronico in tempo reale. Per il contribuente questo significa poter gestire il ricorso anche a distanza, con l’assistenza del proprio legale, e ricevere le notifiche degli atti (come l’avviso di udienza o la sentenza) direttamente via posta elettronica certificata.
  • Giudici tributari professionali e giudice monocratico: la riforma della giustizia tributaria (L. 130/2022) ha previsto il graduale passaggio a giudici tributari professionali a tempo pieno, per rafforzare l’indipendenza e la competenza delle Corti di Giustizia Tributaria (nuova denominazione delle ex Commissioni Tributarie). Inoltre, è stata introdotta la figura del giudice monocratico in primo grado per le controversie di modico valore. In base alla normativa vigente, le Corti di giustizia tributaria di primo grado decidono in composizione monocratica le controversie di valore fino a 5.000 euro (soglia elevata rispetto ai 3.000 euro inizialmente previsti, per ampliare i casi di giudizio più rapido). Sono escluse dal giudice singolo però le liti relative a materie particolari (es. classamento di immobili, valore catastale) anche se di importo basso . Lo scopo è velocizzare la definizione delle liti minori, evitando che collegi di tre giudici debbano occuparsi di cause dal valore economico esiguo. Va ricordato che per valore della controversia si intende l’importo del tributo contestato al netto di sanzioni e interessi . Importante: per le liti fino a 3.000 euro rimane facoltativa l’assistenza tecnica di un difensore abilitato (il contribuente può stare in giudizio da solo) , mentre per importi superiori è obbligatorio farsi assistere da un avvocato o commercialista abilitato. In ogni caso, anche nelle cause “piccole” è consigliabile avvalersi di un esperto, dato che una gestione inesperta può compromettere l’esito anche quando si ha ragione.
  • Abolizione del reclamo-mediazione obbligatoria: una svolta a favore della semplificazione è stata l’eliminazione, a partire dal 2024, dell’istituto del reclamo/mediazione tributaria obbligatoria. Questo strumento (introdotto dal 2011) prevedeva che, per le liti di valore fino a €50.000, il contribuente dovesse presentare un’istanza di reclamo all’ente impositore prima di poter proporre ricorso in Commissione, con conseguente attesa di 90 giorni. La delega fiscale 2023 aveva previsto il suo superamento, attuato dal D.Lgs. 30 dicembre 2023 n. 220. In particolare, dal 4 gennaio 2024 la fase del reclamo-mediazione è stata completamente eliminata . Come chiarito anche dal MEF, non esiste più l’obbligo di esperire un tentativo di mediazione per le controversie di modico valore . Di conseguenza, oggi il contribuente può agire subito in giudizio dopo la notifica dell’atto, senza dover attendere i 90 giorni di esito del reclamo. Questa novità riduce i tempi per ottenere una pronuncia giurisdizionale e restituisce alla difesa del contribuente un carattere più incisivo sin dall’inizio. È bene però evidenziare che la mediazione “facoltativa” rimane possibile: nulla vieta al contribuente, anche senza obbligo, di cercare un accordo transattivo con l’Ufficio (magari tramite una conciliazione in giudizio) qualora conveniente. Inoltre, l’abolizione del reclamo è stata accompagnata da un potenziamento di strumenti deflattivi alternativi, come vedremo, ad esempio rendendo più efficaci l’autotutela e l’accertamento con adesione.
  • Autotutela tributaria “obbligatoria”: un aspetto di rilievo del nuovo Statuto del Contribuente (modificato dal D.Lgs. 219/2023) è aver previsto casi in cui l’amministrazione finanziaria ha il dovere di annullare d’ufficio atti impositivi palesemente illegittimi. Il nuovo art. 10-quater della L. 212/2000 (Statuto) elenca sette ipotesi di “errore manifesto” in presenza dei quali il Fisco deve procedere all’annullamento, in tutto o in parte, dell’atto, anche senza istanza di parte e perfino se l’atto è definitivo . Queste ipotesi comprendono: errore di persona, errore di calcolo, errore sul soggetto passivo del tributo, errore materiale del contribuente riconoscibile dall’ufficio, errore sul presupposto d’imposta, mancata considerazione di pagamenti di imposta già effettuati, e mancanza di documentazione successivamente sanata entro termini di legge . In sostanza, se un avviso di accertamento presenta uno di questi vizi macroscopici (es: notificato alla persona sbagliata, oppure l’ufficio non ha tenuto conto di un versamento che il contribuente aveva regolarmente effettuato), l’ufficio ha l’obbligo di correggere o annullare l’atto. Questa è una conquista importante per il contribuente, perché trasforma l’autotutela da potere discrezionale a diritto del contribuente in tali casi evidenti. Ovviamente restano le altre situazioni in cui l’autotutela è facoltativa (nuovo art. 10-quinquies L.212/2000), ossia a discrezione dell’ente, ma la previsione di doveri specifici di annullamento rafforza la tutela del cittadino contro gli errori grossolani del Fisco. È stata anche prevista una correlata tutela giurisdizionale: dal 4 gennaio 2024 è possibile impugnare il diniego (espresso o tacito) dell’autotutela obbligatoria e persino il diniego espresso dell’autotutela facoltativa dinanzi al giudice tributario . In particolare, l’art. 1 comma 1 lett. i) del D.Lgs. 220/2023 ha modificato l’art. 19 D.Lgs. 546/92 (che elenca gli atti impugnabili) aggiungendo le lettere g-bis e g-ter, le quali consentono il ricorso contro: “il rifiuto espresso o tacito sull’istanza di autotutela nei casi di cui all’art. 10-quater L.212/2000” e “il rifiuto espresso sull’istanza di autotutela nei casi di cui all’art. 10-quinquies L.212/2000” . Ciò significa che se il contribuente presenta un’istanza di annullamento in autotutela per un errore manifesto e l’ufficio non risponde entro 90 giorni (silenzio-rifiuto) o risponde negativamente, si può proporre ricorso entro 60 giorni contro tale diniego . È una “codificazione” di quanto la Cassazione già ammetteva in via interpretativa, ma con limiti: ora è nero su bianco il diritto di far valutare al giudice il comportamento dell’ente che nega l’autotutela dovuta. Attenzione però: il giudice tributario in caso di ricorso avverso il diniego di autotutela non annulla direttamente l’avviso originario, ma può dichiarare illegittimo il rifiuto e ordinare all’ufficio di riesaminare la situazione. Resta fermo che questa possibilità di recupero è limitatissima ai casi elencati di errore palese; per gli atti ormai definitivi senza vizi evidenti, purtroppo, fuori termine non c’è rimedio giudiziario.
  • Altre novità: la riforma ha introdotto anche ulteriori elementi, come ad esempio la previsione del “concordato preventivo biennale” (una nuova forma di accordo fiscale per gli anni d’imposta futuri, riservata a contribuenti virtuosi), il potenziamento dell’adempimento collaborativo per le grandi imprese (regime di cooperazione con il Fisco), e la regola del “giusto processo tributario” con nuove norme sull’imparzialità e indipendenza dei giudici tributari. Inoltre, è stata modificata la disciplina delle prove nel giudizio di appello: il D.Lgs. 130/2022 aveva stabilito che in secondo grado non si possono più produrre nuovi documenti se non in casi eccezionali, allineando il processo tributario al modello “a prova limitata” dell’appello civile. Questa regola, applicabile ai giudizi instaurati dal 2023, è però stata oggetto di un importante intervento della Corte Costituzionale: con la sentenza n. 36 del 27 marzo 2025 la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittima la norma nella parte in cui la faceva valere anche per appelli relativi a processi iniziati prima della riforma . In pratica la Corte Costituzionale – riconoscendo una lesione del diritto di difesa (art. 24 Cost.) – ha stabilito che le nuove limitazioni probatorie in appello non possono incidere su chi aveva iniziato il primo grado quando ancora era ammessa la produzione di nuovi documenti in secondo grado . Questa decisione garantisce che i contribuenti già in giudizio non perdano diritti processuali a causa di un cambio delle regole a partita iniziata.

In sintesi, il 2026 vede un contenzioso tributario profondamente rinnovato e più “bilanciato”: da un lato maggiori tutele per il contribuente (obbligo di ascolto, autotutela doverosa, possibilità di portare testimoni e impugnare i dinieghi dell’ufficio, ecc.), dall’altro procedure più snelle e digitalizzate (niente mediazione obbligatoria, processi telematici, giudice singolo per le liti minori). Questa cornice normativa aggiornata sarà la base per affrontare al meglio un ricorso tributario. Nel prossimo paragrafo, vedremo passo dopo passo cosa fare quando si riceve un atto fiscale e come si svolge la procedura del ricorso.

Procedura Passo-Passo dopo la Notifica di un Atto Fiscale

Ricevere una busta verde contenente un avviso dell’Agenzia delle Entrate o una cartella di pagamento può generare ansia e confusione. È importante invece mantenere la calma e agire con metodo. Vediamo quali passi seguire e in che tempistiche, dal momento in cui l’atto viene notificato fino all’eventuale fase processuale:

1. Verifica dell’atto e della notifica: appena ricevi un atto fiscale (come un avviso di accertamento, una cartella esattoriale di Agenzia Entrate Riscossione, un avviso di addebito INPS, un provvedimento di diniego rimborso, ecc.), controlla attentamente di cosa si tratta. Leggi il titolo dell’atto e l’ente emittente. È fondamentale capire la natura: un avviso di accertamento contiene una pretesa tributaria nuova (es: maggior IRPEF accertata), mentre una cartella di pagamento di solito richiede somme derivanti da atti precedenti (accertamenti divenuti definitivi, omessi versamenti da dichiarazione, sanzioni, ecc.). Verifica la data di notifica: potrebbe essere indicata sull’atto stesso (relata di notifica) o, se ricevuto per raccomandata, corrisponde alla data di ricezione. Annota questa data, perché da essa decorrono i termini per reagire. Se la notifica è avvenuta via PEC, la data è quella della ricevuta di consegna. Controlla anche che la notifica sia stata fatta in modo regolare (es.: se a mezzo posta, devono essere rispettate le regole sulla consegna o giacenza; se al domicilio digitale, deve essere stata inviata all’indirizzo PEC corretto). Vizi di notifica possono essere motivo di ricorso, ma comunque non affidarti solo su questo: anche un vizio di notifica va eccepito entro i termini, altrimenti l’atto diventa definitivo. Se hai dubbi sulla validità della notifica, è bene consultare subito un legale che verifichi se ci sono irregolarità (come notifica a indirizzo errato, a soggetto diverso, omessa comunicazione di giacenza, ecc.).

2. Calcolo dei termini per agire: in generale, il termine per presentare ricorso tributario è di 60 giorni dalla notifica dell’atto . Attenzione: i 60 giorni si contano in giorni “solari” (non lavorativi), includendo sabati e domeniche. Se il termine scade di sabato o festivo, è prorogato al primo giorno lavorativo successivo. Inoltre, dal 1° agosto al 31 agosto di ogni anno c’è la sospensione feriale dei termini processuali, quindi i termini che cadono in quel periodo sono sospesi e ricominciano a decorrere da settembre (questo può estendere il tuo termine di ricorso se ricade su agosto). Oltre al termine di impugnazione, c’è anche il termine per costituirti in giudizio: una volta notificato il ricorso all’ente impositore, hai 30 giorni di tempo per depositarlo (telematicamente) presso la Corte di giustizia tributaria competente, a pena di inammissibilità . In pratica: – Entro 60 giorni notifichi il ricorso (via PEC o tramite ufficiale giudiziario/posta); – Entro i 30 giorni successivi procedi al deposito telematico sul portale della giustizia tributaria con relativa documentazione (ricorso, atto impugnato, prova della notifica, procura all’avvocato, etc.). Questi termini sono tassativi. Un errore comune è credere che basti spedire il ricorso entro 60 giorni: no, occorre poi costituirsi depositandolo, altrimenti il ricorso – pur spedito in tempo – non verrà esaminato dal giudice perché non perfezionato. Per questo è consigliabile affidarsi a un avvocato, il quale si occuperà di rispettare ogni scadenza e formalità.

<small>Tabella 1: Principali termini del ricorso tributario</small>

Fase/AttoTermine ordinarioRiferimento Normativo
Notifica del ricorso all’ente (Agenzia Entrate/Ader)Entro 60 giorni dalla notifica dell’atto impugnato (sospesi dall’1 al 31 agosto)Art. 21, c.1 D.Lgs. 546/1992
Costituzione in giudizio (deposito ricorso)Entro 30 giorni dalla data di notifica del ricorso all’enteArt. 22, c.1 D.Lgs. 546/1992
Richiesta di accertamento con adesione (facoltativa)Entro 60 giorni dalla notifica dell’atto (opzionale) – sospende i termini di ricorso per 90 giorniArt. 6, c.3 D.Lgs. 218/1997
Istanza di sospensione al giudiceContestuale al ricorso o anche dopo (purché prima dell’udienza) – il Presidente fissa udienza entro 30 ggArt. 47, c.2 D.Lgs. 546/1992
Appello (secondo grado)Entro 60 giorni dalla notifica della sentenza di primo gradoArt. 51, c.1 D.Lgs. 546/1992
Ricorso per CassazioneEntro 60 giorni dalla notifica della sentenza di secondo gradoArt. 62 D.Lgs. 546/1992 (rinvio a CPC)

Nota: se presenti istanza di accertamento con adesione, i 60 giorni per il ricorso sono sospesi per 90 giorni + ulteriori 30 giorni finali : in pratica hai fino a 150 giorni circa per fare ricorso (60 + 90 sospensione + 30), se l’adesione non si conclude con un accordo.

