Introduzione
Ricevere un’intimazione di pagamento dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione con soli 5 giorni per pagare è una situazione di massima urgenza per qualsiasi contribuente. Si tratta di un atto che anticipa misure esecutive come pignoramenti, ipoteche o fermi amministrativi se il pagamento non avviene nei tempi indicati . Ignorare questa intimazione è pericolosissimo: dopo 5 giorni il rischio di subire un pignoramento su conto corrente, stipendio o immobili diventa reale, e soprattutto, come chiarito dalle più recenti sentenze della Corte di Cassazione, se non si reagisce tempestivamente si consolidano definitivamente le pretese del Fisco . In altre parole, il debito potrebbe diventare incontestabile anche se in origine era prescritto o viziato, privando il contribuente di importanti difese legali .
Cosa fare allora se si riceve un’intimazione di pagamento entro 5 giorni? La soluzione migliore è attivarsi immediatamente con l’assistenza di un avvocato esperto in materia tributaria e di riscossione. In questo articolo vedremo in dettaglio tutte le strategie legali e operative per difendersi: dal ricorso in Commissione (oggi Corte) Tributaria per sospendere e annullare l’atto, agli strumenti alternativi come la rateizzazione del debito o le definizioni agevolate, fino alle procedure per la crisi da sovraindebitamento che permettono di ridurre o cancellare i debiti.
Prima di entrare nel merito, è importante sapere che lo Studio Legale dell’Avv. Giuseppe Angelo Monardo può offrire un aiuto decisivo in situazioni di questo tipo. L’Avv. Monardo – avvocato cassazionista con esperienza pluriennali – coordina uno staff multidisciplinare di avvocati tributaristi, civilisti e commercialisti attivi a livello nazionale in materia di diritto tributario e bancario. Inoltre, l’Avv. Monardo è Gestore della Crisi da Sovraindebitamento (Legge 3/2012) iscritto negli elenchi ufficiali del Ministero della Giustizia e professionista fiduciario di un OCC (Organismo di Composizione della Crisi), il che significa che può assistere privati e piccoli imprenditori nell’attivare procedure per ridurre e cancellare i debiti insostenibili . È anche Esperto Negoziatore della Crisi d’Impresa ai sensi del D.L. 118/2021, abilitato quindi ad assistere aziende in crisi nel negoziare piani di ristrutturazione con creditori (Fisco incluso).
Con l’assistenza immediata dell’Avv. Monardo e del suo team, il contribuente può agire in modo efficace e tempestivo. In concreto, lo Studio esamina subito l’atto di intimazione (verificando ad esempio eventuali vizi di notifica delle cartelle sottostanti o la prescrizione del debito), propone ricorso entro 60 giorni con eventuale richiesta di sospensione urgente per bloccare sul nascere ogni azione esecutiva, e al contempo valuta soluzioni parallele: ad esempio richiedere una rateizzazione per congelare le azioni esecutive, avviare trattative con l’ente riscossore, o se opportuno attivare una procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento per ridurre drasticamente l’importo dovuto. L’obiettivo è proteggere il debitore da pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi o altre misure aggressive, costruendo un percorso legalmente solido per annullare o definire il debito in modo sostenibile.
Ricorda: ogni giorno conta. Se hai ricevuto un’intimazione di pagamento con 5 giorni per pagare, non aspettare che scadano i termini. Una risposta legale tempestiva può fare la differenza tra salvare i tuoi beni o subire azioni irreversibili da parte dell’esattore.
📩 Contatta subito qui di seguito l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una valutazione legale personalizzata e immediata del tuo caso: con il supporto professionale giusto potrai difenderti efficacemente e trovare la soluzione migliore.
Contesto normativo e giurisprudenziale sull’intimazione di pagamento
Cos’è l’intimazione di pagamento e quando viene notificata
L’intimazione di pagamento è un atto formale previsto dalla legge (art. 50, comma 2 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602) che l’Agente della Riscossione (Agenzia Entrate Riscossione, ex Equitalia) deve inviare al contribuente prima di avviare l’esecuzione forzata, nei casi in cui sia trascorso un certo tempo dall’ultima notifica di un atto di riscossione precedente. In parole semplici, è un ultimo sollecito-legale a pagare entro 5 giorni l’importo dovuto (già indicato in precedenti cartelle di pagamento o avvisi) prima che scattino pignoramenti, fermi o ipoteche .
Dal punto di vista normativo, l’art. 50 DPR 602/73 stabilisce che se l’espropriazione non è iniziata entro un anno dalla notifica della cartella di pagamento (o dell’atto immediatamente esecutivo equivalente, ad esempio un accertamento esecutivo), allora la riscossione coattiva deve essere preceduta dalla notifica di un avviso contenente l’intimazione ad adempiere . Questo “avviso di intimazione” ingiunge al debitore di pagare entro 5 giorni dalla notifica stessa . Se entro quei 5 giorni il contribuente non versa quanto dovuto, l’Agente della Riscossione può iniziare l’esecuzione forzata sul patrimonio del debitore .
Va evidenziato che l’intimazione di pagamento ha sostituito il vecchio “avviso di mora” previsto in passato dalla normativa. In pratica oggi la cartella esattoriale (o l’accertamento esecutivo) svolge la funzione sia di titolo esecutivo sia di atto di precetto, e l’intimazione ad adempiere serve a “riattivare” la possibilità di procedere con il pignoramento quando è passato molto tempo . La cartella di pagamento è atto preliminare indispensabile: notificarla equivale già a notificare un titolo esecutivo e un precetto insieme (art. 25 DPR 602/73), cosicché normalmente il concessionario può procedere al pignoramento trascorsi 60 giorni dalla cartella . Tuttavia, se passa più di un anno senza che si sia avviata l’esecuzione, il legislatore impone di notificare una nuova intimazione, dando un ulteriore (breve) preavviso al contribuente .
In sintesi, i requisiti chiave dell’intimazione di pagamento sono:
- Presupposto temporale: viene inviata solo se è trascorso oltre un anno dalla notifica della cartella esattoriale (o accertamento esecutivo) senza che sia iniziata l’espropriazione forzata . Ad esempio, se hai ricevuto una cartella nel 2021 e l’Agente della Riscossione non ha fatto pignoramenti entro un anno, nel 2023 potrebbe spedirti un’intimazione prima di procedere.
- Contenuto: l’atto elenca le somme dovute (derivanti da uno o più atti iscritti a ruolo, ad esempio cartelle) e intima formalmente il pagamento entro 5 giorni . Deve essere redatto secondo un modello ministeriale standard . Non è richiesta una motivazione dettagliata: secondo la Cassazione, è sufficiente che l’intimazione richiami le cartelle esattoriali precedentemente notificate da cui nasce il debito . In pratica, l’intimazione non aggiunge nuove ragioni ma fa riferimento agli atti già notificati, i quali contengono la descrizione del tributo o sanzione dovuta.
- Termine di adempimento: 5 giorni dalla notifica. È un termine brevissimo, che evidenzia la natura pressante dell’atto. Decorso questo termine, l’Agente può procedere con misure esecutive senza ulteriore preavviso . Va sottolineato che i 5 giorni sono un termine dilatorio minimo per l’Agente (ossia non può pignorare prima che siano passati) ma non un termine massimo per il contribuente per pagare o attivarsi legalmente . Il contribuente conserva comunque 60 giorni per impugnare l’atto (come vedremo) e può anche pagare dopo i 5 giorni, sebbene in quest’ultimo caso rischi che nel frattempo parta l’esecuzione. In altre parole, scaduti i 5 giorni l’intimazione non “scade” automaticamente, ma diventa eseguibile: si può ancora pagare, ma ogni giorno in più espone al pericolo concreto di azioni esecutive (che magari saranno revocate solo dopo il pagamento integrale).
- Validità temporale dell’atto: l’intimazione di pagamento perde efficacia trascorso un anno dalla notifica . Ciò significa che, una volta notificato, l’Agente ha un anno di tempo per avviare il pignoramento; se non lo fa, quella intimazione “scade” e sarà necessaria una nuova intimazione per poter procedere esecutivamente . Questo termine di validità è stato esteso a un anno dalla normativa emergenziale del 2020 (D.L. 76/2020 convertito in L. 120/2020) – prima era di soli 180 giorni . L’estensione a 12 mesi è volta a evitare che l’Agente debba notificare intimazioni a ripetizione ogni sei mesi per lo stesso debito. Dunque, ad esempio, un’intimazione notificata a gennaio 2025 consentirà pignoramenti fino a gennaio 2026; oltre tale data, se il Fisco vorrà ancora procedere dovrà inviare un nuovo atto (ammesso che il credito non sia prescritto).
- Forma della notifica: l’intimazione va notificata con le stesse modalità previste per gli atti della riscossione (rinvio all’art. 26 DPR 602/73) . Dunque può essere notificata tramite posta raccomandata con ricevuta di ritorno, tramite PEC (se il destinatario ha un domicilio digitale), o dagli ufficiali della riscossione/messi notificatori. La data da cui decorrono i 5 giorni è la data di notifica legale (ricezione PEC o ricevuta di ritorno della raccomandata).
In sostanza, l’intimazione di pagamento è un atto “cuscinetto” previsto a tutela sia del contribuente (che riceve un ultimo avvertimento) sia del principio di legalità nell’esecuzione forzata tributaria. Consente di “riattivare” la riscossione in caso di inerzia prolungata dopo una cartella. Ma attenzione: non è affatto un innocuo promemoria. Al contrario, come chiarito dalla giurisprudenza recente, ha pieno contenuto lesivo e va considerata un atto impositivo vero e proprio . Nel prossimo paragrafo vedremo proprio l’evoluzione giurisprudenziale sull’impugnabilità di questo atto e le conseguenze se lo si ignora.
Evoluzione giurisprudenziale: da atto “facoltativo” a atto decisivo da impugnare
Per anni ci sono stati dubbi sul fatto che l’intimazione di pagamento fosse un atto autonomamente impugnabile dal contribuente (ossia un atto contro cui proporre ricorso diretto al giudice) oppure no. La legge processuale (art. 19 D.Lgs. 546/1992) elenca tassativamente gli atti impugnabili davanti al giudice tributario: vi sono indicati l’avviso di mora e la cartella di pagamento, ma l’intimazione ex art. 50 DPR 602/73 non è espressamente menzionata. Questo aveva portato parte della giurisprudenza a considerarla un atto interno, un semplice sollecito non lesivo, ritenendo che il contribuente potesse anche non impugnarla e far valere le sue difese direttamente contro il successivo atto di pignoramento .
La Corte di Cassazione inizialmente aveva riconosciuto una certa facoltatività: ad esempio con una pronuncia del 2024 (ord. n. 16743/2024) è stato affermato che l’intimazione non rientrando nell’elenco dell’art. 19 sarebbe facoltativamente impugnabile, e che quindi la prescrizione maturata dopo la cartella poteva essere eccepita anche impugnando una seconda intimazione o addirittura il pignoramento . In pratica, questo orientamento più permissivo concedeva al contribuente una seconda chance: se aveva ignorato una prima intimazione, poteva comunque far valere la prescrizione successivamente, al momento di un eventuale atto successivo.
Tuttavia, questo approccio è stato recentemente superato. La stessa Cassazione ha infatti cambiato rotta nel 2025, abbracciando una linea più rigorosa in favore della certezza del diritto per la riscossione. Con la sentenza n. 6436 dell’11 marzo 2025, la Suprema Corte a sezioni semplici ha stabilito un principio di diritto molto chiaro: l’intimazione di pagamento è equiparabile all’avviso di mora (quello previsto dal vecchio art. 46 DPR 602/73), e quindi rientra tra gli atti impugnabili ex art. 19 D.Lgs. 546/92; di conseguenza la sua impugnazione non è meramente facoltativa, ma necessaria, pena la cristallizzazione dell’obbligazione tributaria . In altri termini, se il contribuente non impugna nei termini l’intimazione, il credito indicato in essa si consolida definitivamente e non potranno più essere fatte valere vicende estintive anteriori a tale notifica (come la prescrizione già maturata) .