3. Valutazione delle opzioni pre-contenziose: prima di presentare ricorso, valuta con l’avvocato se esistono strade deflative o soluzioni alternative al giudizio immediato. In questa fase, le opzioni sono: – Accertamento con adesione: è un procedimento di conciliazione con l’ufficio, previsto dal D.Lgs. 218/1997. Puoi presentare un’istanza di adesione entro 60 giorni dalla notifica dell’accertamento. Ciò sospende per 90 giorni i termini del ricorso e ti consente di discutere col Fisco il merito della pretesa. Se si raggiunge un accordo, l’atto viene rideterminato con un’eventuale riduzione delle imposte dovute e delle sanzioni (le sanzioni scendono a 1/3 del minimo). Ad esempio, se l’Agenzia ti contesta redditi non dichiarati per €100.000 con imposta €23.000 e sanzione 100%, in sede di adesione potresti concordare un importo minore e in ogni caso pagheresti la sanzione al 1/3 (33% invece di 100%). L’adesione si perfeziona col pagamento (anche rateale in 8 rate trimestrali per importi elevati). Se l’accordo non si trova, potrai comunque fare ricorso entro i 30 giorni successivi i 90 di sospensione. L’adesione è utile se ci sono margini di trattativa o errori riconoscibili anche dall’ufficio: può evitare il processo, ottenendo sconti su sanzioni. Va però ponderata: se la posizione è totalmente infondata o si tratta di questioni di diritto controverse, spesso il ricorso resta la via migliore. – Autotutela: come visto, se l’atto presenta un errore palesemente riconoscibile (esempio tipico: la cartella include un tributo già pagato, oppure un avviso di addebito INPS per un soggetto deceduto), si può presentare una istanza in autotutela all’ente chiedendo l’annullamento. Oggi l’autotutela è obbligatoria per l’ufficio nei casi di art. 10-quater Statuto . Conviene allegare le prove dell’errore (ricevuta del pagamento effettuato, certificato di decesso, ecc.). L’ente potrebbe annullare l’atto d’ufficio abbastanza celermente se riconosce l’errore. Se però non risponde o rifiuta, non aspettare oltre i termini di ricorso! Bisogna comunque predisporre ricorso nei 60 giorni, eventualmente inserendo tra i motivi anche l’istanza di autotutela ignorata. Dal 2024, come detto, è anche possibile impugnare direttamente il diniego di autotutela (espresso o tacito) in quanto atto impugnabile , ma è più prudente, se i termini stringono, impugnare l’atto originario anziché attendere solo la risposta dell’ufficio. L’autotutela resta comunque un’opzione da tentare subito per errori lampanti, perché se l’ufficio la accoglie, il problema si risolve alla radice senza contenzioso. L’Avv. Monardo e il suo team, forti dell’esperienza con l’amministrazione, sapranno redigere istanze di autotutela efficaci evidenziando i profili normativi di obbligo di annullamento. – Istanza di sospensione all’Agente della Riscossione: se hai ricevuto una cartella esattoriale o un avviso di intimazione di pagamento e ritieni che il debito sia inesigibile (ad esempio perché hai un ricorso già pendente su quell’importo, o hai chiesto una definizione agevolata), puoi presentare un’istanza di sospensione della riscossione direttamente all’Agente della Riscossione (Agenzia Entrate Riscossione). Dal 2013 esiste una procedura amministrativa per cui, in specifici casi (pagamento effettuato, sgravio già deciso, prescrizione, ricorso pendente, ecc.), l’Agente sospende le azioni esecutive in attesa di verifiche. Devi presentare un modulo con le prove. Se entro 220 giorni l’Agente non risponde, l’istanza si considera accolta. Questa mossa può essere utile per congelare fermi o pignoramenti in corso nel frattempo che prepari il ricorso in Commissione. – Valutazione di definizioni agevolate o sanatorie: assicurati di verificare se per il tipo di atto o annualità ci sono possibilità di definizioni agevolate introdotte da normative recenti (come la “tregua fiscale” delle Leggi di Bilancio). Ad esempio, per gli avvisi di accertamento 2021-22 la L. 197/2022 (Bilancio 2023) aveva previsto la definizione agevolata degli avvisi bonari con sanzioni ridotte al 3%. Oppure la stessa legge consentiva la definizione delle liti pendenti con il Fisco pagando una percentuale in base all’esito (100% se il contribuente aveva perso, 40% se aveva vinto in primo grado, 15% se aveva vinto in secondo grado) . Queste finestre si aprono periodicamente: nel 2026 ad esempio è stata introdotta una nuova Rottamazione-quater/quinqies delle cartelle (di cui diremo più avanti). Se il tuo caso rientra, potrebbe convenire aderire alla sanatoria piuttosto che fare causa. Un avvocato aggiornato saprà dirti subito se c’è qualche “pace fiscale” applicabile alla tua situazione contingente.

4. Preparazione del ricorso tributario: se non si definisce prima, occorre procedere con il ricorso alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado (ex Commissione Tributaria Provinciale). Questa è l’attività centrale in cui l’assistenza di un avvocato tributarista fa la differenza. Il ricorso è un atto scritto che deve rispettare determinati requisiti formali (art. 18 D.Lgs. 546/92): indicare la Corte adita, le parti, l’atto impugnato, i motivi di ricorso (ossia le contestazioni di legittimità e/o merito mosse all’atto), l’eventuale istanza di sospensione, la data di notificazione dell’atto e la firma del difensore (o del contribuente stesso se sta in proprio entro €3.000). L’Avv. Monardo, ad esempio, analizzerà in dettaglio l’atto impugnato e tutti i documenti correlati per individuare i motivi validi di ricorso. I motivi possono essere formali/procedurali (es.: notifica nulla, difetto di motivazione dell’atto, violazione del contraddittorio obbligatorio, incompetenza dell’ufficio, decadenza dei termini di accertamento) e sostanziali (es.: i calcoli sono errati, il tributo non è dovuto per interpretazione della norma, doppia imposizione, errata applicazione di norme, prescrizione intervenuta, ecc.). Spesso si sollevano più motivi alternativi o subordinati, per coprire ogni profilo. È fondamentale citare nel ricorso i riferimenti normativi corretti (leggi, articoli) e anche la giurisprudenza di supporto: sentenze di Cassazione o CTR a favore della tesi del contribuente. Un ricorso ben argomentato mette il giudice nella condizione di capire chiaramente perché l’atto impugnato è illegittimo o infondato. Nel ricorso si può anche chiedere espressamente la trattazione in pubblica udienza (altrimenti il processo potrebbe svolgersi in camera di consiglio, cioè senza discussione orale, se nessuna delle parti la richiede). Di solito, per questioni complesse, è preferibile chiedere l’udienza pubblica per poter eventualmente esporre oralmente il caso. Contestualmente al ricorso, si prepara la procura alle liti con cui il contribuente delega l’avvocato alla difesa tecnica, procura che va sottoscritta e allegata.

5. Notifica del ricorso e costituzione in giudizio: predisposto il ricorso, occorre notificarlo all’ente che ha emesso l’atto (ad esempio Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale X, oppure Agenzia Entrate Riscossione regionale, o il Comune per tributi locali). Oggi la notifica avviene preferibilmente via PEC, inviando il ricorso firmato digitalmente all’indirizzo PEC ufficiale dell’ente (reperibile da registri pubblici). In alternativa si può far notificare a mezzo ufficiale giudiziario o raccomandata a/r. Una volta notificato, si ottiene la prova (ricevuta PEC di consegna, o relata di notifica). A questo punto bisogna depositare il ricorso (costituzione): attraverso il portale telematico GIUSTIZIA TRIBUTARIA, l’avvocato inserisce il ricorso e gli allegati in formato PDF firmati digitalmente, indicando gli estremi. Si paga anche un contributo unificato (il “bollo” per il ricorso) il cui importo varia in base al valore della lite: ad esempio €30 per liti fino a €2.582, €60 fino a €5.000, €120 fino a €25.000, e così via a scaglioni crescenti (oltre €200.000 è €1.500). Senza pagamento del contributo, il ricorso è procedibile ma l’importo verrà recuperato. Completata la costituzione telematica, il fascicolo è creato e la controparte (ente impositore) potrà accedervi. Da questo momento, inizia il processo tributario vero e proprio.

6. Fase di attesa e scambio di memorie: dopo la costituzione, la palla passa all’ente resistente (Agenzia Entrate o chi per esso), che ha 60 giorni per depositare memoria di costituzione con le sue controdeduzioni. Nella pratica, l’ente spesso si costituisce con una memoria in cui difende la legittimità dell’atto impugnato, replica ai motivi del ricorso e deposita i documenti su cui si è basato (esempio: nel caso di un accertamento, allegherà il PVC della Guardia di Finanza, le risultanze istruttorie, ecc.). Il contribuente ha poi facoltà di depositare memorie successive: ad esempio, fino a 10 giorni liberi prima dell’udienza si può depositare una memoria integrativa per replicare a difesa (magari confutando nuovi documenti portati dall’ufficio) e fino a 5 giorni prima dell’udienza una brevissima memoria di replica agli ultimi argomenti. Queste sono facoltative ma spesso utili per ribadire le proprie ragioni alla luce di cosa sostiene l’ente. Durante l’attesa dell’udienza, se non l’hai già fatto con il ricorso, è possibile presentare un’istanza di sospensione cautelare dell’atto impugnato. Approfondiamo questo punto importante:

Sospensione dell’atto impugnato: il ricorso non blocca automaticamente la richiesta di pagamento. In particolare, se impugni un avviso di accertamento esecutivo, trascorsi 60 giorni dalla notifica l’Agenzia delle Entrate può già iscrivere a ruolo 1/3 delle imposte accertate e affidarle all’Agente per la riscossione, a meno che tu non abbia ottenuto una sospensione . E se impugni una cartella, essa è già esecutiva di suo. Quindi, per evitare che nel mentre arrivi una cartella o parta un pignoramento, occorre chiedere al giudice tributario la sospensione provvisoria dell’atto. L’istanza di sospensione si può inserire nel ricorso (in apertura, tra le richieste) o presentare con atto separato dopo il deposito del ricorso ma comunque prima che il Tribunale decida in merito. Devi indicare i motivi per cui l’atto ti causa un danno grave e irreparabile e le ragioni di fondatezza del ricorso (fumus boni iuris). Ad esempio: se ti chiedono €200.000 e tu non li hai, l’esecuzione metterebbe in pericolo la tua azienda o la tua casa (grave danno); inoltre il ricorso ha buone probabilità di successo perché, ad esempio, l’accertamento è nullo per difetto di firma (fumus). Il Presidente del tribunale fissa d’ufficio l’udienza per la trattazione dell’istanza entro 30 giorni ; in pratica verrai convocato a breve. Nella maggioranza dei casi, la sospensione viene decisa in camera di consiglio con ordinanza motivata. Se accordata, blocca l’obbligo di pagamento fino alla pubblicazione della sentenza di primo grado (o per un periodo stabilito dal giudice). Se negata, l’ente potrà procedere a riscuotere (ma si può riprovare a chiedere sospensione in appello in caso di vittoria parziale dell’ente). Nota: la sospensione giudiziale non è automatica, va motivata bene. L’Avv. Monardo ha una solida esperienza nel predisporre istanze di sospensione efficaci, corredate da documenti (es. bilanci, certificati medici, prove della situazione di difficoltà) per convincere il giudice della gravità del danno. Inoltre, ricorda che la presentazione della domanda di adesione alla Rottamazione (Definizione agevolata) sospende di diritto le eventuali azioni di recupero in corso : su questo torneremo, ma è un ulteriore modo per “congelare” la riscossione.

7. Discussione in udienza e decisione: una volta giunti all’udienza (che può essere fissata in tempi variabili: indicativamente 6-12 mesi dalla costituzione, ma dipende dal carico della Corte e dall’urgenza), il ricorso viene trattato. Se è prevista l’udienza pubblica, l’avvocato del contribuente e il funzionario dell’ente potranno brevemente esporre le proprie ragioni davanti al Collegio giudicante. Se invece si procede in camera di consiglio, la decisione avverrà sulla base degli atti scritti senza discussione orale (ma l’esito non dovrebbe cambiare se le difese scritte sono chiare). Terminata la camera di consiglio, i giudici emettono una sentenza. La sentenza può essere lettaper esteso subito oppure pubblicata entro 30 giorni. Nel processo tributario spesso la si deposita qualche giorno dopo l’udienza. Cosa può decidere la Corte? Può: – Accogliere il ricorso (totalmente o parzialmente): ciò comporta l’annullamento dell’atto impugnato in tutto o in parte. Ad esempio, se impugnavi una cartella da €50.000 e il ricorso è accolto, la cartella viene annullata; se è accolto parzialmente, magari viene annullata in parte (riduzione dell’importo dovuto). In caso di accoglimento, di solito il giudice condanna l’ente al pagamento delle spese legali (salvo compensazione se la materia è incerta). Questo significa che potresti ottenere un rimborso per le spese sostenute (entro i parametri di legge). – Respinge il ricorso: confermando la legittimità dell’atto. In tal caso l’atto fiscale diventa definitivo e dovrai pagare quanto dovuto (al netto magari di quanto già versato in pendenza di giudizio). Se il ricorso era palesemente infondato, potresti essere condannato tu alle spese a favore dell’ufficio. – Dichiara il ricorso inammissibile/improcedibile: se c’è un vizio procedurale (es: ricorso presentato fuori termine, oppure notificato a soggetto sbagliato, o mancata costituzione nei 30 gg). Ecco perché la forma è importante. – Cessata materia del contendere o conciliazione: se nelle more hai definito l’accertamento (es. aderito alla rottamazione o trovato un accordo), il giudizio può estinguersi.

La sentenza di primo grado non è quasi mai la parola fine. Entrambe le parti, se soccombenti in tutto o in parte, possono appellare in secondo grado, davanti alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado (ex Commissione Regionale). L’appello va fatto entro 60 giorni dalla notifica della sentenza di primo grado. Notare: a differenza del processo civile, qui la notifica della sentenza non avviene d’ufficio, quindi di solito è la parte vittoriosa che notifica la sentenza alla controparte per fare decorrere il termine breve di 60 gg; altrimenti, se nessuno la notifica, c’è un termine lungo di 6 mesi dal deposito per impugnare.

Pagamento in pendenza di giudizio: un elemento da tener presente è che, per effetto di normative di qualche anno fa, anche in pendenza di giudizio il contribuente può essere tenuto a pagare una parte del tributo se non c’è sospensione. Ad esempio, per gli avvisi di accertamento emessi dal 2018, dopo il ricorso il Fisco può esigere il pagamento provvisorio pari al 1/3 delle imposte accertate (oltre interessi) . Se poi il contribuente perde in primo grado, deve versare complessivamente 2/3 del tributo per poter proseguire in appello (il restante terzo viene riscosso dopo l’eventuale sconfitta definitiva in Cassazione). Questo meccanismo serve a tutelare l’Erario da dilazioni eccessive. Tuttavia, se ottieni la sospensione in ogni grado, questi pagamenti sono sospesi. Nel caso delle cartelle esattoriali, di solito si riferiscono a importi già definitivi, quindi se non paghi l’Agente può agire subito: in tal caso la sospensione dal giudice è l’unico strumento per evitare l’esecuzione durante il giudizio.

8. Esecuzione provvisoria e tutela in sede di riscossione: se la sentenza di primo grado ti è favorevole, essa è immediatamente esecutiva in tuo favore. Significa che puoi chiederne l’ottemperanza: ad esempio, se avevi pagato provvisoriamente 1/3 e vinci, l’Agenzia delle Entrate dovrà restituire (con interessi) quanto versato. Viceversa, se perdi, l’ente può procedere a riscuotere quanto dovuto. È essenziale dunque, in caso di soccombenza, valutare immediatamente l’appello e contestualmente (se non già fatto) chiedere sospensione all’organo di secondo grado per evitare esecuzioni forzate in corso di appello.

Questi sono i passi generali. Ogni fase ha le sue complessità tecniche, ma avere al fianco un legale esperto garantisce il rispetto dei tempi e l’uso appropriato di ogni strumento procedurale a tuo vantaggio. Nel prossimo capitolo entreremo nel dettaglio delle difese e strategie legali, ovvero quali argomenti e strumenti si possono utilizzare per vincere un ricorso tributario o comunque ottenere un esito favorevole (annullamento, riduzione o definizione del debito). Capiremo anche quali errori comuni evitare nella fase di difesa.

Difese e Strategie Legali del Contribuente

Affrontare un ricorso tributario con successo richiede non solo di rispettare i tempi e le forme, ma soprattutto di adottare le giuste strategie difensive. In questa sezione analizziamo le principali difese invocabili e gli strumenti a disposizione del contribuente (e del suo avvocato) per impugnare, sospendere, contestare o definire il debito tributario. Inoltre forniremo consigli pratici e segnaleremo gli errori più comuni in cui incappano i contribuenti, così da evitarli.

Contestare la legittimità dell’atto: vizi formali e procedurali

Spesso la prima linea di difesa in un ricorso è verificare se l’atto fiscale presenti vizi formali o di procedura, che possono comportarne la nullità o annullabilità. Eccone alcuni tra i più frequenti:

  • Notifica irregolare o nulla: come accennato, un vizio nella notifica (ad esempio, mancato invio della raccomandata informativa in caso di notifica a soggetto diverso, errato indirizzo, notifica per PEC non conforme alle regole) può rendere giuridicamente inesistente la notifica. Ciò ha due effetti possibili: se l’atto non è mai giunto a conoscenza del contribuente in modo valido, non decorrono i 60 giorni per impugnarlo; se invece è arrivato (anche se con vizio), va comunque impugnato eccependo il vizio e chiedendo l’annullamento. La Cassazione ha più volte ribadito che la notifica invalida impedisce all’atto di divenire definitivo. Ad esempio, se scopri di avere un debito perché ti mostrano un estratto di ruolo e tu non hai mai ricevuto quella cartella, hai diritto di impugnare il ruolo/cartella non notificata appena ne hai conoscenza (secondo SS.UU. 19704/2015) . Errore da evitare: ignorare un atto pensando “non me l’hanno notificato correttamente, quindi non vale”: devi comunque far valere l’eccezione in sede di ricorso, altrimenti col tempo quell’atto produrrà effetti.
  • Difetto di motivazione: ogni avviso di accertamento deve per legge contenere l’“indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche” che lo fondano (art. 7 L.212/2000, art. 42 DPR 600/73). Se l’atto non spiega adeguatamente perché ti chiede certe somme, è annullabile per difetto di motivazione. Ad esempio, un accertamento che si limiti a dire “Reddito ricostruito in €50.000” senza spiegare come è stato ricavato quel numero (indagini finanziarie? studi di settore? controlli incrociati?) viola il tuo diritto a comprendere e quindi difenderti. Attenzione però: la motivazione può essere anche “per relationem”, ovvero fatta rinviando a un altro atto (tipicamente il Processo Verbale di Constatazione della Guardia di Finanza) purché tale atto sia allegato o già noto al contribuente. Molti ricorsi vincenti si basano su motivazione insufficiente: se l’accertamento non convince per genericità o mancanza di nesso logico tra fatti e conclusioni, va attaccato sotto questo profilo.
  • Violazione del contraddittorio: come detto, per molti atti dal 2023 è obbligatorio aver preventivamente invitato il contribuente a fornire chiarimenti (contraddittorio endoprocedimentale). Se l’ufficio non lo ha fatto, chiedi l’annullamento invocando la nuova norma che prevede la nullità per mancata attivazione del contraddittorio . Ciò è particolarmente rilevante, ad esempio, negli accertamenti conseguenti a verifiche fiscali: ormai la prassi prevede sempre l’invito a comparire prima di emettere l’avviso. Se così non fosse stato, è un punto a tuo favore. Anche in passato la Cassazione (sent. 701/2019) aveva ritenuto nullo un accertamento emesso senza contraddittorio in materia di tributi armonizzati (IVA) in assenza di urgenza.
  • Incompetenza o difetto di potere: l’accertamento deve essere emanato dall’ufficio finanziario territorialmente competente e firmato da un funzionario munito di poteri. Se per caso l’atto provenisse da ufficio incompetente (es.: Direzione Regionale anziché Provinciale, senza delega motivata) o firmato da soggetto non autorizzato (ad esempio un funzionario diverso da quello titolare senza valida delega interna), puoi sollevare tale eccezione. La Corte Costituzionale con sent. 37/2015 ha dichiarato illegittima la norma che sanava in automatico le firme dei dirigenti decaduti, quindi la legittimazione di chi firma è rilevante.
  • Decadenza dei termini: ogni atto impositivo dev’essere notificato entro termini di decadenza fissati per legge. Per l’IRPEF e IVA, ad esempio, il termine ordinario è il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione (o del settimo se omessa). Per i tributi locali spesso è il 31 dicembre del terzo anno. Se l’atto è fuori termine, è nullo per decadenza. Anche errori sul calcolo del raddoppio dei termini per reato (ex art. 43 DPR 600/73) o proroghe Covid non applicabili possono essere contestati. Ad esempio, se un avviso doveva essere notificato entro il 31/12/2022 e l’hanno notificato il 2/1/2023, è decaduto e tale eccezione – se provata – porta all’annullamento totale.
  • Altri vizi formali: l’elenco può continuare: mancata indicazione del responsabile del procedimento (obbligatoria sugli atti per Statuto), difetti nell’allegazione di documenti citati, errori grossolani nel provvedimento (per esempio la cartella non riporta la causale o l’anno d’imposta), ecc. Sono dettagli che l’occhio esperto di un tributarista coglie e sfrutta. Tali vizi a volte permettono di vincere senza neppure discutere il merito della pretesa.

Contestare il merito: infondatezza della pretesa fiscale

Oltre ai vizi di forma, c’è la sostanza: il tributo richiesto è davvero dovuto? Spesso le difese più consistenti riguardano il merito della pretesa. Ecco alcuni esempi di strategie difensive sul merito:

  • Prova dei fatti e onere della prova: nel processo tributario vige un principio consolidato: spetta all’ente impositore provare i fatti costitutivi della maggiore pretesa, mentre il contribuente deve provare eventuali fatti a sua discolpa (es. oneri deducibili, pagamenti effettuati) . Se l’Agenzia delle Entrate basa l’accertamento su presunzioni deboli o su semplici statistiche, si può contestare che non c’è prova solida. Ad esempio, negli accertamenti bancari: i versamenti sul conto corrente sono presunti ricavi se non giustificati, ma se tu fornisci una spiegazione logica (es. erano girofondi da altro conto, o restituzione di un prestito), l’onere probatorio può dirsi assolto da te e l’ufficio deve eventualmente contro-provaret. Un caso comune è l’accertamento da redditometro o sintetico: il Fisco stima il reddito in base a indici (case, auto possedute) ma tu puoi dimostrare che quelle spese sono state sostenute con redditi di anni precedenti o di terzi (es. convivente). In giudizio portare prove concrete (documenti, testimonianze scritte di terzi, per quanto ora ammissibili) può ribaltare la situazione. Ricorda il caso richiamato della Cassazione 8452/2025: qui il contribuente sosteneva che le prove acquisite dal penale non fossero utilizzabili, ma la Cassazione ha ribadito che lo sono salvo casi estremi ; dunque in quella situazione il contribuente avrebbe dovuto semmai contestare la veridicità dei dati, non solo la forma di acquisizione. La lezione è: attaccare sul merito dei fatti se i fatti non sono veri o completi.
  • Errata interpretazione della norma: molte controversie nascono da come l’ufficio interpreta la legge fiscale. Il contribuente può avere un’interpretazione diversa, magari suffragata da pronunce di Cassazione o da circolari ministeriali. Ad esempio, l’ufficio potrebbe negare un’agevolazione ritenendola non spettante, ma tu puoi dimostrare che la norma va intesa a tuo favore, citando magari una Sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite o della Corte Costituzionale. Portare giurisprudenza favorevole è cruciale: la Cassazione per materia tributaria produce centinaia di sentenze l’anno, spesso con orientamenti altalenanti. Un avvocato aggiornato come l’Avv. Monardo individua i precedenti più pertinenti e li sottopone al giudice di merito, il quale ne terrà conto. Ad esempio, in tema di abusivismo edilizio e IMU, la Cassazione ha di recente (2023) cambiato orientamento su quando un immobile abusivo paga l’IMU o no; o in tema di esterovestizione societaria, ci sono importanti sentenze UE. Insomma, il diritto tributario è in evoluzione e sfruttare l’autorevolezza delle pronunce alte può convincere anche i giudici di primo grado.
  • Calcoli e quantificazioni: a volte non si contesta il principio del dover pagare, ma l’ammontare. Può darsi che l’ufficio abbia rifatto i calcoli sbagliando. Ad esempio, negli accertamenti da studi di settore (ora ISA) potrebbe aver preso un coefficiente errato, o nelle cartelle potrebbero esserci errori di duplicazione (lo stesso debito iscritto due volte). Occorre rifare minuziosamente i conti e segnalare ogni discrasia. Anche l’applicazione di sanzioni ed interessi va controllata: le sanzioni tributarie devono rispettare il principio di proporzionalità e non possono cumularsi oltre certi limiti, inoltre se c’è stata definizione agevolata (es. acquiescenza con pagamento ridotto) e l’ufficio se ne è dimenticato, va fatto valere. Per gli interessi, talvolta gli enti applicano tassi errati o li calcolano su base imponibile sbagliata: se scopri un simile errore aritmetico, è motivo di gravame.
  • Prescrizione: per i carichi affidati alla riscossione (cartelle) è sempre utile esaminare se è trascorso troppo tempo senza atti interruttivi. Ad esempio, le sanzioni amministrative tributarie si prescrivono in 5 anni, così come i contributi previdenziali in molte circostanze. Se l’Agente non ha notificato intimazioni o pignoramenti per oltre 5 anni dall’ultima notifica valida, quel credito potrebbe essere prescritto. Anche qui, va eccepito nel ricorso. Un errore comune è attendere la notifica di un atto successivo (es. pignoramento) per parlare di prescrizione: invece la prescrizione del credito si fa valere contro la cartella in sé, se già caduta in prescrizione al momento dell’esecuzione.
  • Ne bis in idem e sanzioni penali: ci sono situazioni in cui lo stesso fatto ha generato sia un illecito tributario che uno penale (pensiamo all’omessa dichiarazione rilevante penalmente). La giurisprudenza europea e nazionale ha elaborato il principio del “ne bis in idem sostanziale”: il contribuente non può essere punito due volte per lo stesso fatto. Questo ha portato, ad esempio, alla illegittimità del cumulo integrale di sanzione amministrativa e pena per alcuni reati tributari. Se ti trovi in un caso simile (esempio: hai già patteggiato una pena per frode fiscale e ti stanno comminando anche la sanzione amministrativa piena del 240%), puoi invocare tali principi per ridurre la sanzione. La materia è delicata e in evoluzione, ma è bene accennarla quando pertinente, citando magari sentenze della Corte EDU o della Consulta.
  • Documenti “irrituali” o esteri: sempre sul fronte probatorio, un caso tipico è la contestazione dell’uso di documenti provenienti dall’estero o da indagini finanziarie complesse (es. liste dati come la lista Falciani, o informazioni bancarie da paradisi fiscali). Come abbiamo visto, la Cassazione n. 8452/2025 ha detto che se non c’è un espresso divieto, questi dati possono essere usati . Però talora esistono divieti: ad esempio, se la collaborazione internazionale pone vincoli di utilizzo (p.e. informazioni da San Marino potevano avere limitazioni d’uso, ma la CTR nel caso di cui sopra le ha ritenute irrilevanti ai fini fiscali ). L’avvocato deve esplorare se si può sostenere l’inutilizzabilità di una prova in base a norme specifiche (es: atto nullo perché non tradotto in italiano come richiesto, oppure ottenuto violando accordi internazionali). Sono argomenti sofisticati ma che, se colti, possono azzerare un accertamento costruito su quella prova.

In definitiva, la strategia di merito consiste nel minare la solidità della pretesa fiscale su tutti i fronti: contestare i fatti, le cifre, le norme applicate e le prove addotte dall’ente. È come smontare pezzo per pezzo l’impalcatura dell’accusa fiscale, finché questa crolla o rimane fortemente indebolita (e in giudizio il dubbio ragionevole spesso gioca a favore del contribuente, stante il principio del favor rei per le sanzioni).