Si tratta di un cambiamento cruciale: oggi l’intimazione viene considerata a tutti gli effetti un atto lesivo autonomo, analogo a una cartella esattoriale quanto a effetti sostanziali . Non reagire equivale ad accettare il debito. Questa interpretazione è stata ribadita e approfondita anche da altre pronunce coeve, ad esempio la Cassazione n. 20476 del 21 luglio 2025 (Sez. Trib.) ha confermato che l’intimazione rientra negli atti dell’art.19 e, se non impugnata nei termini decadenziali, “cristallizza” la pretesa impositiva rendendo definitiva la posizione debitoria e precludendo in particolare al contribuente di eccepire l’eventuale prescrizione maturata in precedenza .
Questa “cristallizzazione” del debito in caso di mancata impugnazione è un concetto nuovo e di enorme impatto pratico. Significa che anche se la cartella sottostante era ormai prescritta (perché magari erano passati più di 5 anni dall’ultima notifica valida), se l’intimazione non viene contestata entro 60 giorni, il contribuente perde per sempre la possibilità di far valere quella prescrizione . Il silenzio del contribuente sana retroattivamente la posizione del Fisco. Allo stesso modo, vizi gravi come la mancata notifica originaria della cartella – che tradizionalmente potevano essere fatti valere in ogni momento, almeno fino al pignoramento – ora devono essere sollevati impugnando l’intimazione, altrimenti non potranno più essere opposti successivamente . In sostanza l’intimazione oggi “chiude il cerchio” sugli atti precedenti: o la contesti adesso, o certi argomenti difensivi si perdono.
Da notare che questa posizione più severa trova fondamento anche in decisioni delle Sezioni Unite e della Corte Costituzionale degli anni scorsi. Già le Sezioni Unite n. 8279/2008 avevano sottolineato come la correttezza del procedimento di riscossione fosse assicurata da una sequenza ordinata di atti e notifiche, e che la mancata notifica di un atto presupposto comporta la nullità dell’atto successivo (es. cartella non notificata rende nullo l’avviso di mora), nullità che il contribuente può far valere impugnando l’atto successivo oppure congiuntamente anche l’atto precedente non notificato . Questo lasciava aperta la facoltà di scegliere quando e cosa impugnare (subito l’atto successivo solo per quel vizio, oppure entrambi per contestare nel merito).
Ma più recentemente, intervenendo su questioni di giurisdizione, la Corte Costituzionale (sentenza n. 114/2018) e le Sezioni Unite della Cassazione (sent. n. 7822/2020) hanno ribadito la natura sostanziale dell’intimazione: è un atto che segna il confine tra la fase “tributaria” e quella “esecutiva pura”. Precisamente, le SU hanno affermato che spetta al giudice tributario decidere su tutte le questioni attinenti alla pretesa fiscale verificatesi fino alla notifica della cartella o dell’intimazione di pagamento validamente avvenute; mentre oltre tale momento (o in caso di loro omessa notifica) le questioni attengono alla fase esecutiva di competenza del giudice ordinario . Ciò significa che l’intimazione, se presente, fa parte integrante della fase amministrativa-tributaria, e dunque va impugnata in sede tributaria per contestare aspetti sostanziali del debito (es. prescrizione, decadenza, vizi originari). Dopo, davanti al giudice dell’esecuzione, ci si potrà limitare a questioni formali del pignoramento, ma non più discutere del “se” e del “quanto” del debito tributario .
Inoltre, un’importante pronuncia a Sezioni Unite più recente – la n. 9817/2024 – ha chiarito che l’intimazione non è necessaria prima di misure cautelari come l’iscrizione ipotecaria. Infatti l’ipoteca ex art. 77 DPR 602/73 è considerata un atto alternativo all’esecuzione forzata e non un atto dell’espropriazione in senso stretto, sicché può essere iscritta anche senza intimazione quando è trascorso un anno dalla cartella . Questo dettaglio è utile per comprendere che non sempre il mancato invio di un’intimazione rende illegittima l’azione del Fisco: se l’Agente opta per un’ipoteca o un fermo amministrativo (atti cautelari), può farlo anche senza aver emesso intimazione, in quanto l’obbligo di cui all’art. 50 vige solo per iniziare l’esecuzione forzata strettamente detta (pignoramenti). Naturalmente, in pratica l’ADER spesso invia ugualmente un preavviso (ad esempio, il “preavviso di ipoteca” 30 giorni prima, obbligatorio per legge) ma giuridicamente la mancanza di intimazione non invalida l’ipoteca (mentre invaliderebbe un pignoramento oltre l’anno). Quindi, è bene non fare confusione: l’intimazione è sempre dovuta come condizione prima del pignoramento, ma non è richiesta prima di ipoteche e fermi amministrativi (che seguono altre procedure).
Riassumendo la situazione giurisprudenziale attuale:
- L’intimazione di pagamento è un atto impugnabile a tutti gli effetti dinanzi al giudice tributario (Corte di Giustizia Tributaria di primo grado, ex Commissione Tributaria) ai sensi dell’art. 19 D.Lgs. 546/92, in quanto assimilabile all’avviso di mora .
- Il contribuente ha l’onere di impugnarla entro 60 giorni se intende far valere questioni come prescrizione, decadenza, pagamento già avvenuto, vizi di notifica della cartella originaria, errori sull’importo, ecc. . La mancata impugnazione nei termini rende definitiva la pretesa tributaria per quegli aspetti, impedendo di sollevarli successivamente . In pratica il debito “si cristallizza”.
- Fa eccezione soltanto la possibilità, in sede di eventuale successivo giudizio di opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) davanti al giudice ordinario, di contestare aspetti formali del pignoramento o eventi estintivi successivi alla notifica dell’intimazione . Ma non si potrà discutere di ciò che era già contestabile prima (non si potrà dire ad esempio “la cartella era nulla” o “il debito era prescritto prima”: questo andava detto impugnando l’intimazione!). Al massimo, se proprio il Fisco non avesse notificato né la cartella né l’intimazione e procedesse direttamente, allora in quel caso il primo atto esecutivo notificato (es. atto di pignoramento) funge da atto impugnabile tributario e si possono far valere lì i vizi pregressi. Ma se l’intimazione c’è stata ed era valida, quel treno è l’ultimo da prendere.
- L’intimazione non richiede una motivazione autonoma: basta l’indicazione delle cartelle cui si riferisce . Non si può dunque annullare un’intimazione sostenendo che “non spiega le ragioni del debito”: le ragioni stanno nelle cartelle originarie. Tuttavia, se le cartelle non furono mai notificate, il contribuente può impugnare l’intimazione proprio per far valere la mancata notifica degli atti presupposti . Questo è uno dei motivi di ricorso più frequenti (e spesso vincenti) contro le intimazioni, come vedremo.
- La notifica dell’intimazione interrompe i termini di prescrizione del credito tributario, ai sensi dell’art. 2943 c.c., in quanto costituisce una richiesta formale di adempimento . Ciò significa che dal giorno dell’intimazione il “conto alla rovescia” della prescrizione ricomincia da capo. Attenzione però: non li sospende per i 60 giorni di impugnazione. La Cassazione ha chiarito che il termine di prescrizione riprende a decorrere subito dopo la notifica, senza essere congelato durante il periodo concesso per adempiere . Ad esempio, se un debito tributario aveva prescrizione quinquennale e al momento dell’intimazione erano trascorsi 4 anni, la notifica dell’intimazione interrompe e resetta il termine: da quel giorno riparte un nuovo periodo di 5 anni (meno i giorni eventualmente coperti da sospensioni per norme Covid o altro). Se però non vi sono altri atti, il debito si prescriverà dopo 5 anni dall’intimazione stessa.
- Giurisdizione competente: come già accennato, le liti su un’intimazione si fanno davanti al giudice tributario (provinciale o regionale, oggi rinominati rispettivamente Corte di Giustizia Tributaria di primo e secondo grado). La Corte Cost. 114/2018 e Cass. SU 7822/2020 hanno fissato il criterio: atti fino all’intimazione = giudice tributario; questioni successive all’intimazione = giudice ordinario per l’esecuzione . Questo evita conflitti: ad esempio, un’opposizione ex art. 615 c.p.c. (giudice civile) contro un pignoramento tributario potrà riguardare solo fatti sopravvenuti (es. un pagamento effettuato dopo l’intimazione, o un vizio del pignoramento stesso), ma non rimettere in discussione la cartella o l’intimazione ormai definitive in assenza di impugnazione tributaria.
In conclusione, oggi l’intimazione di pagamento è un atto da prendere estremamente sul serio. Come sintetizzato efficacemente da una recente pubblicazione: “Non pensare che sia solo un promemoria: l’intimazione non è un avviso informativo, è un atto assimilabile alla cartella esattoriale. Se ignorato, blocca per sempre il tuo diritto di difesa” . Nei prossimi paragrafi vedremo cosa accade dopo la notifica di un’intimazione, quali sono esattamente i passi successivi e le tempistiche, e poi ci dedicheremo alle strategie di difesa e agli strumenti operativi a disposizione del debitore (dal ricorso, alla rateazione, alle definizioni agevolate e soluzioni per sovraindebitamento).
Procedura dopo la notifica: passi, termini e diritti del contribuente
Vediamo ora cosa succede concretamente dopo che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione notifica un’intimazione di pagamento e quali sono i passi successivi, con i relativi tempi e diritti per il contribuente.
Notifica dell’intimazione e decorrenza dei termini
Quando ricevi l’intimazione, la prima cosa da fare è verificare la data di notifica esatta. Può essere arrivata via PEC (posta elettronica certificata) o tramite raccomandata AR all’indirizzo di residenza/domicilio. La data di notifica sarà:
- per la PEC: la data e ora in cui la ricevuta di avvenuta consegna (RAC) attesta che l’email è stata recapitata nella casella PEC (controlla la ricevuta allegata alla PEC stessa);
- per la raccomandata: la data risultante dall’avviso di ricevimento firmato (se consegnata a mano) oppure, in caso di compiuta giacenza, la data di deposito/posta in giacenza + 10 giorni (se non ritirata).
Questa data è fondamentale perché da lì partono due conteggi temporali paralleli:
- Il termine di 5 giorni per il pagamento (o, più precisamente, il termine oltre il quale l’Agente può iniziare l’esecuzione forzata).
- Il termine di 60 giorni (per gli atti tributari) per poter presentare ricorso in Commissione/Corte Tributaria.
Nota: come già spiegato, i 5 giorni non rappresentano un termine perentorio per il pagamento in sé, nel senso che anche dopo il quinto giorno puoi ancora pagare. Tuttavia dal sesto giorno in poi l’Agente può legittimamente avviare misure esecutive . Dunque, se decidi di pagare dopo la scadenza, rischi di sovrapporre il pagamento con l’avvio di un pignoramento (ad esempio potresti trovare il conto bloccato). Perciò pagare entro i 5 giorni è fortemente consigliato se l’intento è adempiere spontaneamente. In ogni caso, ai fini del ricorso, i 5 giorni non limitano in nulla il termine di 60 giorni per impugnare : puoi presentare ricorso anche se sono trascorsi più di 5 giorni, purché entro 60 giorni dalla notifica.
Ecco una timeline sintetica dopo la notifica:
- Giorno 0: Notifica dell’intimazione (via PEC o cartacea). Da qui:
- Scattano i 5 giorni per adempiere (Giorno 1…Giorno 5).
- Inizia a decorrere il termine di 60 giorni per impugnare (Giorno 1…Giorno 60).
- Giorno 5: Termine ultimo indicato per il pagamento. Fino a questo giorno l’Agente NON può attivare esecuzione (blocco legale).
- Dal Giorno 6 in poi: L’Agente della Riscossione è autorizzato, se lo ritiene, a procedere con:
- Misure esecutive: pignoramento presso terzi (conto corrente, stipendio, fitti ecc.), pignoramento immobiliare, pignoramento mobiliare.