Sospendere e congelare la riscossione: strumenti cautelari

Come evidenziato, ottenere la sospensione dell’atto impugnato è spesso vitale, altrimenti si rischia di subire gli effetti (pagamenti, pignoramenti) durante il giudizio. Riepiloghiamo le opzioni: – Sospensione giudiziale (art. 47 D.Lgs. 546/92): presentando apposita istanza al giudice, che deciderà rapidamente (entro 30 giorni dall’istanza) se ci sono fumus (motivi di ricorso non pretestuosi) e periculum (danno grave). Se accordata, il processo prosegue ma tu non devi pagare intanto. Se negata, puoi riprovare eventualmente in appello. – Sospensione amministrativa da AdER: come detto, se hai ragioni documentali (pagamento effettuato, sgravio in corso, ecc.), presentare istanza all’Agente della Riscossione può bloccare nel frattempo le azioni esecutive. Occhio: questa non è automatica, devi seguirne l’esito. Se l’Agente rigetta, devi ricorrere al giudice (Tribunale ordinario se si tratta di vizi dell’esecuzione? Invero, per cartelle e misure cautelari come fermi e ipoteche, la giurisprudenza dice che rimane competente il giudice tributario trattandosi di atti impugnabili del novero). – Dilazione di pagamento: un altro modo pratico per congelare l’azione esecutiva, se non riesci ad avere sospensione, è chiedere una rateizzazione. Infatti, la norma prevede che se un carico è rateizzato, l’Agente non può procedere coattivamente (salvo decadenza dalle rate). Quindi, a volte in via prudenziale, il contribuente presenta ricorso ma contemporaneamente avvia un’istanza di rateizzazione sulle somme richieste (si può fare su cartelle o avvisi immediatamente esecutivi). Pagando le prime rate, si evitano nel frattempo fermi o pignoramenti. Certo, c’è l’esborso monetario, ma nel caso uno abbia liquidità può valerne la pena per evitare rischi, specie se l’esito del ricorso è incerto. E se poi vinci, quello che hai pagato ti viene restituito. – Fideiussione bancaria o assicurativa: per importi molto alti, talvolta il Fisco propone di accettare di non eseguire se fornisci una garanzia (come avviene, ad esempio, per ottenere la sospensiva in Cassazione su sentenze esecutive di secondo grado – lì è richiesta garanzia per sospendere la riscossione oltre i 2/3). È una strada costosa e non sempre praticabile (serve banca disponibile), però esiste in teoria.

Ricorda: ignorare le richieste di pagamento senza né pagare né agire è l’errore peggiore. Molti contribuenti sperano “magari si dimenticano”: no, prima o poi la macchina della riscossione arriva, con aggravio di aggi e spese. Meglio affrontare la questione subito, richiedere sospensioni e soluzioni temporanee, e non accumulare ritardi.

Definizioni agevolate e soluzioni transattive: rottamazioni, conciliazioni, ecc.

Oltre allo scontro frontale in giudizio, esistono soluzioni alternative che possono portare a chiudere la controversia in modo agevolato, spesso pagando meno del dovuto iniziale. Valutare queste opzioni non è segno di debolezza, ma di intelligenza strategica: se pagare subito qualcosa può evitare anni di processi e ridurre sanzioni, potrebbe essere la scelta migliore in certe situazioni. Ecco le principali:

  • Rottamazione delle cartelle (Definizione agevolata): è un provvedimento straordinario che periodicamente viene riproposto dal legislatore. Quella in vigore nel 2026 è la “Rottamazione-quinqies” prevista dall’art. 1 commi 82-101 della L. 30/12/2025 n. 199 (Legge di Bilancio 2026) . Essa consente di definire tutti i carichi affidati all’Agente della Riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023 pagando solo il tributo (o contributo) e le spese vive, senza interessi, senza sanzioni, senza interessi di mora e senza oneri di riscossione . In pratica, il contribuente paga solo l’imposta originale e poco più. Inoltre, è ammessa la rateazione fino a 54 rate bimestrali (9 anni) con interesse ridotto del 3% . Importante: presentando la domanda di adesione alla rottamazione, si sospendono automaticamente le procedure cautelari ed esecutive in corso (pignoramenti, fermi, ipoteche) e il debitore non è considerato inadempiente ai fini di nuove azioni. Per aderire alla rottamazione 2026, occorre presentare istanza entro il 30 aprile 2026 e poi il pagamento (unica soluzione o prima rata) scadrà presumibilmente il 31 luglio 2026 (seguirà calendario precise rate). Questa è un’opportunità notevole se hai cartelle per debiti tributari degli anni passati, magari già iscritti a ruolo da tempo con sanzioni e interessi maturati: l’adesione ti taglia via sanzioni e interessi, generando un risparmio che spesso è del 30-50% del totale dovuto o anche più (dipende da quanta parte erano sanzioni). Esempio pratico: Caio ha una cartella per IRPEF 2015 non pagata: imposta €10.000, sanzioni €4.000, interessi e aggio €2.000, totale €16.000. Con la rottamazione, Caio pagherà solo €10.000 + spese notifica (es. €100) + poco di interessi dilatori se rateizza, quindi circa €10.100 magari in 5 anni di rate; risparmia circa €6.000 e chiude il debito. – Dal punto di vista strategico, quando conviene rottamare? Quando il debito è riconosciuto o comunque il ricorso avrebbe poche chance, e quando vuoi eliminare subito il pensiero. Anche se hai un ricorso pendente, puoi sempre scegliere la via agevolata: dovrai rinunciare al giudizio (o attendere la fine se coincide con i tempi) ma ti assicuri il risultato. L’Avv. Monardo può aiutarti a presentare correttamente la domanda di definizione agevolata (anche errori nelle domande hanno a volte escluso contribuenti, quindi attenzione) e a valutare il beneficio concreto. Nota: se non paghi poi le rate, la rottamazione salta e il debito resta per intero (con detrazione di quanto eventualmente versato, considerato acconto).
  • Conciliazione giudiziale: è l’accordo transattivo che può intervenire nel corso del processo tributario. Previsto già da anni (art. 48 D.Lgs.546/92), è stato incentivato anche di recente. Le parti – contribuente e ufficio – possono conciliare sia fuori udienza (presentando un accordo scritto) sia in udienza col mediatore del giudice. Con la conciliazione si stabilisce un importo concordato da pagare a saldo della lite. I vantaggi principali sono:
  • riduzione delle sanzioni: le sanzioni amministrative si applicano nella misura del 40% del minimo di legge se la conciliazione avviene in primo grado, 50% del minimo in secondo grado , e addirittura 20% del minimo (riduzione 80%) se si concilia in Cassazione . Ciò significa che la multa fiscale viene drasticamente abbattuta;
  • stop agli interessi: una volta conciliate, le somme concordate non maturano ulteriori interessi se pagate nei termini stabiliti;
  • chiusura immediata della lite: la conciliazione, una volta omologata, rende la sentenza non necessaria e la lite finisce lì, con risparmio di tempo e incertezza.

Esempio: Tizio ha un contenzioso su maggior IVA €20.000 con sanzioni €18.000. In corso di processo, emerge che un qualche errore c’è stato ma Tizio rischia di perdere in parte. Decide di conciliare pagando €15.000 di imposta e sanzioni ridotte al 40% del minimo (supponiamo minimo 100% => pagherà 40% di 18.000 = 7.200). In totale paga €22.200 anziché €38.000 originari. L’ufficio accetta perché riconosce qualche torto e incassa subito qualcosa. Tutti evitano il prosieguo del giudizio. – Chiaramente, conciliare ha senso se entrambe le parti hanno incertezza sull’esito e preferiscono un compromesso. Dal lato contribuente, se hai elementi forti per vincere del tutto, meglio proseguire; se invece c’è rischio di soccombenza elevata, conciliare è prudente.

Dal 2023 la riforma ha introdotto anche la possibilità per il giudice di farsi promotore di una conciliazione (conciliazione proposta d’ufficio), evidenziando alle parti una soluzione equa, specie in cause di modesta entità. Vale la pena essere aperti a queste ipotesi quando conviene economicamente.

Proceduralmente, la conciliazione si formalizza con un verbale o accordo sottoscritto e comporta il pagamento entro 20 giorni (o rate in 8 trimestrali). L’Avv. Monardo, grazie alla sua esperienza, saprà condurre le trattative con l’ente nel modo giusto – spesso conoscendo i funzionari è possibile far leva su determinati argomenti per ottenere sconti maggiori sulle imposte o sulle sanzioni.

  • Acquiescenza e definizione ridotta delle sanzioni: l’acquiescenza è l’atto di rinunciare al ricorso accettando l’accertamento, beneficiando di sanzioni ridotte. Ad esempio, un avviso di accertamento non impugnato ma pagato entro 60 giorni gode della riduzione delle sanzioni a 1/3 (art. 15 D.Lgs. 218/97). Questo strumento è utile se l’ufficio ha palesemente ragione (magari riconosci l’errore) e vuoi chiudere subito evitando il contenzioso: paghi meno sanzioni e fine. Non è propriamente una strategia di ricorso (anzi, è l’opposto del ricorso), ma la menzioniamo perché in alcuni casi l’avvocato stesso può consigliare: “guarda, qui è meglio pagare con lo sconto che litigare e rischiare sanzioni piene”. Ad esempio, se c’è un errore materiale tuo in dichiarazione, la chance di vincere è nulla; fare ricorso servirebbe solo a prendere tempo pagando poi sanzione intera. Invece con acquiescenza paghi 1/3 di multa. È dunque un calcolo pragmatico costi/benefici.
  • Transazione fiscale nell’ambito di crisi d’impresa o sovraindebitamento: questo è un terreno “contiguo” al ricorso tributario. Se il contribuente (specie se imprenditore o società) non è in grado di pagare i debiti tributari per intero, può valutare procedure concorsuali o di composizione della crisi che includono una transazione fiscale, ossia un accordo col Fisco per pagare parzialmente i tributi. Ad esempio, nelle procedure di concordato preventivo o di ristrutturazione dei debiti, la legge consente di proporre all’Erario di incassare, poniamo, il 30% del dovuto rinunciando al resto, se ciò è parte di un piano di salvataggio dell’impresa. Anche le procedure di sovraindebitamento (oggi regolate dal Codice della Crisi) prevedono il piano del consumatore o l’accordo di composizione in cui si può stralciare una quota dei debiti tributari (in particolare, l’IVA e ritenute per legge andrebbero pagate integralmente salvo eccezioni, ma sanzioni e interessi possono essere falcidiati; con la nuova normativa 2022 c’è più flessibilità persino sull’IVA con l’“esdebitazione parziale”). Queste soluzioni esulano dal merito del tributo (non stai contestando che è illegittimo, semplicemente non riesci a pagarlo) e richiedono l’intervento di un Gestore della crisi/OCC e del tribunale fallimentare. L’Avv. Monardo, essendo Gestore della Crisi da sovraindebitamento ed Esperto negoziatore, può valutare il tuo caso: se hai debiti enormi e anche un ricorso tributario vincente non eliminerebbe la tua esposizione, forse conviene un percorso di composizione della crisi che ti liberi dei debiti in eccesso. Ad esempio, un piccolo imprenditore con €300.000 di cartelle esattoriali insolute potrebbe accedere a un piano del consumatore, offrire quello che realisticamente può (es. €50.000 da liquidazione di un immobile) e ottenere dal giudice l’esdebitazione del resto: a fine procedura i debiti residui, Fisco incluso, sono cancellati. È una sorta di “ricorso” estremo che punta non a dire che il debito è illegittimo, ma che il debitore merita una seconda chance. Naturalmente serve avere i requisiti di legge (onestà, sovraindebitamento non addebitabile a frodi). Questo strumento può bloccare pignoramenti e azioni esecutive, perché con la presentazione del ricorso per sovraindebitamento il giudice può sospendere le procedure in essere. Dunque, per un contribuente soffocato dai debiti, impugnare ogni singolo atto potrebbe non bastare: serve una soluzione globale, che appunto il team Monardo è qualificato a fornire.

Erroi comuni e consigli pratici sulle strategie: – Un errore comune è l’ostinazione ad oltranza: alcuni contribuenti, per principio, vogliono impugnare tutto e non sentir parlare di accordi o definizioni. La loro causa può essere giusta, ma bisogna saper cogliere le opportunità. Se c’è una rottamazione conveniente, approfittane; se un accordo con il Fisco ti fa dormire sereno, non viverlo come una sconfitta. Il ruolo del legale è anche consigliarti in tal senso. – Al contrario, c’è chi si arrende subito e paga per paura, pur avendo ragione. Questo è l’altro estremo da evitare: col giusto supporto, molti atti si possono annullare o ridurre. Quindi far valutare sempre il caso a un esperto prima di aprire il portafoglio. – Non affidarsi al sentito dire: “mi hanno detto che se faccio ricorso non pago niente per anni”. È vero solo in parte: se non ottieni sospensiva, come visto, qualcosa paghi. Oppure “mi hanno detto che Equitalia (AdER) non può pignorare la prima casa”: questo vale solo se non è di lusso e sei persona fisica senza ipoteche precedenti, ma occhio che l’ipoteca sulla prima casa invece la possono mettere eccome. Insomma, basarsi su consigli non specialistici porta a passi falsi. Sempre meglio consultare il legale prima di fare mosse (come vendere un immobile per sottrarlo a Fisco – possibile reato di sottrazione fraudolenta, attenzione!). – Un altro errore: dimenticarsi di seguire l’iter del ricorso. Presentato il ricorso, c’è chi pensa di aver finito. Invece bisogna monitorare il processo, rispettare le scadenze delle memorie, presentarsi alle udienze (o almeno informarsi dell’esito). Meglio avere un avvocato proprio per delegare a lui questo costante monitoraggio.

Abbiamo delineato le possibili strategie difensive. Ogni caso concreto è diverso: un piccolo errore formale potrebbe risolvere un caso, in altri serve andare a discutere i grandi principi di tassazione. Quello che conta è avere un quadro completo degli strumenti e scegliere quelli giusti con l’aiuto del professionista.

Nel prossimo paragrafo forniremo alcune tabelle riepilogative e poi una ricca sezione di Domande & Risposte (FAQ) che chiariranno i dubbi pratici più frequenti sul ricorso tributario e dintorni.

Tabelle Riepilogative: Norme, Termini e Strumenti Difensivi

Per facilitare la comprensione, riportiamo di seguito alcune tabelle sintetiche che riassumono informazioni chiave su norme, scadenze e opzioni difensive nel contenzioso tributario:

<small>Tabella 2: Atti impugnabili e relative caratteristiche</small>

Atto fiscale impugnabileTermine ricorsoParticolaritàNorme di riferimento
Avviso di accertamento (es. Irpef, Iva, Ires)60 giorni dalla notificaDiventa esecutivo dopo 60 gg per 1/3 imposte (se non sospeso); contraddittorio obbligatorio in molti casiArt. 21 D.Lgs. 546/92; art.29 DL 78/2010 (esecutività)
Avviso di liquidazione (es. imposta registro)60 giorniSpesso riguarda tributi da dichiarazioni o atti pubblici; va verificata la motivazioneArt. 21 D.Lgs. 546/92
Cartella di pagamento (ruolo)60 giorni dalla notificaContiene importi definitivi o da controllo automatizzato; impugnabile per vizi propri o se mai notificato atto presuppostoArt. 19 c.1 lett. d) D.Lgs. 546/92
Avviso di intimazione (sollecito dopo cartella)60 giorniImpugnabile solo per vizi formali o sopravvenuta prescrizione, altrimenti è atto dovutoArt. 19 c.1 D.Lgs. 546/92 (interpretazione giurisprudenziale)
Fermo amministrativo o Ipoteca esattoriale60 giorni dalla notifica preavvisoMisure cautelari su beni; impugnabili in Commissione per difetti nei presupposti (importo debito, mancata comunicazione)Art. 19 c.1 lett. e-ter) D.Lgs. 546/92
Rifiuto di rimborso tributario60 giorni dalla notifica (silenzio-rifiuto su istanza dopo 90 gg)Se chiedi un rimborso e non rispondono per 90 gg, si forma rifiuto tacito impugnabile entro i 60 gg successiviArt. 19 c.1 lett. g) D.Lgs. 546/92
Diniego autotutela obbligatoria (art.10-quater)60 gg da diniego espresso; se silenzio 90 gg + 60 ggNovità 2024: puoi ricorrere contro il rifiuto di annullare un atto per errore manifestoArt. 19 c.1 lett. g-bis) D.Lgs. 546/92
Diniego autotutela facoltativa (art.10-quinquies)60 gg da diniego espresso (silenzio non impugnabile)Impugnabile solo se l’ufficio risponde negativamente; non il semplice silenzioArt. 19 c.1 lett. g-ter) D.Lgs. 546/92

<small>Tabella 3: Strumenti deflativi e agevolazioni principali</small>

StrumentoQuando si applicaBenefici per il contribuenteNorma
Accertamento con adesioneDopo avviso accertamento, su istanza entro 60ggSospensione termini ricorso 90gg; riduzione sanzioni a 1/3; possibilità di concordare imponibile più basso in via amministrativaD.Lgs. 218/1997 art.6 e segg.
Acquiescenza (definizione agevolata inerenziale)Entro 60gg dalla notifica accertamento, senza ricorsoRiduzione sanzioni a 1/3 del minimo; nessun interesse di mora successivo; rate 8 trimestrali possibiliD.Lgs. 218/1997 art.15
Reclamo-mediazione (ABROGATO dal 2024)(Fino al 2023: liti ≤ €50.000)(Comportava riduzione sanzioni 35% se mediazione riusciva) – Ora non obbligatorio(Ex art.17-bis D.Lgs.546/92 – abrogato)
Conciliazione giudizialeIn corso di processo, prima della sentenzaRiduzione sanzioni: 40% del minimo in 1° grado , 50% in appello; se in Cassazione 20% (sanz. ridotta all’20% del minimo) ; chiusura immediata lite; rate 8 trimestraliArt. 48 D.Lgs. 546/92 e succ. mod.
Rottamazione cartelle (es. 2026 quinquies)Debiti a ruolo affidati Agg. Riscoss. (2000-2023), domanda entro 30/4/2026Stralcio integrale di sanzioni, interessi di mora, aggi; paga solo tributo e spese ; rate fino 9 anni ; sospensione automatica azioni esecutiveL. 197/2022 (rottam. quater), L. 199/2025 (quinquies)
Definizione agevolata liti pendentiLiti tributarie contro AdE/Adm in corso al 2023, domanda entro 30/9/23 (scaduta)Pagamento percentuale del valore del contenzioso in base esito: 100% se contribuente sempre perso, 40% se vinto in 1° grado , 15% se vinto in 2° grado , 5% se in Cassazione con doppia conforme a favore contribuente. Sanzioni e interessi inclusi in queste percentuali forfettarie.L. 197/2022 commi 186-205 (Bilancio 2023)
Piano del consumatore / Accordo sovraindebitamentoSituazione di sovraindebitamento persona/famiglia o ditta individualePossibile proposta di pagamento parziale dei debiti fiscali e cancellazione del debito residuo (esdebitazione) a fine procedura; sospensione azioni esecutive durante la procedura; taglio di interessi e sanzioni spesso significativoL. 3/2012 (ora assorbita nel D.Lgs. 14/2019 – Cod. Crisi)
Transazione fiscale in concordato/preventivo o ristrutturazione debitiImprese in crisi che accedono a procedure concorsualiSi possono pagare parzialmente i debiti erariali (anche IVA con limitazioni) ottenendo il voto favorevole del Fisco; a omologazione, il debito si riduce come da piano e il resto è irrecuperabile; sospensione procedure esecutive durante la procedura concorsualeArt. 182-ter LF (ora Codice Crisi artt. 63 e segg.) e D.Lgs. 14/2019

Le tabelle sopra illustrano in sintesi alcune informazioni: dalla tipologia di atto impugnabile (Tabella 2) alle opportunità di definizione senza giudizio o con sconti (Tabella 3). Si nota come il sistema offra varie uscite di sicurezza (adesione, conciliazione, rottamazione, ecc.) che vanno valutate caso per caso.

Consiglio: fatti sempre spiegare dal tuo avvocato tutte le opzioni disponibili prima di decidere come procedere. Un approccio integrato potrebbe essere: iniziare il ricorso per non perdere termini, e parallelamente aderire a una definizione agevolata se spunta (ad esempio, molti hanno presentato ricorso e poi, con la rottamazione quater nel 2023, hanno aderito e chiesto al giudice un rinvio in attesa dell’esito pagamenti). L’importante è non restare inerti.

Passiamo ora alla sezione successiva, dove risponderemo in modo chiaro e conciso alle domande frequenti (FAQ) sul ricorso tributario, i diritti del contribuente e le possibili soluzioni al problema del debito fiscale.

Domande Frequenti (FAQ) sul Ricorso Tributario

1. Che cos’è un ricorso tributario?
È lo strumento legale con cui un contribuente contesta formalmente un atto emanato dall’amministrazione finanziaria (Agenzia Entrate, Agenzia Riscossione, enti locali per tributi locali, etc.) davanti al giudice tributario. In pratica si tratta di un atto scritto, simile a una citazione in giudizio, con cui si impugna (ovvero si sfida) la validità di un avviso di accertamento, di una cartella esattoriale o altro atto impositivo. Il ricorso va proposto entro termini precisi (di solito 60 giorni dalla notifica dell’atto ) e viene deciso dalle Corti di Giustizia Tributaria (che hanno sostituito dal 2023 le Commissioni Tributarie). Lo scopo del ricorso è ottenere l’annullamento totale o parziale dell’atto impugnato, laddove il contribuente ritenga l’atto errato, illegittimo o infondato.

2. Quando si può fare ricorso contro un atto del Fisco?
Si può (e si deve) fare ricorso ogni volta che si riceve un atto “impugnabile” con cui il Fisco o un ente locale avanza una pretesa tributaria che si ritiene ingiusta o scorretta. Gli atti impugnabili sono elencati nell’art. 19 del D.Lgs. 546/92 e includono: avvisi di accertamento, avvisi di liquidazione, cartelle di pagamento, avvisi di addebito INPS, provvedimenti di irrogazione sanzioni, rifiuti di rimborso, fermi amministrativi e ipoteche per crediti tributari, intimazioni di pagamento, dinieghi di autotutela (da gennaio 2024) , ecc. Praticamente qualsiasi provvedimento con cui ti chiedono soldi a titolo di tasse/contributi o che limita i tuoi beni per tasse non pagate è impugnabile. Non sono invece impugnabili atti “interni” come la comunicazione di irregolarità (la cosiddetta bolletta bonaria) a meno che la legge speciale lo preveda (es. nel 2023 si potevano definire anche quelle). In sintesi: se ricevi un atto finale che ti impone un pagamento o rigetta una tua istanza, hai diritto al ricorso.

3. Quanto tempo ho per fare ricorso tributario?
Hai 60 giorni esatti dalla data in cui l’atto ti è stato notificato . I 60 giorni decorrono di norma dalla data in cui hai materialmente ricevuto l’atto (fa fede la data sulla cartolina di ricevuta, o la data di consegna PEC). Se l’atto viene notificato per pubblici proclami o irreperibilità, il conteggio può variare (es. dalla data di affissione). Inoltre, c’è la sospensione feriale dal 1° al 31 agosto: se i 60 giorni cadono in mezzo, quel periodo non conta. Attenzione: 60 giorni significa due mesi scarsi, quindi muoviti subito. Esistono alcune eccezioni: – per l’impugnazione del diniego tacito di rimborso, prima devi aspettare 90 giorni dall’istanza di rimborso perché maturi il silenzio-rifiuto, e poi hai 60 giorni da lì; – per il diniego tacito di autotutela obbligatoria introdotto dal 2024, devi attendere 90 giorni dall’istanza di autotutela, poi puoi ricorrere entro 60 giorni ; – se presenti un’istanza di accertamento con adesione, i 60 giorni si sospendono per 90 giorni extra (di fatto hai 150 giorni circa totali). In ogni caso, meglio considerare 60 giorni la regola generale e non far scadere il termine.

4. Davanti a chi si presenta il ricorso? Qual è il giudice competente?
Il ricorso tributario si presenta presso la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado competente per territorio. La competenza territoriale in materia tributaria segue la sede dell’ufficio che ha emanato l’atto: ad esempio, se ricevi un avviso di accertamento dall’Agenzia Entrate Direzione Provinciale di Milano, il ricorso andrà alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano (ex Commissione Tributaria Provinciale di Milano). Per le cartelle di pagamento, generalmente vale la competenza del luogo in cui ha sede l’ente creditore o l’agente di riscossione (spesso coincide col domicilio fiscale del contribuente, ma attenzione alle eccezioni). In pratica: atti dell’Agenzia Entrate -> Corte tributaria della provincia del tuo domicilio fiscale; atti dell’Agenzia Riscossione -> Corte dove hai il domicilio fiscale (per le cartelle multi-ente di solito si prende la provincia del contribuente). Per tributi locali (es. IMU, TARI), la competenza è la Corte nella provincia dell’ente locale. Il ricorso oggi si deposita telematicamente, ma sapere la competenza serve per indirizzarlo correttamente. Dopo il primo grado, l’eventuale appello va alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado competente (che normalmente è regionale, ad esempio tutti i ricorsi di primo grado di province lombarde salgono alla Corte di secondo grado della Lombardia). Il ricorso per Cassazione invece va in Suprema Corte a Roma.

5. Serve l’avvocato per fare ricorso tributario?
Nella maggioranza dei casi sì, serve un difensore abilitato. La legge prevede l’assistenza tecnica obbligatoria per le controversie di valore superiore a €3.000 (valore calcolato sulla sola imposta contestata, senza interessi e sanzioni). Sotto quella soglia, il contribuente può stare in giudizio da solo, personalmente, ma può comunque nominare un professionista se lo desidera. I difensori abilitati in campo tributario sono: avvocati, dottori commercialisti, esperti contabili e consulenti del lavoro (per materie di loro competenza) iscritti ai relativi albi, nonché funzionari di CAF (per cause di modesta entità) e certe categorie di tecnici per tributi locali. Tuttavia, al di là dell’obbligo legale, è altamente consigliabile avvalersi di un avvocato tributarista anche per cause sotto €3.000. I motivi: il processo tributario ha insidie procedurali (forme, notifiche) e richiede conoscenze giuridiche per impostare bene i motivi di ricorso. Un errore in autonomia (come sbagliare destinatario della notifica, o termini, o non allegare documenti chiave) può farti perdere anche se avevi ragione. Affidarsi a un legale, specie se esperto in materia fiscale come l’Avv. Monardo, aumenta enormemente le chance di successo e ti toglie il peso di gestire atti e scadenze.

6. Quanto costa fare un ricorso tributario?
Ci sono due tipi di costi: – i costi vivi amministrativi, che sono relativamente contenuti: il contributo unificato per iscrivere la causa, che va da €30 (liti fino €2.582) a cifre crescenti (es. €120 fino a €25.000 di valore, €250 fino a €75.000, €500 fino a €200.000, €1.500 oltre €200.000). Inoltre le spese di notifica se non si usa la PEC (ufficiale giudiziario ecc.). Se il ricorso si vince, normalmente queste spese vengono rimborsate dall’ente soccombente. – il compenso del professionista: questo varia in base alla complessità del caso, al valore in lite e agli accordi tra te e l’avvocato. Spesso per i ricorsi tributari gli avvocati applicano il tariffario forense parametrico per materia tributaria, che prevede scaglioni per fase di causa e valore. Ad esempio, per una causa da €50.000, l’onorario di massima potrebbe stare qualche migliaio di euro. Molti professionisti offrono pacchetti a forfait o prevedono un compenso base più un success fee in caso di vittoria (a percentuale sul risparmio ottenuto). È importante chiarire prima questi aspetti con il legale. L’Avv. Monardo, ad esempio, fornisce preventivi trasparenti e modulati sulle possibilità economiche del cliente, valutando anche la convenienza economica del ricorso: non avrebbe senso pagare €5.000 di avvocato per una causa dal valore di €3.000, e un legale onesto te lo sconsiglia. In ogni caso, va visto il valore in prospettiva: un buon avvocato può farti risparmiare decine di migliaia di euro di tasse, quindi il suo compenso è un investimento. Nota: se perdi, potresti essere condannato a pagare le spese legali dell’ente, liquidate dal giudice secondo tariffario (ma spesso nei tributari le spese vengono compensate, ossia ciascuno le sue).

7. Il ricorso sospende l’obbligo di pagamento? Devo pagare intanto?
No, il ricorso in sé non sospende automaticamente la riscossione. Diversamente dal processo civile, in cui l’appello sospende di regola l’esecutività della sentenza impugnata (salvo casi), nel tributario l’impugnazione dell’atto non blocca la cartella o l’accertamento esecutivo, a meno che tu non ottenga una sospensione cautelare dal giudice . In pratica: – Se fai ricorso contro un avviso di accertamento per €10.000 di imposte, dopo 60 giorni l’Agenzia può incaricare l’Agente della Riscossione di riscuotere provvisoriamente 1/3 dell’imposta + interessi , inviandoti una cartella o intimazione. Per evitare ciò devi chiedere la sospensione al giudice tributario, che se la concede ferma tutto fino alla sentenza . – Se fai ricorso contro una cartella esattoriale già di per sé esecutiva, l’Agente di Riscossione potrebbe procedere a pignoramenti dopo 60 giorni dalla notifica cartella. Anche qui l’unica è chiedere sospensione. Quindi, presentare il ricorso non basta, devi valutare se presentare anche un’istanza di sospensione. In alternativa, come detto altrove, puoi chiedere una rateizzazione all’Agente per congelare le azioni in mancanza di sospensione giudiziale. In sintesi: fino a che non ottieni un provvedimento di sospensione, il Fisco potrebbe esigere (parzialmente) il pagamento. Dunque è cruciale muoversi per tempo e con un avvocato che appena depositato il ricorso depositi subito anche l’istanza cautelare con tutte le motivazioni del caso. Se la sospensione viene negata, dovrai probabilmente pagare la parte provvisoria (o rateizzarla) per evitare guai in attesa della sentenza finale.