- Misure cautelari: fermo amministrativo su autoveicoli, iscrizione di ipoteca su immobili (anche se, come detto, per ipoteca e fermo poteva procedere già dopo la cartella senza intimazione, nella pratica molti concessionari notificano ugualmente un’intimazione o almeno un sollecito).
- Entro il Giorno 60: Termine perentorio per proporre ricorso tributario contro l’intimazione. Questo termine non è sospeso nel periodo feriale (1-31 agosto) se l’intimazione è un atto endoprocedimentale? In realtà, va considerato come termine proprio per ricorrere, quindi soggetto alla sospensione feriale di 31 giorni, analogamente agli altri termini di impugnazione tributaria. Dunque, se l’intimazione fosse notificata ad esempio il 20 giugno, i 60 giorni scadrebbero il 19 agosto, ma cadendo in periodo di sospensione feriale la scadenza slitterebbe al 19 settembre. (Nel dubbio, consultarsi col legale: comunque mai aspettare l’ultimo giorno!).
- Dopo il 60° giorno: Se non hai presentato ricorso, l’intimazione diventa definitiva. Ciò non aggiunge sanzioni immediate, ma – come spiegato – consolida il debito (niente più possibilità di contestare il merito) . A questo punto, se non hai nemmeno pagato, l’Agente potrà comunque procedere esecutivamente in qualunque momento (sempre entro il limite di un anno dalla notifica dell’intimazione, trascorso il quale dovrà eventualmente rinnovarla).
- Validità di un anno: Fino al primo anniversario della notifica, l’intimazione rimane efficace . Ad esempio se notificata il 10 gennaio 2026, potrà legittimare pignoramenti fino al 10 gennaio 2027. Dopo, decadrà di efficacia e se il Fisco vorrà ancora riscuotere dovrà notificare una nuova intimazione (a meno che il credito nel frattempo non sia divenuto inesigibile per prescrizione o altre cause).
Durante questo periodo, il contribuente ha alcuni diritti e possibilità:
- Diritto di accesso agli atti: È possibile (anzi consigliabile) chiedere all’Agente della Riscossione copia delle cartelle esattoriali elencate nell’intimazione, se non se ne ha contezza. Spesso l’intimazione riporta il numero delle cartelle e le somme, ma magari si tratta di atti vecchi che il contribuente non ricorda o che afferma di non aver mai ricevuto. Attraverso l’accesso agli atti o una richiesta all’ADER, si può ottenere copia delle relate di notifica delle cartelle originarie, l’estratto di ruolo, e ogni documento utile per valutare la situazione. L’Avvocato Monardo e il suo staff si attivano immediatamente in tal senso, ad esempio depositando un’istanza di accesso agli atti o consultando il cassetto fiscale del contribuente, per ricostruire la storia del debito e verificare se vi siano irregolarità (come notifiche fatte a vecchi indirizzi, vizi di forma, prescrizioni già maturate, importi non dovuti, ecc.).
- Facoltà di pagare o proporre soluzione bonaria: In qualsiasi momento il debitore può decidere di pagare spontaneamente la somma indicata (in unica soluzione o chiedendo una dilazione, come vedremo) per chiudere la posizione. Il pagamento entro i 5 giorni evita ogni aggravio; il pagamento successivo potrebbe comportare il pagamento di eventuali interessi di mora maturati nel frattempo o spese di esecuzione se nel frattempo è iniziata (ad esempio, se tra il giorno 6 e il giorno 10 l’ADER ha già bloccato il conto, dovrai pagare anche le spese di esecuzione per sbloccarlo). Ma fintanto che il debito non è interamente saldato, l’ente di riscossione non fermerà le procedure, a meno che non intervenga un provvedimento di sospensione (giudiziale o amministrativa) o una richiesta di rateizzazione accettata.
- Diritto di proporre ricorso (con eventuale sospensiva): Entro il 60° giorno il contribuente può depositare ricorso presso la competente Corte di Giustizia Tributaria di primo grado (in passato detta Commissione Tributaria Provinciale) chiedendo l’annullamento – totale o parziale – dell’intimazione, per motivi di legittimità o di merito (si vedano dopo le possibili motivazioni). Contestualmente può chiedere al giudice una sospensione cautelare dell’efficacia dell’intimazione, ossia un provvedimento d’urgenza che blocchi temporaneamente la riscossione in attesa della sentenza . Il giudice tributario, in presenza di fumus boni iuris (motivi di ricorso non manifestamente infondati) e periculum in mora (rischio grave e attuale di danno, ad esempio pignoramento imminente della casa), può concedere la sospensione. In genere la sospensione viene decisa in tempi abbastanza rapidi (15-30 giorni dalla richiesta, con decreto presidenziale monocratico o con ordinanza della Sezione). Se viene accordata, l’ADER dovrà astenersi dal proseguire l’esecuzione fino alla decisione finale. Ottenere la sospensiva non è scontato: occorre convincere il giudice sia della fondatezza del ricorso sia della gravità del danno. L’Avv. Monardo cura con grande attenzione questa fase, perché una sospensione può salvare il contribuente da un pignoramento imminente. In mancanza di sospensiva, l’Agente può procedere anche con il giudizio in corso, e al limite se il ricorso verrà poi accolto, il contribuente avrà diritto alla restituzione di quanto eventualmente pagato/pignorato indebitamente.
- Possibilità di accordi o definizioni extragiudiziali: Fino a che non interviene una sentenza passata in giudicato, nulla vieta che il contribuente e l’ente riscossore trovino soluzioni transattive. Ad esempio, se pendono provvedimenti legislativi di definizione agevolata (rottamazioni), il debitore può aderirvi e chiudere la causa (vedi oltre). Oppure, tramite l’avvocato, può evidenziare all’ADER certe circostanze per indurlo a una sospensione amministrativa (ad esempio, se il debito è già sgravato dall’ente creditore, o c’è un palese errore). La legge prevede uno strumento interessante: l’istanza di sospensione legale della riscossione (art. 1 commi 537-544 L. 228/2012, come mod. da L. 160/2019). Consente al contribuente di inviare all’Agente, entro 60 giorni dalla notifica dell’atto (quindi anche di un’intimazione), una dichiarazione documentata che il debito è inesigibile per una di queste ragioni: pagamento già eseguito, provvedimento di sgravio/emissione in autotutela dell’ente creditore, sospensione amministrativa già concessa dall’ente, sentenza favorevole, prescrizione decorsa, ecc. Se l’istanza è accolta, l’ADER sospende immediatamente la riscossione e trasmette la pratica all’ente creditore per il controllo; se l’ente conferma l’errore, il ruolo è annullato, altrimenti rigetta. Se l’ente non risponde entro 220 giorni, il debito viene annullato di diritto . È una tutela importante sulla carta, sebbene nella pratica spesso l’ente risponda (quasi sempre negativamente) entro i 220 giorni per non far annullare il carico. Tuttavia, la presentazione di tale istanza nei 60 giorni utili può essere parallela o alternativa al ricorso: va valutato caso per caso (l’Avv. Monardo può consigliarti la strategia migliore; spesso si preferisce fare direttamente ricorso al giudice, più incisivo, riservando l’istanza in autotutela a casi lampanti di errore materiale).
- Diritti in caso di esecuzione forzata: Se l’Agente, trascorsi i 5 giorni, avvia un pignoramento (ad esempio presso terzi sul conto bancario), il contribuente mantiene il diritto di opporsi davanti al giudice ordinario per vizi formali del pignoramento o per eventi successivi (ad esempio se nel frattempo ha pagato o il debito è stato sospeso). Inoltre, in sede esecutiva, il contribuente potrebbe chiedere al giudice dell’esecuzione la sospensione dell’esecuzione ex art. 624 c.p.c. se vi è un ricorso pendente che potrebbe incidere sul diritto di procedere. Spesso però i giudici civili, rilevata la pendenza di un ricorso tributario (competente sul merito), attendono l’esito di quello senza prendere iniziative. È comunque essenziale che, una volta ricevuta l’intimazione, non si resti con le mani in mano fino al pignoramento, confidando magari di opporsi allora: come abbiamo spiegato, quel potrebbe essere troppo tardi per far valere molte eccezioni .
Cosa può succedere dopo 5 giorni: pignoramenti, ipoteche, fermi
Trascorsi i 5 giorni dall’intimazione senza pagamento, quali azioni concrete può intraprendere l’Agenzia delle Entrate-Riscossione? Ecco le principali:
- Pignoramento presso terzi (art. 72-bis DPR 602/73): È la forma più rapida e comune. L’ADER invia un atto di pignoramento ad un “terzo” debitore o custode di somme del contribuente, ad esempio la banca dove hai il conto corrente o il datore di lavoro (se sei dipendente) o l’ente pensionistico (INPS). Questo atto vincola immediatamente le somme: il terzo deve congelare importi fino a coprire il credito indicato. Per il conto in banca: viene bloccato il saldo fino a concorrenza del dovuto (con alcune tutele, es. lasciando libero il minimo vitale sui conti personali). Per lo stipendio/pensione: viene pignorata una quota mensile (in genere 1/10 o 1/7 della pensione/stipendio, a seconda dell’importo, nel rispetto dei limiti di legge). Il pignoramento presso terzi non richiede l’intervento di un ufficiale giudiziario e avviene per atto notificato; poi l’ADER chiederà al giudice dell’esecuzione l’assegnazione delle somme. Questo tipo di pignoramento è spesso avviato appena scaduti i 5 giorni, perché è veloce e sicuro per il Fisco (specialmente conto e stipendio). Quindi, se hai ricevuto un’intimazione e hai fondi sul conto, è realistico aspettarsi un blocco del conto corrente nelle settimane successive se nulla viene fatto.
- Pignoramento immobiliare: Se il debito supera certe soglie (in genere 120.000€) e possiedi beni immobili (case, terreni), l’ADER può iscrivere ipoteca e successivamente avviare l’espropriazione immobiliare. Attenzione: per legge l’espropriazione della prima casa è preclusa per l’Agente pubblico se è l’unico immobile di proprietà del debitore, adibito a residenza e non di lusso, e il debito è sotto 120.000€. Negli altri casi, trascorsi 30 giorni dall’iscrizione ipotecaria senza saldo, l’ente può chiedere il pignoramento dell’immobile. Questo è più raro e lungo, ma per debiti grandi è una minaccia concreta. L’intimazione di pagamento, se esistente, va notificata almeno 30 giorni prima di iniziare il pignoramento immobiliare (in aggiunta al preavviso di cui all’art. 77). In pratica, se ti mandano un’intimazione e possiedi un immobile di valore, preparati perché potrebbe preludere a un’ipoteca o, in casi gravi, a un successivo pignoramento di casa/terreni.
- Fermo amministrativo su veicoli (art. 86 DPR 602/73): È un atto con cui l’ADER iscrive al PRA un vincolo che ti impedisce di utilizzare e vendere il tuo veicolo (auto, moto) finché non saldi il debito. Il preavviso di fermo deve essere notificato almeno 30 giorni prima. Il fermo è molto frequente su cartelle per multe, bollo auto, ecc., ma può essere usato anche per tributi. Non richiede intimazione ad hoc, anche se spesso viene inviata comunque. Trascorsi i 30 giorni dal preavviso, se non paghi o rateizzi, scatta il fermo. Il fermo non recupera denaro ma mette pressione (non puoi circolare legalmente col mezzo, pena sanzioni e sequestro).
- Iscrizione di ipoteca (art. 77 DPR 602/73): Come accennato, per debiti sopra 20.000€ l’ADER può iscrivere ipoteca sui tuoi immobili a garanzia del credito. Deve notificare un preavviso 30 giorni prima. L’intimazione non è condizione necessaria per ipotecare , anche se se c’è stato molto tempo dall’ultima cartella, di solito prima di ipotecare ti inviano quell’ultimo sollecito (che è appunto l’intimazione). Una volta iscritta ipoteca, la proprietà resta tua ma risulta “vincolata”: difficilmente potrai venderla perché l’ipoteca pubblico prende grado. Se non risolvi, come detto, l’ipoteca può preludere a esproprio per i debiti maggiori.