8. Cosa succede se vinco il ricorso?
Se il ricorso viene accolto (in primo grado o poi confermato in via definitiva), l’atto impugnato viene annullato in tutto o in parte. Significa che la pretesa fiscale contestata decade o si riduce secondo quanto stabilito dalla sentenza. In pratica: – Se avevi sospeso i pagamenti in attesa, non dovrai più pagare nulla di quanto annullato. – Se invece avevi pagato qualcosa (perché non c’era sospensione o per provvisorio versato), hai diritto al rimborso di quanto non dovuto. Lo stesso giudice in sentenza di solito “ordina la restituzione” e poi starà a te presentare istanza di rimborso all’ufficio o all’Agenzia Riscossione. Il rimborso includerà interessi. – Di solito, se vinci, il giudice condanna l’ente al pagamento delle spese di lite in tuo favore (salvo compensazione). Quindi il Fisco dovrebbe pagarti una somma a titolo di rifusione delle spese legali che hai sostenuto (non copre sempre tutto il tuo costo avvocato, ma aiuta). – Inoltre, l’ente dovrà adeguarsi: ad esempio se la sentenza dichiara illegittima un’ipoteca, l’agente dovrà cancellarla; se annulla un avviso di accertamento, l’Agenzia Entrate dovrà emettere provvedimento di sgravio. Tieni presente che l’Amministrazione può appellare la decisione se ritiene di avere ragione, quindi la vittoria in primo grado non è definitiva fino a scadenza termini d’appello o esito appello. Però la buona notizia è che, grazie a una modifica di metà 2022, se il contribuente vince in primo grado la sentenza è esecutiva immediatamente in suo favore: vuol dire che se avevi una cartella a seguito dell’accertamento, quella deve essere sospesa e non devi pagare intanto, anche se l’ente fa appello. Prima non era così (il Fisco poteva pretendere 50% in appello pure se perdeva). Ora la legge 130/2022 ha riequilibrato: vittoria contribuente = niente pagamento in attesa dell’appello. In definitiva: vincere un ricorso spesso significa risparmiare cifre notevoli (tutto l’importo contestato o parte di esso). Ad esempio, se ti annullano un accertamento da €100.000, quell’importo resta nelle tue tasche e non devi al Fisco che eventualmente importi minori accertati correttamente.

9. E se perdo il ricorso?
Se il ricorso viene respinto, l’atto fiscale risulta legittimo e le somme diventano definitivamente dovute. Le conseguenze: – Dovrai pagare il tributo, le sanzioni e gli interessi come da atto (salvo eventuali riduzioni se la sentenza riconosce solo parzialmente la pretesa). Se c’era già una riscossione provvisoria in corso, verrà integrata per arrivare al 100%. Se avevi una sospensione, questa cade e l’ente potrà riscuotere. Attenzione: in caso di soccombenza in primo grado, per fare appello dovrai versare automaticamente il residuo 2/3 delle imposte accertate (avendone già pagato 1/3 forse provvisoriamente) , a meno che il secondo grado non ti dia a sua volta sospensione. Dunque una sconfitta impone quantomeno il pagamento di buona parte del debito per proseguire. – Potresti essere condannato alle spese di giudizio a favore dell’ente. Se l’importo non è alto spesso le compensano (ognuno le proprie), ma se per esempio hai fatto perdere tempo al Fisco con un ricorso pretestuoso, il giudice può farti pagare magari €2.000-3.000 di spese legali all’Agenzia. – Avrai comunque la possibilità di fare appello in secondo grado entro 60 giorni. L’appello è un nuovo giudizio in cui puoi far valere errori di giudizio commessi dal primo giudice o riproporre le tue ragioni. In appello però non puoi presentare nuovi documenti se non in rari casi (ormai il processo tributario d’appello è “chiuso” alle nuove prove, salvo quelle divenute disponibili dopo) – con l’eccezione delle liti pendenti in cui la Consulta ha reintrodotto la possibilità, come visto . Quindi devi giocartela con ciò che hai già. In caso di ulteriore sconfitta in secondo grado, resta il ricorso in Cassazione, limitatamente a questioni di diritto. – Se alla fine perdi anche in appello/Cassazione, il debito fiscale diventa definitivo e su quello non c’è più nulla da fare (salvo le procedure da sovraindebitamento se proprio non puoi pagare, come soluzione di ultima istanza). L’Agente di Riscossione in tal caso potrà attivare tutte le misure (pignoramenti di conto, stipendio, ipoteche, fermi) finché non saldi.

10. Quali sono i “vizi” o motivi più comuni per cui un ricorso tributario va a buon fine?
In base all’esperienza, ecco alcuni motivi di ricorso frequenti che portano all’annullamento o revisione degli atti fiscali: – Notifica nulla o tardiva: se riesci a dimostrare che l’atto non ti è stato notificato secondo legge (es. mancano attestazioni, il postino non ha fatto le ricerche dovute, ecc.), il giudice annulla tutto perché tu formalmente non hai ricevuto l’atto entro termini. Idem se l’atto è stato notificato oltre i termini di decadenza. – Difetto di motivazione: accertamenti troppo scarni o copia/incolla senza spiegazioni tangibili spesso vengono annullati per difetto di motivazione. Ad esempio, giurisprudenza costante annulla le cartelle se manca l’indicazione chiara dell’origine del debito (ruolo) e della relata di notifica dell’atto presupposto. – Mancato contraddittorio quando dovuto: in epoca recente, cause vinte perché l’ufficio non ha inviato l’invito a comparire prima dell’accertamento (dove obbligatorio, ad es. accertamenti doganali o fiscali dopo PVC). – Errori di persona/importi: casi di omonimia (accertato al soggetto sbagliato) o calcoli completamente sballati (tassato due volte lo stesso reddito) portano a facile vittoria. – Violazione di norme procedurali specifiche: es. accertamento emesso prima di 60 giorni dalla chiusura verifica (violando art.12 Statuto), multe incapienti perché oltre soglia legale, oppure raddoppio termini illegittimo. Un esempio: Commissioni che annullano sanzioni da 240% perché il contribuente aveva aderito alla voluntary disclosure (dove per legge non si applicano quelle sanzioni). – Insussistenza nel merito: se dimostri con prove che il fatto impositivo contestato non sussiste (es. i movimenti bancari contestati erano trasferimenti interni e lo provi con documenti), il giudice ti dà ragione nel merito e annulla l’imposta. – Valutazioni errate del Fisco: pensiamo ai valori degli immobili: se l’agenzia ti fa un accertamento sul valore di vendita troppo alto e tu porti perizia giurata che dimostra il contrario, spesso le Commissioni accolgono le istanze di riduzione. – Prescrizione del credito di una cartella: molte cause su cartelle “vecchie” vengono vinte perché, tra una notifica e l’altra, erano passati oltre 5 anni senza intimazioni (specie contributi INPS, sanzioni auto, ecc.). Il giudice in tal caso annulla per intervenuta prescrizione.

11. Posso impugnare una cartella esattoriale per contestare il merito dell’accertamento originario?
In linea di massima sì, puoi farlo ma a certe condizioni. Una cartella di pagamento di solito si basa su un precedente atto (per esempio, un avviso di accertamento non impugnato, o un controllo automatizzato ex art.36-bis DPR 600/73 comunicato con una comunicazione). Se quell’atto precedente ti è stato regolarmente notificato e tu non lo hai impugnato nei 60 giorni, esso è divenuto definitivo. Quindi, quando arriva la cartella, non puoi più rimettere in discussione il merito di quell’atto: la cartella potrà essere impugnata solo per vizi propri (es. importi difformi, tardiva iscrizione a ruolo, pagamento già avvenuto, ecc.). Questo è il principio del “giudicato interno” amministrativo. Tuttavia, se non hai mai ricevuto l’atto presupposto, la cartella per te rappresenta la prima notizia del debito. In tal caso la legge e la giurisprudenza ti consentono di impugnare la cartella eccependo anche l’invalidità o inesistenza dell’atto precedente. Esempio: ricevi una cartella che cita un accertamento 2018 che però tu non hai mai visto. Nel ricorso contro la cartella potrai sostenere sia la nullità della cartella (magari per omessa motivazione), sia la nullità dell’accertamento per difetto di notifica originaria. Se il giudice accerta che in effetti l’accertamento non fu notificato, allora annullerà la cartella (perché il debito non è mai divenuto definitivo validamente). Questo succede spesso: impugnazione “della cartella per saltum”. Inoltre, ci sono casi in cui la cartella riguarda crediti da controllo formale o automatizzato (dichiarazioni): se non ti hanno inviato la comunicazione di irregolarità prima, la cartella è nullaperché manca il contraddittorio obbligatorio in quei casi (la legge prevede che prima di iscrivere a ruolo devi inviare la comunicazione e attendere 30 giorni). Quindi la risposta: puoi contestare la cartella su tutto il fronte se è il primo e unico atto che ti è arrivato o se contiene vizi, ma se la cartella deriva da atti notificati e non opposti, allora no, il merito è precluso e potrai giusto controllare errori di calcolo o prescrizione sopravvenuta.

12. Cosa significa “piano del consumatore” o “esdebitazione”? Possono risolvere i debiti fiscali?
Il piano del consumatore è una procedura prevista dalla legge sul sovraindebitamento (L. 3/2012, ora confluita nel Codice della Crisi) rivolta a persone fisiche non imprenditori che si trovano in uno stato di sovraindebitamento (debiti che non riescono a pagare con il proprio patrimonio/reddito). In parole semplici, è un percorso in tribunale in cui, con l’ausilio di un Gestore nominato dall’OCC (Organismo di Composizione della Crisi), il debitore propone un piano di ristrutturazione dei suoi debiti, che può includere anche il pagamento parziale degli stessi, in base a ciò che realisticamente può offrire, mantenendo però uno standard di vita dignitoso. Il giudice valuta il piano e, se lo approva (senza bisogno di consenso di tutti i creditori, diversamente dall’“accordo” dove serve il 60% dei crediti concordi), il piano diventa obbligatorio per i creditori. Esdebitazione significa cancellazione dei debiti residui: a completamento del piano (o anche di una liquidazione del patrimonio), il debitore persona fisica può essere liberato dai debiti che non è riuscito a pagare. Questo ovviamente include anche i debiti fiscali, con alcune limitazioni (ad esempio, l’IVA e le ritenute non versate formalmente sarebbero non falcidiabili se il piano è proposto come accordo, ma nel piano del consumatore il giudice può anche ridurle se ritiene, c’è dibattito ma la tendenza è dare respiro anche su quelli). Quindi, sì, queste procedure possono risolvere o ridurre drasticamente i debiti tributari, specie se sei in una situazione disperata dove né ricorsi né rate possono salvarti. Ad esempio, se hai accumulato €300.000 di cartelle e la tua situazione reddituale è precaria, con il piano del consumatore potresti offrire quello che hai (metti €50k tra liquidazione di beni e rate future) e chiedere lo stralcio del restante 250k. Se il giudice ritiene che sei meritevole (non hai colpe gravi, non hai frodato, i debiti sono frutto magari di eventi sfortunati) e l’offerta è onesta, potrebbe approvare e tu in pochi anni esci dall’incubo. L’Avv. Monardo, essendo Gestore della Crisi e fiduciario di un OCC, è proprio qualificato per assistere in questi percorsi. Chiaramente, usare questa via non elimina la contestazione del debito in sé: se c’è un accertamento ingiusto, conviene fare ricorso per annullarlo piuttosto che includerlo in un piano. Ma se i debiti sono dovuti e solo impagabili, il piano è la strada giusta. “Esdebitazione” in senso stretto indica l’atto finale con cui il giudice dichiara inesigibili i debiti residui dopo l’esecuzione del piano o della liquidazione del patrimonio.

13. Ho in corso un pignoramento dell’Agente della Riscossione (su stipendio/conto). Posso bloccarlo facendo ricorso?
Dipende dalla situazione: se il pignoramento si riferisce a una cartella o un atto che non hai mai impugnato nei termini, presentare ora un ricorso non è possibile (sei fuori tempo) a meno che tu non possa contestare un vizio mai sanato (tipo nullità notifica come visto). Tuttavia puoi ricorrere al giudice dell’esecuzione per questioni formali (ma in tributario la giurisdizione per la maggior parte resta al giudice tributario anche in fase esecutiva, eccetto opposizioni agli atti esecutivi tardive). Se invece il pignoramento avviene mentre il ricorso pende (magari avevi ricorso ma non ottenuto sospensione), puoi fare un’istanza di sospensione urgente al Presidente della Corte tributaria segnalando il pignoramento imminente: spesso in questi casi i giudici emettono decreti inaudita altera parte sospendendo. In generale, durante un pignoramento in corso, gli strumenti sono: – proporre opposizione all’esecuzione davanti al tribunale ordinario solo se contesti fatti dell’esecuzione (tipo: il pignoramento è su bene impignorabile) o se il titolo è manifestamente inesistente. Ma se riguarda la debenza, il tribunale si dichiarerà incompetente perché dovevi andare dal giudice tributario. – In sede tributaria puoi impugnare eventualmente l’atto di pignoramento se lo consideri atto della riscossione autonomamente impugnabile. Attualmente, la legge non menziona espressamente il pignoramento tra gli atti impugnabili (menziona il fermo e l’ipoteca). Ma la Cassazione ha ammesso talvolta l’impugnazione diretta del pignoramento in quanto atto della riscossione, in particolare se non ti era stato notificato l’atto precedente (cartella o intimazione). Diciamo che è un terreno complicato processualmente. – Una via pratica: chiedere una rateizzazione immediata all’Agente anche se tardi; se viene concessa, il pignoramento (se su conto) può essere liberato per legge perché con la dilazione in regola decade l’atto esecutivo (negli stipendi e pensioni di solito l’Agente interrompe la trattenuta se concedono la dilazione). – Oppure, come sopra, presentare una procedura di sovraindebitamento: l’apertura di tale procedura può portare alla sospensione delle azioni esecutive in corso su istanza al giudice concorsuale. In conclusione: il ricorso blocca il pignoramento solo se presentato tempestivamente con sospensiva concessa. Se il pignoramento è già effettuato e il debito è definitivo, agire a ritroso è difficile. Ecco perché è fondamentale attivarsi prima che si arrivi al pignoramento.