- Azioni esecutive mobiliari: L’Agente della riscossione può, come un qualsiasi creditore, anche tentare il pignoramento mobiliare (ad esempio inviare gli ufficiali di riscossione presso la tua abitazione o sede per pignorare beni). Tuttavia, questa forma oggi è meno praticata, soprattutto per i costi e l’esiguità del ricavato. In genere la usano per aziende (pignorare macchinari) o casi mirati. Comunque è nel ventaglio delle possibilità dal giorno 6 in poi.
In tutte queste ipotesi, va ribadito: se hai presentato ricorso e ottenuto una sospensiva dal giudice tributario, l’ADER non dovrebbe procedere (o se ha proceduto deve revocare gli atti esecutivi in corso). Se invece non c’è sospensione, l’ente spesso va avanti lo stesso, anche sapendo del ricorso pendente. Perché? Perché sa che eventualmente se il contribuente vincerà, dovrà restituire quanto preso, ma intanto massimizza le chance di incassare (magari il contribuente rinuncia a proseguire la causa se ha già pagato, ecc.). Dunque, aspettarsi indulgenza dall’esattore è sbagliato: meglio assumere che, scaduti i 5 giorni, faranno quello che è in loro potere fare.
Diritti del contribuente durante l’esecuzione forzata
Se malauguratamente si arriva a un’azione esecutiva concreta (ad esempio un pignoramento del conto o altro), il contribuente conserva alcuni strumenti di difesa:
- Opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.): da proporre al tribunale civile competente, per contestare il diritto di procedere all’esecuzione. Come detto, però, dopo un’intimazione non impugnata, i margini in sede di 615 sono limitati: potrai far valere solo eventi successivi (es. il debito l’hai pagato DOPO l’intimazione, o è stato annullato dall’ente creditore) o vizi radicali (es. non sei il soggetto giusto, scambio di persona, oppure l’atto di pignoramento è stato notificato in modo inesistente). Non potrai invece invocare prescrizioni o nullità pregresse ormai coperte dal mancato ricorso tributario . L’opposizione all’esecuzione va fatta con atto di citazione e può richiedere anch’essa una sospensiva al giudice.
- Opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.): sempre tribunale civile, entro 20 giorni dall’atto viziato, per contestare irregolarità formali del pignoramento o delle notifiche esecutive. Esempio: il pignoramento presso terzi non conteneva le indicazioni di legge, oppure ti è stato notificato in maniera errata. Anche qui, non tocca il merito del debito ma solo la legittimità formale dell’atto esecutivo.
- Istanza di conversione del pignoramento (art. 495 c.p.c.): se ti hanno pignorato un bene (es. l’immobile), puoi chiedere al giudice di sostituire i beni pignorati con una somma di denaro pari al debito + spese, da pagare anche a rate (massimo 18 mesi). Questo ti permette di evitare la vendita del bene, pagando gradualmente il dovuto. È un’ultima spiaggia se non sei riuscito a fermare prima.
- Accordo con ADER: anche a pignoramento iniziato, l’Agente della Riscossione può sospendere la procedura se entri in rateizzazione del debito. Ad esempio, se ti bloccano il conto ma tu riesci a ottenere subito un piano di rate, spesso ADER con uno specifico iter “congela” il pignoramento (magari lasciando giusto la prima rata trattenuta e liberando il resto). Su questo non c’è un diritto codificato, ma nella prassi succede: all’ADER conviene incassare a rate piuttosto che proseguire in lunghe esecuzioni dall’esito incerto. Parleremo oltre dei piani di rateazione, ma è importante sapere che anche se arrivi a un passo dal baratro, puoi spesso negoziare un’uscita con l’ente.
- Ricorso in appello se vinci o perdi: questo è oltre la fase esecutiva, ma ricordiamo che se hai fatto ricorso tributario e vinci in primo grado ottenendo l’annullamento dell’intimazione, l’ADER potrebbe appellare la sentenza (entro 60 giorni) e chiedere eventualmente la sospensione dell’esecutività della sentenza. Viceversa, se perdi in primo grado, puoi appellare tu e chiedere tu la sospensione in secondo grado. Insomma, la battaglia può proseguire su più fronti e livelli. Ma l’importante è non arrivarci con l’acqua alla gola: meglio giocare d’anticipo con le difese fin da subito.
In conclusione, dal momento in cui ti viene notificata un’intimazione di pagamento, si apre una finestra temporale critica: i primi 5 giorni in cui puoi pagare per evitare l’esecuzione; i 60 giorni in cui puoi attivare la difesa giudiziaria; e poi un periodo di un anno in cui l’ombra del pignoramento è sempre pendente. Agire tempestivamente con il supporto di un avvocato consente di sfruttare appieno i propri diritti entro quei termini, prevenendo gli scenari peggiori (pignoramenti di beni vitali) o comunque ponendosi in posizione di forza per trattare con il fisco.
Nei capitoli successivi vedremo come impostare la difesa legale: quali motivi di ricorso invocare, come ottenere sospensioni, come impugnare efficacemente l’intimazione; inoltre analizzeremo le opzioni alternative come rateizzazioni, rottamazioni, ecc., che possono affiancare o talvolta sostituire il contenzioso, a seconda della situazione. L’Avv. Monardo, con la sua esperienza, valuta caso per caso il mix di strumenti da utilizzare per difendere il contribuente nel modo più efficace e rapido.
Difese e strategie legali: come impugnare, sospendere o contestare l’intimazione
Di fronte a un’intimazione di pagamento, la strategia difensiva principale consiste nel proporre ricorso in sede tributaria contro l’atto, con eventuale richiesta di sospensione, al fine di ottenerne l’annullamento (totale o parziale) e bloccare le azioni esecutive. Vediamo dunque come impugnare un’intimazione di pagamento, quali motivi si possono far valere e come procedere per massimizzare le chances di successo. Esploreremo poi anche ulteriori strategie (come accordi, atti stragiudiziali, ecc.) che si possono utilizzare congiuntamente o in alternativa al ricorso.
Preparazione del ricorso: verifica dei vizi e motivi opponibili
La prima fase è analizzare a fondo l’intimazione e gli atti presupposti per individuare tutti i possibili motivi di ricorso. In genere, i vizi che possono portare all’annullamento dell’intimazione rientrano in due macro-categorie:
- Vizi “propri” dell’intimazione stessa, ossia riguardanti la legittimità formale e sostanziale dell’atto di intimazione.
- Vizi degli atti presupposti (cartelle di pagamento, avvisi di accertamento ecc.) che si riflettono a valle sull’intimazione.
Ricordiamo infatti che impugnando l’intimazione è ammesso contestare sia i vizi propri sia quelli dei precedenti atti non notificati o invalidi . Questo punto è sancito espressamente dall’art. 19, comma 3, D.Lgs. 546/92: se un atto presupposto (es. cartella) non ti è stato notificato, puoi impugnare l’atto successivo (intimazione) lamentando il vizio dell’atto precedente. Inoltre, anche se la cartella fu notificata ma vuoi contestarne nel merito la pretesa tributaria (ad esempio perché l’imposta non era dovuta), in teoria avresti dovuto farlo a suo tempo. Se non l’hai fatto e la cartella è definitiva, generalmente quel merito non è più contestabile; tuttavia, la giurisprudenza ha ammesso in alcune circostanze la possibilità di far valere anche l’illegittimità sostanziale originaria in sede di ricorso contro l’intimazione, qualora l’intimazione rappresenti la prima effettiva conoscenza del contribuente di quella pretesa (caso di cartella mai notificata e scoperta solo tramite intimazione). Diciamo che questo è un terreno delicato: se la cartella era regolarmente notificata e tu hai solo “dormito”, non puoi rispolverare oggi eccezioni di merito ormai coperte da giudicato implicito. Ma se riesci a dimostrare che quella cartella di fatto non ti è mai arrivata (notifica nulla), allora l’intimazione diventa di fatto il primo atto e puoi contestare tutto il merito da zero.
Vediamo dunque un elenco dei motivi di ricorso più frequenti contro un’intimazione:
A) Vizi propri dell’intimazione:
- Notifica irregolare o nulla dell’intimazione: ad esempio, se l’intimazione non ti è stata notificata secondo legge (PEC a indirizzo sbagliato, raccomandata a indirizzo dove non risiedi più, vizi nella relazione di notifica, ecc.). Se si dimostra che la notifica è nulla o inesistente, l’atto non è valido. In genere l’ente può tentarne la rinotifica se i termini non sono scaduti, ma se passa un anno può decadere. È sempre un motivo da controllare (lo Studio Monardo esamina con scrupolo le relazioni di notifica).
- Mancato rispetto dell’art. 50 comma 2 (tempistica): qui rientra il caso in cui l’Agente abbia avviato il pignoramento senza notificare l’intimazione malgrado fosse trascorso un anno dalla cartella. Se il pignoramento è già stato fatto così, quell’esecuzione è nulla per difetto di intimazione. Ma se invece l’Agente ha notificato un’intimazione oltre un anno dopo la cartella e poi pignora, è corretto (anzi obbligato) che abbia fatto l’intimazione. Quindi questo motivo si pone più come difesa contro pignoramenti avvenuti senza intimazione (non proprio come vizio dell’intimazione, ma come scenario: se ricevi un pignoramento e non hai mai ricevuto intimazione pur essendo passati anni dalla cartella, puoi opporre la nullità del pignoramento stesso per violazione dell’art. 50 ). Diverso invece il caso in cui tra cartella e intimazione siano passati troppi anni, ad esempio cartella del 2015 e intimazione nel 2022: uno potrebbe eccepire la prescrizione (vedi punto C sotto). Il rispetto dell’anno dall’ultima notifica è più che altro condizione di legittimità dell’esecuzione, ed è soddisfatto dall’intimazione stessa se fatta dopo l’anno.
- Difetto di potestas o legittimazione: ovvero se l’intimazione proviene da soggetto non più competente. Ad esempio, se la cartella era stata emessa da Equitalia e ora l’ente competente è Agenzia Entrate-Riscossione, questo passaggio è per legge automatico quindi non c’è vizio. Ma se per ipotesi un ente locale revoca la delega all’ADER, bisognerebbe vedere. In pratica questo è raramente un problema oggi, perché ADER accentra tutto per tributi erariali e molti locali.
- Intimazione emessa fuori termine di efficacia della cartella: questione particolare: se la cartella era decaduta (ad es. negli accertamenti esecutivi c’è un termine entro cui vanno consegnati i ruoli) o annullata, l’intimazione sarebbe illegittima perché si basa su un titolo non valido. Questo va verificato caso per caso, di solito come riflesso di un vizio presupposto (accertamento decaduto ecc.).
- Contenuto non conforme al modello ministeriale: come accennato l’art. 50 comma 3 impone un modello approvato. Se l’intimazione manca di elementi essenziali (dati, importi, riferimenti alle cartelle), potrebbe essere nulla per difetto di motivazione o d’indicazione. La Cassazione però ha detto che è sufficiente il riferimento alle cartelle per considerarla motivata . Quindi contestare “mancanza di motivazione” di solito non paga, a meno che proprio non citi le cartelle (ipotesi remota). Più interessante è se c’è un errore palese (es: chiede importi maggiori di quelli effettivi, “vizi propri” di calcolo).
- Intimazione inviata quando non necessaria (entro l’anno): se l’ADER inviasse un’intimazione prima che sia trascorso un anno dalla cartella, in teoria non è vietato (può sollecitarti anche prima). Non sarebbe illegittima, solo prematura. Ma nel sollecitarti prima, poi quell’intimazione varrebbe come atto qualsiasi impugnabile? Credo di sì ma non è frequente: di solito seguono la norma e la mandano solo dopo un anno, anche perché prima potrebbero pignorare subito senza necessità di intimare. Quindi non comune.
B) Vizi degli atti presupposti (notifica cartelle):
- Cartella di pagamento mai notificata o notificata nulla: è il motivo numero uno nei ricorsi contro intimazione. Se il contribuente non ha mai ricevuto regolarmente la cartella esattoriale originaria, l’intimazione è la prima notizia del debito. In questo caso si eccepisce la nullità dell’intimazione per mancata notifica dell’atto presupposto . Si chiede al giudice di annullare l’intimazione e, conseguentemente, dichiarare non dovuto il debito (o quantomeno ordinare la notifica della cartella, ma essendo presumibilmente decaduti i termini, di fatto il debito non è più riscuotibile). Cass. SSUU 16412/2007 conferma che l’omissione di un atto presupposto (cartella) vizia l’atto conseguente (mora/intimazione) e il contribuente può far valere tale nullità impugnando l’atto successivo . Quindi questo è un motivo fortissimo se provato. Come si prova? Facendo emergere che la notifica della cartella non risulta o presenta errori gravi (ad es. relazione di notifica con nominativo errato, indirizzo sbagliato, notifica per posta ma senza relata o senza firma, ecc.). L’Avv. Monardo attraverso l’accesso agli atti verifica tutte le relate e cerca questi vizi. Spesso emergono casi in cui Equitalia notificò a indirizzi vecchi, o a mezzo posta senza rispettare le regole di legge, o con relata mancante: in tutti questi casi la cartella è giuridicamente come mai notificata e l’intimazione cade.
- Notifica della cartella effettuata per compiuta giacenza senza comunicazione CAD: caso specifico: se il postino non trovò nessuno e lasciò l’avviso (CAD) e la cartella andò in giacenza, la legge richiede un secondo avviso (CAN) per informarti della giacenza. Se questo manca, la Cassazione ha in passato ritenuto nulla la notifica. Insomma, ci sono tecnicismi vari sulle notifiche che un bravo avvocato esplora. La giurisprudenza è altalenante su alcune formalità, ma tentare può portare risultati.
- Vizi di forma della cartella (es. mancata motivazione, importo errato): qui bisogna distinguere. Se la cartella fu notificata e non impugnata a tempo debito, quei vizi formali ormai non sono più deducibili, perché la cartella è definitiva. Però, se non fu notificata validamente (quindi contestiamo la notifica), allora tutto l’atto è come se fosse impugnabile ora, quindi potremmo attaccare anche il merito (vizio sostanziale) della cartella. Ad esempio: supponiamo che la cartella riguardi un imposta accertata ma poi annullata da una sentenza a tuo favore, eppure la cartella è stata emessa lo stesso. Se non l’hai mai ricevuta e ora ti intimano il pagamento, puoi eccepire che quell’imposta era stata annullata dal giudice, quindi la pretesa è nulla. Oppure: cartella emessa oltre i termini di decadenza del ruolo – se non l’hai mai saputa prima, lo dici ora con l’intimazione. Insomma, motivi sostanziali ce ne possono essere, ma devi sempre passare dalla porta della mancata notifica: se la notifica fu regolare, il merito non lo riapri.
- Prescrizione del credito tributario maturata prima dell’intimazione: altro motivo gettonatissimo, legato al tempo trascorso. Molte intimazioni arrivano relative a cartelle vecchie di 5, 10, 15 anni. Bisogna valutare la prescrizione. Ad esempio, cartella per contributi INPS del 2012: i crediti previdenziali hanno prescrizione quinquennale, quindi se dal 2012 al 2023 non ci sono stati atti interruttivi, il debito era prescritto già nel 2018. Oppure cartella per sanzione del Codice della Strada (multa) del 2010: quelle hanno prescrizione 5 anni pure. O tributi erariali (Irpef, IVA) che hanno 10 anni o 5 anni a seconda. Insomma, se tra la notifica della cartella e la notifica dell’intimazione è trascorso un periodo superiore al termine di prescrizione del tributo, si può eccepire che il credito era già estinto per prescrizione e quindi l’intimazione è illegittima. Attenzione però: come abbiamo visto, la Cassazione 2025 dice che devi eccepire ora la prescrizione, perché se non impugni l’intimazione la prescrizione maturata si considera sanata . Quindi se credi che il debito fosse prescritto, è obbligatorio fare ricorso adesso. Nei ricorsi questo è uno dei motivi principali. Occorre individuare il giusto termine prescrizionale: per i tributi erariali (es. IRPEF, IVA) in genere è 10 anni dalla notifica della cartella (prescrizione ordinaria) salvo che la legge speciale preveda 5 (c’è discussione ma la Cassazione ultimamente propende per 10 per Irpef, contributi e altro; 5 anni per sanzioni amministrative, contributi previdenziali, tributi locali in alcuni casi). L’Avv. Monardo esamina la tipologia di debito e calcola il decorso. Se la prescrizione si è compiuta, questo è un motivo forte per chiedere l’annullamento dell’intimazione e quindi del debito. La prova qui sta negli atti: bisogna mostrare che dopo l’ultima notifica valida (cartella, sollecito, ecc.) è passato più del termine senza atti interruttivi. L’ADER spesso sostiene che l’estratto di ruolo o le sue intimazioni interne interrompono, ma giurisprudenza dice di no: deve essere un atto notificato al contribuente. Quindi se non t’hanno notificato niente per 6-7 anni, la prescrizione è fatta. Questo motivo è spesso vittorioso in giudizio.
- Decadenza del potere di riscossione: diverso dalla prescrizione, riguarda termini per l’iscrizione a ruolo o notifica cartella. Ad esempio: avvisi di accertamento per il 2018 vanno notificati entro il 31/12/2023 (5 anni), e cartelle derivanti vanno affidate entro fine 2024; se l’ADER notifica cartella oltre i termini previsti dal proprio ruolo (ci sono regole in legge di bilancio ecc.), può esserci decadenza. Questo è molto tecnico e di solito va sollevato contro la cartella. Se non l’hai fatto, è difficile recuperarlo ora a meno di non ricadere nella mancata notifica. Però in alcuni casi, se la decadenza è evidente (es. cartella per un imposta notoriamente decaduta), si può tentare.
- Sgravio o annullamento già avvenuto: può capitare che l’ente creditore (Agenzia Entrate, Comune, INPS) abbia annullato in autotutela o perso un ricorso sull’atto originario, ma Equitalia/ADER proceda lo stesso perché non ha recepito. Se tu hai documenti che provano che quel debito è stato annullato, puoi farli valere impugnando l’intimazione. È uno dei casi dell’istanza di sospensione 220 giorni citata prima: il giudice tributario in genere su ciò (se porti la sentenza favorevole o l’annullamento dell’ente) annulla l’intimazione perché il debito non sussiste più.
- Importo già pagato: se avevi già pagato la cartella ma per errore risulta ancora iscritta, puoi opporti mostrando le ricevute. Anche questa è ipotesi da istanza in autotutela ma anche da ricorso se necessario (chiedendo spese).
- Rateizzazione in corso: se al momento dell’intimazione tu avevi un piano di rate in corso e stavi pagando regolarmente, l’intimazione non dovrebbe arrivare perché il debito è in stato di sospensione esecuzione finché sei in regola. Se arriva lo stesso, può esser frutto di errore o riferirsi a ruoli non inclusi nel piano. In ogni caso puoi eccepire che il debito è oggetto di dilazione e quindi l’intimazione è illegittima (di solito ADER annulla l’intimazione se c’è errore). Nota: se invece eri decaduto da una precedente rateazione per morosità, allora l’intimazione è giustificata.
In genere, un buon ricorso contro intimazione include più motivi alternativi, se ci sono: ad esempio “nullità della notifica delle cartelle X, Y”, “prescrizione intervenuta”, “illegittimità per difetto di motivazione o vizi importi”, ecc. Questo perché magari il giudice accoglie un motivo e assorbe gli altri. È importante quindi non puntare su un solo aspetto se ne esistono diversi, per aumentare le probabilità di vittoria. L’Avv. Monardo svolge un’analisi a 360 gradi per trovare ogni falla nella procedura di riscossione.
Un elemento a cui stare attenti è anche il profilo delle spese di lite: se vinci, l’ente può essere condannato a rifonderti le spese legali. Se perdi, potresti essere condannato tu. Ma nei giudizi tributari spesso le spese sono compensate o modeste. In ogni caso, quando il debito è rilevante, fare ricorso conviene quasi sempre, perché in gioco ci sono magari decine di migliaia di euro, contro qualche migliaio di spese legali.
Procedura di ricorso: tempi e modalità
Per presentare ricorso contro un’intimazione di pagamento, dal 2023 la procedura tributaria è telematica e regole leggermente mutate con la riforma della Giustizia Tributaria:
- Il ricorso va notificato all’ente impositore (in questo caso Agenzia Entrate-Riscossione, tipicamente all’indirizzo PEC dell’ufficio legale regionale competente, o in alternativa presso la sede per raccomandata). Va anche notificato, se diverso, all’ente titolare del credito (ad esempio Agenzia Entrate o Comune), ma in genere per semplicità si cita direttamente ADER come parte, essendo atto della riscossione.
- Dopo la notifica, entro 30 giorni va depositato il ricorso (iscrizione a ruolo) presso la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado competente (di solito quella della provincia dove risiedi, salvo eccezioni). Ormai il deposito avviene via PEC/Piattaforma telematica SIGIT, allegando il ricorso notificato, ricevute, documenti, ecc.
- Nel ricorso si formula l’istanza di sospensione cautelare se serve. La Commissione, ricevuta la richiesta, fissa una camera di consiglio in tempi brevi (15-30 gg) per decidere sulla sospensiva. In alcune sedi, il Presidente può emettere decreto inaudita altera parte ancora più veloce.
- La trattazione di merito del ricorso avviene con udienza (telematica o in presenza) di solito dopo diversi mesi (6-12 mesi, dipende dall’arretrato). In caso di urgenza e pericolo (pignoramenti avviati) spesso la sospensiva è il passaggio chiave per congelare la situazione in attesa.
- Una particolarità: se il debito intimato supera € 50.000, per poter stare in giudizio il contribuente deve munirsi di difensore abilitato (avvocato, commercialista o tributarista) e questi deve firmare il ricorso. Se è sotto 50k, potresti teoricamente stare senza difensore, ma è vivamente sconsigliato viste le complessità. Lo Studio Monardo segue ogni aspetto formale per assicurare l’ammissibilità del ricorso.
Nel ricorso si possono impugnare tutti gli atti connessi: quindi volendo potresti impugnare contestualmente anche le cartelle (se ne hai ricevuto magari un estratto recentemente) insieme all’intimazione, ma non è necessario né sempre possibile. Di solito si indica l’intimazione come atto impugnato e si chiedono i suoi effetti.
Ricorda che il ricorso non sospende automaticamente la riscossione. Solo il giudice può sospendere su richiesta . Dunque, se hai presentato ricorso ma la sospensiva tarda o è negata, può essere utile contestualmente cercare soluzioni parallele (tipo rateizzare, come suggeriva Avv. Marino: “consiglio di fare ricorso e contemporaneamente rateizzare, perché la sospensione è molto difficile da ottenere” ). Questo doppio binario è una scelta strategica: fare ricorso per principio, ma rateizzare per prudenza. Così eviti che ti pignorino intanto, e se poi vinci il ricorso potrai rinunciare al piano o farti restituire eventuali pagamenti.
Un punto importante: la rateizzazione non equivale a riconoscimento del debito. La Cassazione ha chiarito che accettare una dilazione di pagamento non costituisce automaticamente un’accettazione della pretesa fiscale, che richiede manifestazione di volontà espressa . Quindi puoi rateizzare “con riserva” e intanto portare avanti il giudizio. Certo, se firmi documenti in cui dichiari di rinunciare ai ricorsi allora sì, ma normalmente la domanda di dilazione standard non implica rinuncia a liti.
L’assistenza dell’Avvocato: il valore aggiunto
Affrontare un contenzioso tributario è complesso. L’Avv. Giuseppe Monardo offre in questo contesto un’assistenza altamente specializzata e personalizzata. Quali sono i vantaggi pratici di farsi seguire dal suo Studio?