14. In caso di cartella o debito fiscale, qual è la differenza tra rateizzazione e rottamazione?
La rateizzazione è un istituto ordinario: significa chiedere di pagare a rate un debito per intero, comprensivo di sanzioni e interessi, dilazionando fino a un massimo di 72 rate mensili (6 anni) o, per importi oltre €120.000 e comprovata difficoltà, fino a 120 rate (10 anni). La rateizzazione non riduce l’importo dovuto, ma ha il vantaggio di sospendere azioni esecutive finché paghi regolarmente le rate. Gli interessi di dilazione sono attorno al 3-4% annuo. La rottamazione (definizione agevolata) invece è una misura straordinaria (quando c’è, su specifici carichi e scadenze) che stralcia una parte del debito (penalità e interessi) facendoti pagare solo il resto, e anche quella di solito consente rate (in rottamazione quater/quinqies addirittura 18 rate in 5 anni o 54 rate in 9 anni). Dunque la rottamazione è enormemente più conveniente se disponibile, perché risparmi soldi, mentre la rateazione standard no. Tuttavia, la rottamazione può essere richiesta solo in finestre temporali fissate dalla legge e per i debiti che rientrano in quei provvedimenti (per esempio, la rottamazione-quater 2023 escludeva i carichi 2022 e 2023 affidati dopo giugno 2022; la quinquies 2026 copre fino al 2023). La rateazione invece la puoi chiedere in qualsiasi momento su qualunque cartella. Inoltre, se decadi dalla rottamazione (non paghi 8 rate, ad esempio, nella quater c’erano tolleranza 5 rate max saltate), perdi i benefici e devi pagare tutto con sanzioni; se decadi da una rateazione normale, puoi eventualmente chiederne un’altra (dopo il pagamento di quelle scadute, c’è un meccanismo di decadenza e nuova concessione non automatica). In breve: rottamazione = sconto, rateizzazione = nessuno sconto. Ovviamente se puoi, scegli la rottamazione. Se non c’è rottamazione in vigore o non copre il tuo debito, la rateizzazione è l’unico modo di diluire il peso e congelare le ganasce/pignoramenti. Nulla vieta di fare così: chiedi la rateizzazione subito per bloccare le azioni, e poi se 3 mesi dopo esce una rottamazione, aderire a quella (è stato fatto, ad esempio nel 2023 molti che avevano rate in corso hanno estinto rate per rientrare in rottamazione).

15. Conviene fare da soli oppure rivolgersi a un avvocato specializzato in ricorsi tributari?
Se tieni a cuore i tuoi interessi, conviene assolutamente farsi assistere da un avvocato specializzato. I ricorsi tributari coinvolgono normative complesse, scadenze perentorie e tecnicismi che un non addetto ai lavori difficilmente padroneggia. Un avvocato tributarista esperto, come l’Avv. Monardo, porta diversi vantaggi: – Analizza la fonte normativa della pretesa: magari l’ufficio ha sbagliato ad applicare una legge o ignorato una nuova esenzione; l’avvocato lo individua. – Conosce la giurisprudenza aggiornata: può citare la sentenza giusta che supporta il tuo caso, aumentando le probabilità di convincere il giudice. – Sa redigere atti persuasivi e tecnicamente corretti: un ricorso scritto male, poco chiaro o senza capo né coda irrita il giudice; un ricorso ben fatto invece crea empatia e facilita l’accoglimento. – Gestisce lui tutte le procedure telematiche: registrazione al portale, firma digitale, notifiche PEC, depositi… se non sei pratico rischieresti errori fatali (basta allegare il file sbagliato e il ricorso è improcedibile). – Può interloquire con gli uffici: a volte prima del ricorso o durante, un avvocato contatta l’ufficio legale dell’Agenzia Entrate per capire margini di conciliazione o per segnalare errori (capita che l’ufficio stesso annulli in autotutela dopo aver letto il ricorso dell’avvocato convincente). – Ti rappresenta in udienza sapendo come argomentare oralmente e rispondere alle eventuali domande dei giudici o alle repliche della controparte. – In caso di sconfitta, imposta già l’appello mettendo a verbale riserve, ecc. Insomma tutela i tuoi diritti a 360°. Certo, c’è un costo professionale, ma ne vale la pena se il valore in gioco è significativo. Tieni anche conto che, se vinci, spesso il costo ti viene rimborsato in tutto o in parte dal Fisco stesso (tramite il meccanismo delle spese di lite). E soprattutto evita di fare errori da soli che potrebbero pregiudicare l’esito: ci sono casi di contribuenti che avevano ragione marcia ma hanno perso solo perché non avevano presentato il ricorso correttamente. Un esempio tipico: gente che spedisce il ricorso in Agenzia Entrate ma poi dimentica di costituirsi in Commissione entro 30 giorni – risultato: ricorso inammissibile, hanno perso per un dettaglio procedurale. Con un avvocato questo non accade.

16. Quali sono gli errori più comuni da evitare quando si riceve un atto fiscale?
Riassumiamo alcuni errori da NON commettere: 1. Ignorare l’atto sperando che il problema sparisca: se ricevi una cartella o un accertamento, metterlo nel cassetto non lo elimina. Anzi, dopo i termini diventa esecutivo e arriveranno guai peggiori. Quindi mai ignorare: reagire (con ricorso, pagamento, definizione… qualcosa va fatto). 2. Perdere le scadenze: come detto, i 60 giorni sono tassativi. Non ridursi all’ultimo secondo per cercare un avvocato il 59° giorno. Meglio muoversi subito così l’eventuale difensore ha tempo di studiare e fare un ottimo lavoro. 3. Fare da sé senza competenza: presentare ricorsi fai-da-te senza conoscere la procedura è rischioso. Potresti incorrere in inammissibilità. Anche scrivere cose sbagliate (ad esempio ammettere fatti che sarebbe meglio non mettere per iscritto) può nuocere. Quindi, se non sei esperto, non improvvisare. 4. Non allegare i documenti giusti: nel ricorso tributario devi provare le tue affermazioni. Se dici “ho pagato quella tassa”, devi allegare la ricevuta di pagamento; se dici “quel reddito era esente”, allega la documentazione che lo prova. Presentare un ricorso senza allegati fondamentali lo indebolisce molto. 5. Non chiedere la sospensione se necessaria: se il debito è grosso e sai di non poterlo pagare in caso di rigetto, conviene chiedere la sospensiva. Molti dimenticano di farlo e poi si ritrovano con Equitalia alla porta durante la causa. 6. Mentire o nascondere informazioni all’avvocato: devi essere trasparente col tuo difensore. Se hai scheletri nell’armadio (tipo secondi avvisi ricevuti e ignorati, o beni intestati altrove), dillo al tuo legale. Lui non ti giudica, ma deve sapere tutto per non costruire difese smontabili dall’ufficio che magari invece ha quei dati. La fiducia è cruciale. 7. Avere un atteggiamento passivo: alcuni pensano “ho dato tutto all’avvocato, ora non devo più fare nulla”. Invece è utile restare coinvolti: l’avvocato potrebbe aver bisogno di chiarimenti, documenti aggiuntivi, etc. Rispondi prontamente e mantieniti informato. Segui le istruzioni (es.: se l’avvocato ti dice di fare un versamento o di attivare SPID per il fascicolo, fallo). 8. Sottovalutare la controparte: l’Agenzia delle Entrate ha uffici legali interni molto preparati. Non pensare che “tanto non verranno in udienza” o “non si costituiranno”: al giorno d’oggi si costituiscono quasi sempre e portano anche giurisprudenza pro-Fisco. Bisogna essere più preparati di loro. 9. Farsi prendere dal panico o dall’ira: ricevere un atto fiscale può far arrabbiare, ma le reazioni scomposte sono cattive consigliere. Evita di andare allo sportello a urlare all’impiegato (non serve a nulla se non a peggiorare il dialogo), oppure di scrivere mail minacciose. Meglio incanalare quell’energia nella costruzione lucida di una difesa con un professionista. 10. Accettare consigli non qualificati: cugini, amici, siti non autorevoli… tutti dispensano consigli “da bar” sulle cartelle (“fai ricorso tanto fanno sempre 50 e 50”, “non pagarla che va in prescrizione da sola” ecc.). Non basare le tue decisioni su questo. Ogni caso è a sé e solo un consulente qualificato (avvocato o commercialista esperto di fiscale) può dirti cosa è meglio fare.

17. Se ho già pagato il dovuto, posso ancora fare ricorso?
Questa è una domanda interessante. In teoria sì: il pagamento spontaneo di quanto richiesto da un atto fiscale non preclude la facoltà di ricorso, a patto che tu rispetti il termine dei 60 giorni. Ad esempio, ricevi un avviso e, per evitare more, versi subito l’importo, però poi decidi di impugnare per riaverlo indietro perché ritieni non dovuto. È ammesso farlo. L’importante è indicare nel ricorso che hai pagato con riserva di ripetizione e che quindi chiedi il rimborso in caso di vittoria. Se vinci, l’ente dovrà restituirti il pagato. Tuttavia, bisogna considerare: presentare ricorso dopo aver pagato può dare un segnale di riconoscimento del debito. Non giuridicamente (la Cassazione dice che il pagamento spontaneo non è acquiescenza se il ricorso viene fatto comunque nei termini), ma psicologicamente ai giudici può suonare strano. Dunque di solito si sconsiglia di pagare e poi ricorrere, a meno che il pagamento sia stato obbligato (tipo fermo macchina, paghi per togliere il fermo ma poi ricorri). Se però non avevi scelta (ad esempio, per poter partecipare a una gara pubblica paghi la cartella pendente, ma poi vuoi contestarla), è lecito e possibile. Occhio invece: se hai fatto acquiescenza formale (ovvero hai pagato con lo sconto 1/3 sanzioni e magari firmato che accetti l’atto), allora non puoi più ricorrere. Anche aderire a una definizione agevolata preclude il ricorso. Quindi distinguere: pagamento integrale senza pattuizioni -> ricorso possibile; pagamento nell’ambito di un accordo di definizione -> no ricorso.

18. L’Avvocato Giuseppe Angelo Monardo come può aiutarmi in concreto in caso di problemi col Fisco?
L’Avv. Monardo, grazie al suo profilo multidisciplinare e alle qualifiche elencate (cassazionista, esperto in crisi da sovraindebitamento, ecc.), può assisterti in ogni fase e aspetto della vicenda fiscale: – Analisi preventiva: esamina gli atti ricevuti, i documenti contabili, la tua situazione patrimoniale e fornisce un parere professionale su rischi e opportunità. Ad esempio, ti dirà onestamente se il ricorso ha buone chance o se è meglio puntare a una transazione. – Difesa nel merito: predispone lui materialmente il ricorso tributario, individua le norme violate dall’ente, reperisce giurisprudenza favorevole (essendo cassazionista ha accesso a banche dati giuridiche e conosce le ultime sentenze), redige l’atto in modo persuasivo. – Assistenza procedurale: cura le notifiche, i depositi telematici, evita che tu commetta errori formali. Ti rappresenta in ogni grado di giudizio, fino alla Cassazione se necessario (essendo abilitato). – Gestione del contenzioso parallelo: se il tuo problema coinvolge anche profili penali tributari (es. reato di omessa dichiarazione), o questioni bancarie (magari sei indebitato anche con banche), avere un legale che “mastica” anche di diritto bancario è un plus, perché può coordinare la strategia legale a 360 gradi. – Sospensioni e misure urgenti: sa come ottenere in tempi rapidi provvedimenti per congelare le azioni esecutive (ha esperienza nel predisporre istanze cautelari efficaci e nel contattare gli uffici legali per suggerire l’autotutela). – Negoziazione con il Fisco: la sua figura di Esperto negoziatore significa che è addestrato a condurre trattative complesse. Può sedersi al tavolo con l’Agenzia delle Entrate (in sede di adesione o conciliazione) e trattare per una soluzione vantaggiosa. Spesso avere un interlocutore credibile dall’altra parte spinge l’ufficio ad ascoltare. – Soluzioni alternative per debiti insostenibili: come Gestore OCC, può attivare per te procedure di composizione della crisi se vede che il contenzioso tributario è solo la punta dell’iceberg del tuo indebitamento. Invece di curare la singola cartella, pensa all’intera tua situazione finanziaria e propone la cura giusta (piano del consumatore, ad esempio). – Supporto multidisciplinare: lavora con un team di commercialisti e consulenti. Ciò vuol dire che se c’è da ricostruire una contabilità, correggere dichiarazioni, calcolare il reale dovuto, ci sono professionisti fiscali nel suo staff pronti a farlo. Unendo le forze legali e fiscali, lo studio Monardo offre un approccio integrato (es.: se serve fare un’istanza di adesione con calcoli precisi su imponibili ricalcolati, il commercialista dello staff lo prepara). – Empatia e tutela personalizzata: ogni cliente viene seguito con attenzione. Non sei un numero: capisce il dramma umano dietro i debiti fiscali (stress, paura di perdere la casa, etc.) e ti guida anche psicologicamente, spiegandoti ogni passo e ridandoti fiducia. Può interfacciarsi con banche, con il datore di lavoro se c’è un pignoramento su stipendio, con i vari enti, sollevandoti dal doverlo fare tu. – Intervento su atti esecutivi: se hai fermi amministrativi, ipoteche o pignoramenti, può intervenire presentando ricorso d’urgenza per farli togliere o comunque per limitarne l’impatto (ad esempio, contestare ipoteca se sotto soglia di €20.000, o chiedere riduzione della quota pignorata).

In sintesi, l’Avv. Monardo e il suo staff possono prendere in carico l’intero problema: dalla prevenzione (consulenza fiscale per evitare futuri accertamenti) alla cura (difesa processuale, accordi, piani di rientro) e al follow-up (rimborso dopo vittoria, cancellazione ipoteche). Con la loro competenza nazionale in diritto tributario e bancario, possono affrontare tanto il piccolo caso (es. la cartella da €5.000) quanto la grande vertenza (es. accertamenti milionari a società, o gestioni di crisi d’impresa con debiti tributari di milioni).