- Esperienza specifica in riscossione: Questi ricorsi richiedono conoscenza di norme tributarie, di procedura civile e di giurisprudenza molto aggiornata (come abbiamo visto, Cassazione ha cambiato orientamenti proprio nel 2025). L’Avv. Monardo, cassazionista e specialista in diritto tributario e bancario, tiene monitorate le novità normative e le ultime sentenze della Cassazione e delle Corti di merito. Ciò significa impostare la difesa sui precedenti più favorevoli e aggiornati (es. sapere della sentenza Cass. 6436/2025 e delle implicazioni, oppure conoscere le pronunce che hanno annullato intimazioni per vizi di notifica).
- Analisi multidisciplinare del caso: lo Studio Monardo è multidisciplinare, include avvocati e dottori commercialisti che insieme esaminano il quadro debitorio del cliente. Spesso chi riceve un’intimazione ha altri debiti pendenti (altre cartelle, debiti bancari, ecc.). Lo Studio può dare un consiglio integrato: impugnare dove conviene, accedere a definizioni agevolate dove possibile, o valutare soluzioni di sovraindebitamento. Ad esempio, se un cliente ha 20 cartelle e ne arriva una intimazione per alcune, oltre al ricorso su quella intimazione si può valutare se conviene una rottamazione per i restanti carichi (se c’è una finestra normativa aperta), oppure un piano del consumatore se il totale debiti è insostenibile. Questa visione d’insieme è fondamentale per non vincere una battaglia ma perdere la guerra.
- Precisione nei termini processuali: un errore formale (come notificare in ritardo il ricorso o sbagliare destinatario) può compromettere tutto. Il team legale assicura che il ricorso sia fatto a regola d’arte, depositato nei termini, e segue poi l’iter (memorie, udienze) con professionalità, tenendo informato il cliente.
- Gestione della fase cautelare: L’Avv. Monardo sa bene quanto sia critico ottenere la sospensione. Prepara memorie mirate, enfatizza il pericolo (ad esempio allegando prove che l’ADER ha già iscritto ipoteca o inviato preavvisi di pignoramento, per convincere il giudice dell’urgenza) e spesso discute in camera di consiglio per ottenere il provvedimento. Un cliente da solo difficilmente saprebbe muoversi così.
- Capacità di negoziazione con l’ADER: parallelamente al giudizio, lo Studio mantiene il dialogo con gli uffici di riscossione. Talvolta, facendo presente che è stato presentato ricorso e ci sono vizi gravi, si riesce ad ottenere informalmente che l’ADER metta in stand-by l’azione esecutiva (ci sono casi in cui gli stessi funzionari, riconoscendo magari l’errore su una cartella, sospendono in attesa dell’esito). Oppure, se il cliente decide di pagare o rateizzare, l’avvocato si occupa di predisporre l’istanza di dilazione adeguata e di far presente all’ADER la situazione per congelare i fermi/pignoramenti.
- Tutela nel lungo periodo: dopo il primo grado, lo Studio valuta se proseguire in appello o se è il caso di definire la controversia. In ogni momento, l’obiettivo è il miglior risultato per il cliente: che può essere l’annullamento totale del debito, o una transazione favorevole (ad esempio, grazie al ricorso l’ADER potrebbe accettare di stralciare sanzioni o trovare un accordo). L’Avv. Monardo essendo cassazionista può eventualmente portare la questione fino in Cassazione qualora vi sia una questione di diritto importante da far valere.
In sintesi, impugnare un’intimazione con l’aiuto di un legale esperto aumenta enormemente le probabilità di successo. Da solo, un contribuente rischia di perdersi nei tecnicismi, di sbagliare procedura o di non saper far emergere un vizio a suo favore. Con lo Studio Monardo, invece, avrà al suo fianco professionisti che hanno già affrontato decine di situazioni analoghe, conoscendo le “trappole” e le “scappatoie” del sistema, e che sanno dove e come colpire per bloccare la riscossione.
Nei prossimi capitoli, dopo aver coperto il contenzioso, tratteremo gli strumenti alternativi e complementari: le soluzioni extragiudiziali come la rateizzazione, le rottamazioni delle cartelle, e le procedure da sovraindebitamento. Queste opzioni possono spesso fornire una via d’uscita efficace – talvolta più efficace del giudizio stesso – soprattutto quando il contribuente non contesta di dovere qualcosa ma non è in grado di pagare subito tutto o vuole ridurre l’importo dovuto.
Strumenti alternativi per gestire o definire il debito tributario intimato
Oltre alla strada del ricorso legale, è fondamentale conoscere e valutare altri strumenti previsti dall’ordinamento che possono aiutare il contribuente a risolvere il debito intimato in modo sostenibile o conveniente. Questi strumenti possono essere usati in parallelo alla difesa giudiziaria (ad esempio, come misura tampone in attesa della sentenza) oppure in alternativa quando non ci sono validi motivi per contestare il debito ma si vuole evitare il peggio (pignoramenti) e trovare una soluzione di pagamento.
In questa sezione esamineremo:
- La rateizzazione (dilazione) del debito con Agenzia Entrate-Riscossione.
- Le definizioni agevolate (es. rottamazione delle cartelle, saldo e stralcio) e altre forme di “sanatoria” fiscale.
- Le procedure di sovraindebitamento (piano del consumatore, concordato minore) e l’esdebitazione, utili se il contribuente è schiacciato da troppi debiti.
- Gli accordi di ristrutturazione e composizione negoziata della crisi per le imprese indebitate (scenario in cui entra in gioco l’Esperto negoziatore ex D.L.118/2021).
Rateizzazione del debito intimato: pagare a rate per fermare l’esecuzione
La rateizzazione è spesso la soluzione più immediata e pragmatica per chi riceve un’intimazione e riconosce di dovere le somme ma non può pagarle tutte insieme. Richiedendo un piano di dilazione all’Agenzia Entrate-Riscossione, si ottengono due benefici cruciali:
- Si evita il pignoramento, perché l’ADER, una volta concesso e avviato il piano di rate, non può procedere con nuove azioni esecutive sui debiti inclusi nel piano (a patto che tu paghi regolarmente le rate) .
- Si guadagna tempo e sostenibilità, diluendo l’esborso in un periodo più lungo (fino a 6 anni o 10 anni in taluni casi), con interessi relativamente bassi.
Vediamo come funziona. Le regole della rateizzazione delle cartelle sono state modificate di recente (anche nel 2023 e 2024), ma in generale:
- Importi fino a €120.000: concessione automatica fino a 72 rate mensili (6 anni) senza bisogno di dimostrare lo stato di difficoltà . (Fino al 2022 il limite era 60.000€, poi elevato a 120.000€). Ciò significa che se il tuo debito complessivo con ADER (sommando le somme a ruolo anche di più cartelle) è entro 120k, puoi ottenere una dilazione standard di 6 anni presentando semplice domanda.
- Importi superiori a €120.000: puoi chiedere un piano fino a 120 rate mensili (10 anni), però devi fornire documentazione sulla tua situazione economica (indice di liquidità < certe soglie, ISEE per persone fisiche o certificazione di temporanea difficoltà per imprese). Se rispetti i parametri, la dilazione “straordinaria” viene concessa. Ad es., debito 300k, potresti avere 10 anni con rate di 2.500€/mese circa.
- Novità dal 2025: È stata introdotta una possibilità di piani ancora più lunghi in alcune circostanze. La normativa di bilancio ha previsto che per richieste presentate negli anni 2025 e 2026, se il contribuente versa in comprovate difficoltà, l’ADER può concedere piani da 85 fino a 120 rate (per i debiti sopra una certa soglia) . In sostanza viene data un po’ più flessibilità alle rateazioni in questo periodo. Inoltre, per i decaduti da precedenti rottamazioni, c’è la chance di rateizzare quei residui.
- Decadenza dalla rateizzazione: Attualmente, se salti il pagamento di 8 rate anche non consecutive (per piani dal 2022 in poi), decadi dal beneficio . Fino a qualche anno fa erano 5 rate, poi 10, ora stabilizzato a 8. Quindi hai un margine: puoi ritardare fino a 7 rate (anche sparse) senza perdere il piano, ma all’ottava salti. È comunque vivamente consigliato non abusarne: una volta decaduto, è difficile ottenere un nuovo piano sugli stessi debiti (servirà magari pagarli tutti o attendere nuove norme).
- Compatibilità con il ricorso: Come detto, puoi presentare ricorso e intanto rateizzare. Devi però essere consapevole che se vinci il ricorso magari avrai pagato rate per nulla (che dovrai chiedere a rimborso). E se perdi, avrai però già ridotto il debito pagando un po’. Alcuni preferiscono chiedere al giudice la sospensione del pagamento rate in attesa di sentenza: a volte i giudici lo considerano, altre no.
- Procedura per chiedere la dilazione: Oggi è molto semplice: si può fare online dal sito di Agenzia Entrate-Riscossione, area riservata con SPID oppure anche tramite PEC inviando i moduli. L’Avv. Monardo spesso assiste i clienti anche nell’ottenere la rateizzazione, per assicurarsi che includa tutti i carichi desiderati e per coordinare ciò con eventuali cause. Dopo la richiesta, l’ADER rilascia un piano di pagamento con i bollettini per le rate (di solito la prima rata entro 30 giorni).
- Effetto sul pignoramento: Se l’intimazione è recente e tu chiedi rateizzazione prima che parta il pignoramento, solitamente l’ADER aspetta l’esito della richiesta. Se concedono le rate, non procedono oltre. Se invece il pignoramento era già avviato (conto bloccato), l’ADER può subordinare lo sblocco al pagamento di qualche rata. Ma, come esperienza, una volta ottenuto un piano, se lo comunichi all’ufficio legale dell’ADER che ha avviato il pignoramento, nella maggior parte dei casi sospendono l’azione in corso. Ad esempio, se il conto è pignorato e poi rateizzi, l’ADER può dire alla banca di sbloccare (magari dopo aver prelevato l’importo di una rata).
- Interessi di dilazione: Attualmente il tasso d’interesse sulle rateazioni con ADER è molto basso (circa 2% annuo) , fissato per legge. Questo rende conveniente rateizzare, perché l’onere aggiuntivo è modesto rispetto a un finanziamento bancario. Inoltre durante rateazione non maturano nuovi interessi di mora né sanzioni.
La dilazione conviene quando il debito è dovuto e sostenibile nel tempo. Se uno deve 10mila euro, farlo in 72 rate sono ~140€/mese, fattibile. Se deve 200mila, 120 rate sono ~1666€/mese, più dura ma se ha reddito adeguato si può. Se gli importi sono enormi e il reddito insufficiente, allora serve altro (vedi soluzioni sovraindebitamento).
Un vantaggio strategico: chiedere la rateizzazione subito dopo aver ricevuto l’intimazione blocca sul nascere l’azione esecutiva senza aspettare l’esito (che comunque è quasi scontato se rientri nelle soglie). Puoi sempre revocare la rateizzazione se poi vinci il ricorso o se esce una rottamazione migliore, salvo aver versato qualche rata. Non c’è un limite al numero di rateizzazioni richiedibili nel tempo (a parte che se decadi devi pagare qualcosa prima di chiederne un’altra).
Infine, la Cassazione ha detto chiaramente che chiedere la rateizzazione non è una rinuncia a impugnare e non preclude contestazioni future . Quindi, se hai dubbi sul debito ma intanto vuoi evitare guai, puoi rateizzare “con riserva di ripetere”. Qualora poi la giustizia ti dia ragione e annulli il debito, potrai interrompere i pagamenti e chiedere rimborso di quanto versato.
Definizioni agevolate e “rottamazioni”: ridurre sanzioni e interessi
Negli ultimi anni il legislatore ha introdotto varie misure di definizione agevolata dei carichi affidati all’agente della riscossione, comunemente note come “rottamazione delle cartelle” o “saldo e stralcio”. Queste misure consentono ai contribuenti di pagare importi ridotti rispetto al dovuto originario, tipicamente abbattendo sanzioni e interessi.
Se hai ricevuto un’intimazione, significa che il tuo debito è iscritto a ruolo e non pagato da tempo. Potrebbe quindi rientrare nelle casistiche di qualche rottamazione, se attiva al momento. Facciamo una panoramica:
- Rottamazione-quater (Definizione agevolata 2023): È l’ultima in ordine di tempo. Introdotta dalla Legge di Bilancio 2023 (L. 197/2022, commi 231 e segg.), riguarda tutti i debiti a ruolo affidati dal 1° gennaio 2000 al 30 giugno 2022. Consente di pagare solo le somme capitali (imposte, contributi) + diritti di aggio + rimborsi spese notifica, senza sanzioni né interessi di mora . Nel caso di multe stradali, si pagava solo la multa base senza interessi e senza maggiorazioni. La rottamazione-quater ha avuto scadenza di adesione il 30 giugno 2023 (poi prorogata al 30 settembre 2023) e piani di pagamento fino a massimo 18 rate in 5 anni. Molti hanno aderito. Se il tuo debito ricade in quell’arco temporale e hai aderito, l’ADER non può intraprendere azioni esecutive (è tutto sospeso purché rispetti le rate). Se non hai aderito e ora ti penti, purtroppo la scadenza è passata. Tuttavia, recentemente col Decreto legge 148/2023 convertito in L. 18/2024 è stata data una seconda chance a chi era decaduto dal beneficio: riapertura termini fino al 30 aprile 2024 per chi non ha pagato la prima rata, e proroga al 15 marzo 2024 delle prime tre rate . Questo per dire che il quadro è dinamico. Al momento (gennaio 2026) non c’è una nuova rottamazione attiva, ma il passato ha insegnato che periodicamente ne spunta una.
- Saldo e stralcio 2019: Misura una tantum per contribuenti in difficoltà (ISEE < €20.000) che permetteva di pagare solo una percentuale del debito (dal 16% al 35%) per alcune categorie di carichi. È stata applicata e scaduta, non più replicata.
- Rottamazioni precedenti (I, II, III): ce ne furono nel 2016-2017 (rottamazione-bis) e 2018 (rottamazione-ter). Ormai concluse.
- Stralcio dei mini-debiti: La L. 197/2022 ha anche previsto l’annullamento automatico dei debiti fino a €1.000 relativi agli anni 2000-2015 (quindi cartelle piccole di quell’epoca sono state cancellate al 31/3/2023). Dunque, se l’intimazione riguarda importi sotto 1000 di quegli anni, potrebbe essere un errore perché dovevano essere annullati. Da verificare.
- Definizione liti pendenti: sporadicamente, leggi di bilancio offrono la chance di definire i contenziosi tributari pendenti con sconti (pagando il dovuto senza interessi, o percentuali se hai vinto in primo grado etc.). Nel 2023 c’era una definizione liti. Oggi (2026) nulla di aperto su questo, ma se hai un ricorso in corso e appare un condono liti, valutare.
Come queste misure interagiscono con l’intimazione?
Se hai aderito a una rottamazione, l’intimazione (per gli stessi carichi) perde efficacia, perché la riscossione è sospesa per legge. Devi però rispettare i pagamenti. Ad esempio, se hai aderito alla definizione 2023, l’ADER non deve inviarti intimazioni su quei debiti. Se lo facesse per errore, si impugna segnalando l’adesione.
Se non hai aderito perché magari non potevi pagare nemmeno collo sconto, ora l’intimazione ti costringe all’angolo. In mancanza di aperture legislative, potresti comunque tentare adesso di negoziare con l’ADER un saldo minore? Purtroppo l’ADER non ha potere di transare liberamente le somme iscritte a ruolo (a differenza di un creditore privato). Però, c’è la possibilità di chiedere all’ente creditore (es. Agenzia Entrate) una definizione in autotutela in casi eccezionali (rare). Oppure, usare le procedure di cui diremo nel sovraindebitamento per proporre un saldo e stralcio giudiziale.
Ad ogni modo, è bene stare all’erta: se dovesse essere varata una “rottamazione-quinqies” o simili nel 2026, conviene aderire subito. Queste misure sono politiche, non prevedibili con certezza, ma succedono. Per esempio, la Legge n. 197/2022 è stata una manna per molti: ha permesso di chiudere i debiti risparmiando tutte le sanzioni e interessi. Chi stava combattendo col fisco nei ricorsi spesso ha preferito aderire, chiudendo la vicenda a costo minore e cancellando il contenzioso.
L’Avv. Monardo nel consigliare il cliente tiene conto di ciò: se c’è odore di un condono imminente, potrebbe suggerire di temporeggiare un attimo (nei limiti dei termini) per poi aderire, oppure di fare ricorso ma transigere alla prima occasione favorevole.
Esempio di rottamazione riuscita: Un cliente con €50.000 di cartelle, composte da €30.000 imposte, €10.000 sanzioni, €10.000 interessi, grazie alla rottamazione paga solo i €30.000 (magari in 18 rate) e risparmia €20.000 . Se quell’importo era intimato, l’intimazione viene superata dal nuovo piano.
E se non c’è rottamazione? Si può valutare il “ravvedimento operoso” se il debito deriva da accertamenti non definitivi, ma se siamo già a ruolo di solito no. O usare lo strumento del accertamento con adesione prima della cartella (ma qui siamo oltre).
In sintesi, le definizioni agevolate sono un terreno da monitorare. Attualmente (gennaio 2026) non c’è una finestra aperta, ma potrebbe aprirsi con nuove leggi. Chi ha debiti rilevanti spera sempre in una nuova rottamazione. Nel frattempo, bisogna attrezzarsi con gli strumenti ordinari (ricorsi, rate, sovraindebitamento).
Sovraindebitamento: piano del consumatore, accordo e liquidazione (Legge 3/2012 e Codice della Crisi)
Quando un contribuente si trova non solo con un’intimazione, ma con una mole di debiti complessiva insostenibile (fiscali e magari anche verso banche, privati, ecc.), potrebbe valutare di ricorrere alle speciali procedure previste per chi è sovraindebitato. Parliamo delle soluzioni introdotte originariamente con la Legge 3/2012 (detta anche “legge salva-suicidi”) e ora confluite nel Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. 14/2019, in vigore dal 2022).
Queste procedure permettono, in estrema sintesi, a una persona fisica, famiglia o piccolo imprenditore onesto ma sfortunato (che non può accedere al fallimento tradizionale) di ripianare i propri debiti in misura parziale o anche ottenerne la cancellazione totale, attraverso un procedimento giudiziale apposito. È un modo per “ripartire da zero” liberandosi dai debiti pregressi non pagabili .
Le tre forme principali (ribattezzate dal nuovo Codice) sono:
- Piano di ristrutturazione dei debiti del consumatore (ex “piano del consumatore”): riservato alle persone fisiche che hanno contratto debiti per scopi estranei all’attività imprenditoriale (famiglie, privati). Consente di proporre al giudice un piano di pagamento parziale dei debiti, commisurato alle proprie possibilità, anche senza accordo dei creditori. Se il tribunale lo omologa, il debitore paga quanto previsto dal piano (es. il 30% a tutti) e poi viene esdebitato dal restante. Esempio: famiglia con 100k debiti tra banche e fisco, propone di pagare 20k in 4 anni con l’aiuto di un parente, il giudice omologa perché vede la buona fede e la meritevolezza, e il restante 80k viene cancellato. I debiti fiscali possono rientrare, anche se per alcuni (IVA, ritenute) la legge chiede il pagamento almeno del loro valore integrale salvo eccezioni – ma vi sono state aperture giurisprudenziali anche per IVA.
- Concordato minore (ex “accordo di composizione della crisi”): destinato a soggetti non consumatori (ditte individuali, piccoli imprenditori, professionisti) che vogliono proporre un accordo ai creditori. Richiede l’adesione del 60% dei crediti (nel caso includa debiti fiscali, serve anche l’adesione dell’Erario se rilevante). È simile a un concordato preventivo ma in miniatura. Se approvato dai creditori e omologato, vincola tutti (anche dissenzienti) e libera il debitore dai debiti eccedenti.
- Liquidazione controllata del debitore (ex “liquidazione del patrimonio”): qui il debitore mette a disposizione il suo patrimonio liquidabile (es. una casa, o una somma mensile dal reddito) in un “concorsuale” gestito da un liquidatore nominato dal giudice, e al termine ottiene l’esdebitazione (cancellazione dei debiti residui) anche se i creditori hanno preso solo una parte. È una specie di “fallimento personale”, da usare quando non hai un reddito sufficiente per un piano ma vuoi comunque chiudere la posizione debitoria. Anche chi non ha nulla può accedere per ottenere l’esdebitazione del debitore incapiente (se proprio non hai beni né reddito, il giudice può esdebitarti direttamente ogni 4 anni al massimo, dandoti sollievo).
Perché queste procedure sono rilevanti parlando di intimazione? Perché se la tua situazione debitoria complessiva è fuori controllo, fare ricorso per annullare una singola intimazione può essere una vittoria di Pirro: magari annulli 10k ma ne hai altri 100k dietro l’angolo. In casi del genere, l’Avv. Monardo, forte della qualifica di Gestore della Crisi da Sovraindebitamento e come OCC, può guidarti attraverso una soluzione più radicale e risolutiva.
Ad esempio, se hai debiti tributari per 50.000€ e altri debiti bancari per 50.000€, e redditi modesti, potresti presentare un Piano del consumatore offrendo di pagarne, poniamo, 20.000 totali in 5 anni, suddivisi proporzionalmente tra i creditori, e chiedendo l’esdebitazione del resto. Il piano, se meritevole (cioè se la situazione di sovraindebitamento non è dovuta a colpa grave o frode), può essere omologato anche senza il consenso dell’Agenzia delle Entrate . L’effetto è che anche il Fisco dovrà accontentarsi di quella percentuale. Una volta eseguito il piano, tu sei libero.
Il ruolo dell’OCC e del Gestore: sono figure obbligatorie in queste procedure. L’OCC (Organismo di Composizione della Crisi) nomina un Gestore che redige la relazione sulla tua situazione e ti aiuta a formulare il piano. L’Avv. Monardo, essendo Gestore OCC iscritto, conosce benissimo questi meccanismi e anzi collabora con OCC nelle procedure. Può affiancarti sia come tuo avvocato, sia come professionista con competenze tecniche sul campo.
Queste procedure sospendono le azioni esecutive individuali: se presenti un piano/concordato minore, il giudice su richiesta sospende i pignoramenti in corso. Quindi se sei inseguito da ADER, l’avvio della procedura di sovraindebitamento può bloccare le intimazioni e i pignoramenti (ovviamente devi poi risolvere nella procedura, non è per guadagnare tempo e basta).
Ci sono alcuni paletti: i debiti erariali privilegiati (IVA, ritenute) per essere falcidiati richiedono che tu versi almeno quanto avresti versato in caso di liquidazione del patrimonio. Non entro nei dettagli, ma diciamo che il Fisco in queste procedure spesso deve comunque avere un trattamento equo. Non puoi proporre di pagare zero tasse se hai una casa vendibile: perché col pignoramento l’Avvocatura dello Stato direbbe “meglio vendergli casa”. Però se non hai beni rilevanti, possono accettare percentuali.
Esempio pratico: Lo Studio Monardo ha aiutato, poniamo, un piccolo imprenditore con €300.000 di debiti (di cui 150k col fisco) a ottenere un concordato minore: ha offerto 50.000 totali derivanti dal ricavato della vendita di un magazzino, e in cambio ha ottenuto la cancellazione dei restanti 250k. Il Tribunale ha omologato, il cliente ha pagato quel 50k e ora è senza debiti residui, inclusi quelli fiscali (tranne eventuali sanzioni penali se c’erano, ma parliamo di soldi). Questo è il potere “liberatorio” della Legge 3/2012 .