19. Cosa posso fare già ora, prima di contattare l’avvocato, se ricevo un atto fiscale?
Puoi fare alcune cose: – Raccogliere e ordinare tutta la documentazione relativa: l’atto ricevuto (originale o copia), le eventuali buste, le ricevute di notifica, le precedenti comunicazioni se ce ne sono state, le prove di pagamenti effettuati, le dichiarazioni fiscali degli anni contestati. Più materiale fornisci all’avvocato, meglio potrà valutare. – Segnarti per iscritto una cronistoria dei fatti: ad esempio “il giorno X è venuta la Finanza, poi a distanza di 2 mesi ho ricevuto il PVC, poi a un anno l’avviso” ecc. Oppure per le cartelle: “questa cartella si riferisce a una vecchia multa o a quell’accertamento che non ho impugnato?”. Queste informazioni aiutano il legale a ricostruire il puzzle. – Non firmare nulla o fare accordi senza prima il consulto: a volte l’ente potrebbe invitarti per un contraddittorio, bene partecipare ma non firmare adesioni subito; oppure potresti ricevere pressioni a pagare subito per sconto: aspetta la strategia condivisa col legale. – Verificare se hai coperture assicurative legali: alcune polizze casa o professionali coprono le spese legali per controversie, incluse quelle tributarie. Se sì, attiva la copertura (l’avvocato Monardo è disponibile a lavorare anche con assicurazione). – Mantenere la calma: emotivamente reagire male può portarti a errori. Dì a te stesso: “ho 60 giorni, il mondo non cade domani, ho il tempo di organizzarmi con un professionista”. Questo ti aiuta ad approcciare il problema con lucidità. – Infine, contattare tempestivamente l’avvocato: prima lo coinvolgi, prima può intervenire magari anche con soluzioni immediate (ci sono casi in cui mandare una PEC all’ufficio segnalando un errore porta a ritiro dell’atto in autotutela prima ancora del ricorso). Quindi non aspettare l’ultimo giorno utile.

20. Come posso contattare subito l’Avv. Monardo per avere assistenza?
Puoi metterti in contatto con l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo studio attraverso diversi canali: – Telefono: chiama il numero indicato (solitamente presente sul sito o sull’inserzione) per parlare con la segreteria e fissare un appuntamento urgente. Lo studio Monardo è noto per rispondere prontamente alle urgenze fiscali. – Email/Modulo di contatto: scrivi un’email dettagliando brevemente la tua situazione e allegando, se possibile, copia dell’atto ricevuto. Indica un recapito telefonico. L’avvocato o un suo collaboratore ti richiamerà a stretto giro per un primo riscontro. – Form online: se c’è un form “Contatta l’avvocato” compila i campi richiesti (nome, email, messaggio) spiegando che hai bisogno di assistenza per un ricorso tributario, magari indicando la scadenza (es. “atto ricevuto tal giorno, scade tra 40 giorni”). – WhatsApp/Chat: alcuni studi offrono chat WhatsApp aziendale. Invia le foto del documento via chat con una breve descrizione, per un contatto immediato. – Di persona: se lo studio è vicino e la questione è urgente, puoi anche recarti di persona presso la sede per chiedere un incontro.

In tutti i casi, specifica che hai letto questo articolo e che necessiti di una valutazione legale personalizzata immediata. Lo studio comprenderà l’urgenza (sanno bene che i ricorsi hanno scadenze perentorie). L’Avv. Monardo offre spesso un primo consulto esplorativo gratuito, durante il quale inquadra il caso e prospetta le possibili soluzioni. Dopodiché si potrà formalizzare l’incarico professionale e partire subito con la strategia difensiva. Non esitare: ogni giorno perso è un giorno a favore del Fisco.

Ora, avendo risposto a queste comuni domande, dovresti avere un quadro più chiaro di cosa fare e di come procedere. Passiamo alle conclusioni, per ribadire i punti chiave e l’invito all’azione immediata per difendere i tuoi diritti di contribuente.

Conclusione

In questo corposo articolo abbiamo affrontato, con taglio pratico e aggiornato a gennaio 2026, il tema del ricorso tributario e di come agire con l’assistenza di un avvocato per tutelarsi dalle pretese fiscali. Riassumiamo i concetti principali emersi:

  • Importanza di reagire tempestivamente: quando arriva un avviso o una cartella, il tempo è cruciale. Hai generalmente 60 giorni per muoverti . Agire subito consente di sfruttare tutti gli strumenti (ricorsi, adesioni, sospensioni). Lasciar scadere i termini vuol dire rendere il debito definitivo e subire poi pignoramenti, ipoteche o fermi senza poter più discutere il merito.
  • Solide basi normative e giurisprudenziali: la difesa tributaria oggi gode di nuove tutele grazie alle riforme del 2022-2024: obbligo di contraddittorio (atto annullabile se non vieni ascoltato) , ampliamento delle prove ammissibili (ora puoi portare testimonianze scritte) , abolizione di passaggi precontenziosi obbligati (mediazione) e possibilità di impugnare anche i dinieghi di autotutela . Inoltre, la recente giurisprudenza – dalla Cassazione alla Corte Costituzionale – ha affermato principi importanti a tutela del contribuente: basta condanne duplici (ne bis in idem), diritto a portare nuove prove in appello nei processi pendenti , utilizzabilità solo di prove acquisite senza violare diritti fondamentali , e così via. Abbiamo citato numerose sentenze aggiornate (Cass. 2025, Corte Cost. 2025) per dimostrare che la materia è viva e in evoluzione. Un ricorso vincente nel 2026 deve poggiare su queste basi normative nuove e su precedenti giurisprudenziali aggiornati.
  • Procedura chiara passo-passo: abbiamo descritto cosa succede dall’arrivo dell’atto fino alla sentenza: controlli della notifica, calcolo dei termini, presentazione del ricorso in via telematica, scambio di memorie, udienza e decisione. Ciò ti dà un’idea concreta di “cosa aspettarti”. Conoscere il percorso aiuta a non avere paura dell’ignoto: sai che c’è un giudice terzo che esaminerà il tuo caso e che hai possibilità di far valere le tue ragioni.
  • Difese nel merito e nel metodo: si è visto come un atto fiscale possa essere attaccato su vari fronti. Difese procedurali (notifica, motivazione, termini, competenza) e difese sostanziali (il fatto non sussiste, la norma non si applica, il calcolo è sbagliato). Ogni vizio può portare all’annullamento o almeno a una riduzione del dovuto. Anche strategie cautelari (sospensioni) e strategie deflative (conciliazioni, rottamazioni) fanno parte dell’arsenale: a volte la vittoria del contribuente sta nel trovare un accordo vantaggioso più che in una lunga battaglia giudiziaria. L’importante è salvaguardare gli interessi economici del contribuente: che sia vincere in aula o trattare uno sconto, lo scopo è evitare esborsi ingiusti e proteggere i propri beni.
  • Errori da evitare e consigli pratici: abbiamo sottolineato i comportamenti virtuosi (reagire, documentare, farsi assistere) e quelli deleteri (inazione, superficialità, dilettantismo). Questo ti permetterà di evitare passi falsi. Affrontare un contenzioso fiscale è come giocare una partita a scacchi contro il Fisco: serve strategia, competenza e niente mosse avventate.
  • Strumenti alternativi per uscite di emergenza: non esiste solo il ricorso in Commissione. Il sistema prevede “vie d’uscita” come le definizioni agevolate (es. la Rottamazione-quinquies 2026 che cancella sanzioni e interessi ) o le procedure di sovraindebitamento (per chi è sommerso dai debiti, il piano del consumatore può rappresentare una rinascita). Sapere che ci sono questi strumenti dà speranza anche a chi vede una montagna di debiti: le soluzioni ci sono, se guidati da professionisti esperti nel predisporle.

In definitiva, abbiamo evidenziato come la difesa legale del contribuente nel 2026 sia tutt’altro che futile: al contrario, agire per vie legali è spesso l’unico modo per far valere i propri diritti contro errori o eccessi del Fisco. E i risultati concreti sono possibili: annullare una cartella pazza, ridurre una sanzione spropositata, bloccare un’ipoteca illegittima, rateizzare un importo in modo sostenibile, ottenere uno sconto tramite rottamazione, persino azzerare debiti con un esdebitamento.

Il valore delle difese legali analizzate sta nel riportare il rapporto Fisco-cittadino nell’alveo della legalità e dell’equità. Ogni contribuente, anche se debitore, ha diritti da far valere: diritto a non pagare oltre il dovuto, diritto a un trattamento corretto e non arbitrario, diritto a non essere vessato con procedure esecutive se ci sono rimedi disponibili. Abbiamo visto esempi in cui grazie a un ricorso ben fatto si è evitato un salasso ingiusto o si è guadagnato il tempo necessario a rimettersi in carreggiata.

Agire tempestivamente con l’assistenza di un professionista fa spesso la differenza tra una situazione recuperabile e una catastrofe finanziaria. Ogni giorno di ritardo può voler dire more, iscrizioni a ruolo, perdita di chance (ad esempio, certe definizioni agevolate hanno finestre strette). Al contrario, un intervento immediato può bloccare sul nascere misure come pignoramenti e fermi (pensiamo all’effetto sospensivo automatico della domanda di rottamazione sulle azioni esecutive , o alla sospensione giudiziale ottenuta in 2 settimane). La tempestività è spesso premiata anche dall’ente impositore: un contribuente che reagisce subito e con argomenti forti viene preso più sul serio di chi si fa trascinare passivamente.

In tutto questo quadro, emerge in modo netto l’importanza di farsi affiancare da un professionista competente e di fiducia. L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo team incarnano proprio quelle competenze multidisciplinari e quella esperienza sul campo che servono per difendersi efficacemente. Hanno praticato centinaia di casi di ricorsi tributari, conoscono i funzionari delle Agenzie, sanno come ragionano i giudici tributari e dominano sia le norme tributarie sia quelle sulle procedure concorsuali e bancarie. Un alleato così preparato può letteralmente salvare il contribuente da situazioni che paiono disperate.

Hai letto quali sono i titoli dell’Avv. Monardo: cassazionista (può portare la tua difesa fino all’ultimo grado di giudizio senza dover cambiare legale), coordinatore nazionale di professionisti in materia bancaria e tributaria (quindi con una rete di specialisti su cui contare per qualsiasi problematica accessoria), Gestore della Crisi da sovraindebitamento (può intervenire anche se hai debiti a 360°, non solo fiscali), professionista OCC fiduciario (garanzia di serietà e controllo pubblico), Esperto negoziatore ex D.L.118/2021 (può assistere anche la tua azienda in trattative complesse con il Fisco e altri creditori). Non ultimo, è una persona con grande passione per la difesa dei diritti dei contribuenti, come traspare dalla sua attività professionale. Il suo obiettivo e quello del suo staff è trovare la soluzione giusta per ogni cliente, che sia far annullare un atto in tribunale o concordare un piano di rientro sostenibile, mettendo sempre al centro il punto di vista del debitore e la tutela del suo patrimonio e della sua dignità.

Ricorda: non sei solo nella battaglia contro un Fisco aggressivo o disattento. Professionisti come l’Avv. Monardo hanno dedicato la loro carriera a riequilibrare il rapporto tra contribuente e amministrazione, affermando i principi di legalità, buon senso e proporzionalità. Spesso, grazie al loro intervento, si riescono a bloccare azioni esecutive sul nascere, evitando che un piccolo imprenditore perda i macchinari per una cartella esattoriale contestabile, o che una famiglia si veda ipotecare la casa per un debito dilazionabile, e così via. L’assistenza qualificata può mettere un freno a iscrizioni di ipoteca illegittime, a fermi auto messi senza preavviso, a pignoramenti su conti che lasciano a zero una persona: tutti casi in cui poi, con le giuste mosse legali, si è ottenuta la sospensione e la liberazione di quei beni essenziali.

In conclusione, se ti trovi di fronte a un problema tributario – sia esso un avviso di accertamento da decine di migliaia di euro o una serie di cartelle che ti tolgono il sonno – non disperare e non procrastinare. Hai ora una panoramica delle tue armi difensive e sai di poter contare su professionisti pronti ad aiutarti. La chiave è agire subito e con competenza.

📞 Contatta immediatamente l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una consulenza personalizzata sulla tua situazione fiscale. Lui e il suo staff di avvocati e commercialisti valuteranno in dettaglio il tuo caso e sapranno consigliarti la strada migliore per difenderti: che si tratti di preparare un ricorso tributario ben mirato, di ottenere una sospensione lampo per fermare un pignoramento, di negoziare con l’Agenzia Entrate una soluzione transattiva o di predisporre un piano di rientro del debito. Non aspettare che sia troppo tardi: ogni momento è prezioso per mettere in sicurezza i tuoi beni e i tuoi diritti. Con l’Avv. Monardo al tuo fianco avrai dalla tua parte strategie legali concrete e tempestive, frutto di esperienza sul campo e di aggiornamento continuo, e soprattutto avrai un alleato determinato a far valere le tue ragioni di contribuente nei confronti del Fisco.

Agisci ora: la legge offre tutele a chi le sa cogliere – e con il giusto supporto professionale, potrai farlo, proteggendo il tuo patrimonio e ritrovando la serenità. Contatta subito l’Avv. Monardo e inizia il percorso verso la soluzione del tuo problema tributario.

Leggi con attenzione: se in questo momento ti trovi in difficoltà con il Fisco ed hai la necessità di una veloce valutazione sulle tue cartelle esattoriali e sui debiti, non esitare a contattarci. Ti aiuteremo subito. Scrivici ora. Ti ricontattiamo immediatamente con un messaggio e ti aiutiamo subito.

Informazioni importanti: Studio Monardo e avvocaticartellesattoriali.com operano su tutto il territorio italiano attraverso due modalità.

  1. Consulenza digitale: si svolge esclusivamente tramite contatti telefonici e successiva comunicazione digitale via e-mail o posta elettronica certificata. La prima valutazione, interamente digitale (telefonica), è gratuita, ha una durata di circa 15 minuti e viene effettuata entro un massimo di 72 ore. Consulenze di durata superiore sono a pagamento, calcolate in base alla tariffa oraria di categoria.
  2. Consulenza fisica: è sempre a pagamento, incluso il primo consulto, il cui costo parte da 500€ + IVA, da saldare anticipatamente. Questo tipo di consulenza si svolge tramite appuntamento presso sedi fisiche specifiche in Italia dedicate alla consulenza iniziale o successiva (quali azienda del cliente, ufficio del cliente, domicilio del cliente, studi locali in partnership, uffici temporanei). Anche in questo caso, sono previste comunicazioni successive tramite e-mail o posta elettronica certificata.

La consulenza fisica, a differenza di quella digitale, viene organizzata a partire da due settimane dal primo contatto.

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