Chiaramente, non tutti i casi sono eleggibili: ci vuole la “meritevolezza” (es. non devi aver frodato i creditori, non devi esserti indebitato consapevolmente oltre le tue possibilità senza motivo legittimo). Bisogna passare al vaglio di un giudice, quindi la preparazione dev’essere accurata. Ma quando riesce, è davvero una rinascita finanziaria.
Esdebitazione dopo liquidazione controllata: se vendi ciò che hai (o anche nulla, se non hai nulla), la legge ti consente, a certe condizioni, di essere liberato dai debiti residui. Così anche chi non può offrire nulla in un piano può comunque dopo 4 anni ottenere esdebitazione come “incapiente”.
L’Avv. Monardo è professionista fiduciario di un OCC e dunque ancora più in grado di interfacciarsi con l’Organismo, predisporre la proposta, seguire l’iter fino all’omologa e assicurarsi che l’ADER e gli altri creditori rispettino poi l’accordo.
Importante: queste procedure includono tutti i debiti (tranne quelli non liberabili per legge, tipo debiti alimentari, qualche multa penale, e l’IVA ha regole a parte ma gestibile). Quindi se ne hai tante di cartelle (magari alcune per cui non hai motivi validi di ricorso), può essere preferibile questa strada piuttosto che ricorsi multipli e rate infinite.
Crisi d’impresa: composizione negoziata e ristrutturazione con il Fisco
Se il soggetto coinvolto è un’impresa (SRL, ditta con dimensioni rilevanti) e riceve intimazioni per carichi tributari, oltre alle vie già viste, c’è la possibilità di strumenti della crisi d’impresa:
- La Composizione negoziata della crisi (introdotta dal D.L. 118/2021, ora nel Codice crisi): un percorso volontario in cui l’imprenditore in stato di crisi può, con l’assistenza di un Esperto indipendente nominato dalla Camera di Commercio (figura dell’Esperto Negoziatore, quale è l’Avv. Monardo), sedersi al tavolo con i creditori (tra cui il Fisco) per trovare un accordo di risanamento, scongiurando il fallimento. Durante la composizione negoziata, l’imprenditore può chiedere misure protettive al tribunale che sospendono le azioni esecutive dei creditori per alcuni mesi. Ciò vuol dire che, se l’azienda avvia questo percorso, anche l’Agenzia Entrate-Riscossione dovrà congelare pignoramenti e intimazioni mentre si negozia (salvo casi urgenti). L’Esperto aiuta a redigere un piano di risanamento e a proporlo ai creditori. Se il Fisco aderisce, si può arrivare a soluzioni come rateizzazioni straordinarie, stralci su sanzioni, transazioni fiscali (prevista dalla legge per IVA, IRPEF, ecc., con certe percentuali).
- Accordi di ristrutturazione dei debiti e transazione fiscale: sono procedure concorsuali giudiziali dove l’imprenditore trova l’accordo con una parte dei creditori e chiede l’omologa al tribunale. In tali accordi si può includere il Fisco attraverso l’istituto della transazione fiscale (art. 182-ter L.F. ora Codice crisi) dove, con il benestare del comitato dell’agenzia delle entrate, si possono ridurre interessi e sanzioni e dilazionare i tributi (talvolta anche stralciare quota di imposte, ma dipende dalle ultime normative e dagli assetti).
- Concordato preventivo in continuità o liquidatorio: estrema ratio, se l’impresa è insolvente. Presentando il concordato, scattano misure di stay sulle azioni esecutive simili, e dentro il concordato il Fisco viene trattato come creditore privilegiato ma con possibili falcidie su parte chirografaria.
Queste ultime opzioni esulano un po’ dal caso del “contribuente persona fisica” a cui pensiamo di solito per un’intimazione, ma è bene citarle perché l’Avv. Monardo ha le qualifiche per gestire anche crisi aziendali (la qualifica di Esperto Negoziatore ex D.L.118/2021 lo conferma) e può quindi consigliare anche imprenditori con debiti tributari su come impostare la salvezza dell’azienda evitando il pignoramento magari dei conti aziendali, dei crediti o dei beni produttivi.
In pratica: se un’azienda riceve intimazioni per 200.000€ di IVA non pagata, invece di subire il pignoramento dei crediti verso clienti (che equivarrebbe a bloccarne l’attività), può nominare un Esperto, avviare la composizione negoziata, ottenere la sospensione dei pignoramenti, e nel frattempo cercare un accordo col fisco tipo: “pagherò 50k ora e il resto in 5 anni a seguito di nuova finanza, ecc.”. Se l’accordo riesce, si formalizza e l’azienda esce dalla crisi continuando a operare.
È un ambito complesso, ma il messaggio è: non esiste solo il ricorso e il pagare tutto e subito. L’ordinamento offre vari attrezzi nella cassetta, e con l’aiuto di professionisti capaci si può combinare la giusta soluzione per ogni situazione.
Errori comuni da evitare e consigli pratici del difensore
In situazioni delicate come quella in esame (avere pochi giorni per reagire a una richiesta di pagamento del Fisco), è facile commettere errori dettati dalla paura, dalla poca informazione o dai cattivi consigli. Ecco alcuni errori comuni che i debitori tendono a fare – e che devono essere evitati – insieme ai consigli pratici dell’Avv. Monardo su come muoversi correttamente:
- Errore 1: Ignorare l’intimazione sperando che “passi da sola”.
Spiegazione: Alcuni sottovalutano l’intimazione credendo sia un semplice sollecito e che, non avendo beni intestati o immaginando che il Fisco ci metterà tempo, possano procrastinare. Questo è un errore gravissimo. Come abbiamo sottolineato, ignorare l’intimazione significa di fatto accettare il debito e rinunciare a difendersi . Inoltre l’ADER è oggi molto efficiente nell’individuare conti, stipendi, case (ha accesso a banche dati, Anagrafe tributaria, etc.): quindi prima o poi il pignoramento arriva.
Consiglio: Non restare inerte. Appena ricevi l’atto, rivolgiti ad un avvocato esperto. Valuta ricorso e/o rateazione immediatamente. Anche se pensi di essere “nullatenente”, il debito resta e potrebbero iscrivere ipoteche o aspettare tempi migliori (ad esempio un’eredità futura). Agisci ora: almeno interrompi prescrizioni e tieni aperta la possibilità di contestare. In pratica, affronta il problema, non nasconderlo sotto il tappeto. - Errore 2: Pensare “tanto il debito è vecchio, non possono più farmi niente”.
Spiegazione: Molti credono che i debiti ultradecennali siano automaticamente non esigibili. In realtà, la prescrizione va eccepita e provata davanti al giudice – e come abbiamo visto, se non eccepita in tempo, può essere sanata . Se l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ti manda un’intimazione per cartelle del 2010, evidentemente ritiene che non siano prescritte (magari perché c’è un atto che tu ignoravi, come una raccomandata nel 2015). Se tu stai fermo, dopo 60 giorni quel debito vecchio “rivive” completamente .
Consiglio: Verifica concretamente la prescrizione con l’aiuto del legale, controllando gli atti notificati. Se risulta prescritto, eccepisci la prescrizione con un ricorso. Non dare per scontato di essere al sicuro senza agire. Inoltre, fino a che un giudice non dichiara la prescrizione, il Fisco agirà come se il debito fosse valido. - Errore 3: Pagare qualcosa a caso o fare da sé accordi verbali.
Spiegazione: Preso dal panico, qualcuno magari paga una piccola parte del dovuto entro 5 giorni pensando basti a calmare l’ADER, oppure telefona al call center cercando di spiegare la propria situazione sperando in una dilazione “a voce”. Queste mosse non sortiscono effetto: un pagamento parziale non ferma il pignoramento (a meno che non sia formalizzato in un piano di rate completo) e comunicazioni informali non sospendono nulla. Il rischio è di sprecare denaro e comunque subire ugualmente l’azione esecutiva.
Consiglio: Segui le procedure formali. Se vuoi pagare, chiedi direttamente una rateizzazione ufficiale o paga tutto. Se vuoi trattare, fallo tramite canali istituzionali (istanza di sospensione, ricorso, ecc.), non con una semplice telefonata. Ogni passo deve essere documentato. L’Avv. Monardo può gestire i contatti con l’ufficio legale dell’ADER in modo professionale e producente, evitando che tu faccia mosse impulsive. - Errore 4: Rivolgersi a consulenti non specializzati o soluzioni “fai-da-te” online.
Spiegazione: La tentazione di risparmiare sulle spese legali porta alcuni a rivolgersi al commercialista generico, al “cugino praticante”, o a provare a scaricare un ricorso fac-simile da internet. Questo purtroppo spesso porta a errori procedurali o a difese mal impostate, che vengono respinte dal giudice. Ad esempio, un ricorso copia-incolla che non affronta il caso specifico può essere rigettato, o potrebbe essere depositato fuori termine per ignoranza di qualche regola.
Consiglio: Affidati a un professionista qualificato in materia tributaria. La difesa improvvisata può costarti molto di più alla fine (perché perdi e devi pagare). Lo Studio Monardo, ad esempio, ha avvocati che quotidianamente trattano contenziosi di riscossione: sanno quali argomenti funzionano, quali no, come evitare inammissibilità, come modulare le richieste. I fac-simile standard in rete non tengono conto delle peculiarità del tuo caso né degli aggiornamenti giurisprudenziali, rischiando di farti fallire per un dettaglio. - Errore 5: Confondere i ruoli (non sapere chi ha emesso cosa).
Spiegazione: Alcuni contribuenti non distinguono tra Agenzia delle Entrate (ente impositore) e Agenzia delle Entrate-Riscossione (esattore). Così magari presentano ricorso contro l’ente sbagliato, oppure chiedono la rateizzazione all’ufficio delle imposte anziché all’agente della riscossione. Queste confusioni possono far perdere tempo o causare rigetti per difetto di legittimazione passiva.
Consiglio: Chiarisci bene la natura del debito e le competenze: se si tratta di ruoli esattoriali devi dialogare con l’ADER per pagamenti/dilazioni, e con l’ente creditore (Entrate, Inps, Comune…) solo per eventuali sgravi o questioni di merito. Nel ricorso, in genere si cita l’ADER, ma talvolta conviene chiamare in giudizio anche l’ente originario se si contesta il merito del tributo. Sono valutazioni tecniche in cui l’avvocato saprà come procedere. Tu, come regola pratica, porta tutta la documentazione possibile al legale senza tralasciare nulla, così lui identifica i soggetti coinvolti. - Errore 6: Lasciar scadere i termini (60 giorni) perché “tanto sto trattando”.
Spiegazione: Alcuni intraprendono discussioni con l’ADER (es. chiedono una verifica o presentano un’istanza di sospensione in autotutela) e nel frattempo non presentano ricorso, facendo trascorrere i 60 giorni. Se poi l’accordo non arriva o l’ADER rigetta l’istanza, si ritrovano fuori tempo massimo per agire in giudizio. Questo è un tranello: l’ufficio a volte invita “aspetti la risposta”, ma se la risposta arriva dopo 60 giorni negativa, il contribuente ha perso la chance di ricorso.
Consiglio: Non subordinare l’azione legale alle trattative informali. Puoi tentare un’istanza di autotutela, ma contemporaneamente prepara il ricorso entro i termini, magari facendolo notificare l’ultimo giorno utile se speri in risposte. Ma non farlo scadere. In altre parole, mantieni aperta ogni via: l’autotutela spesso non sospende termini legali. L’Avv. Monardo, ad esempio, può gestire entrambe le cose in parallelo: chiedere sospensione amministrativa all’ADER ma anche predisporre ricorso cautelativo. - Errore 7: Non calcolare correttamente i 5 giorni (scadenza e decorrenza).
Spiegazione: Un dettaglio banale ma insidioso: i 5 giorni includono week-end? Sì, si contano giorni di calendario. Molti pensano “mi hanno notificato lunedì, ho tempo fino a lunedì prossimo”. In realtà se ti notificano lunedì, entro venerdì (5° giorno) dovresti pagare. Se il 5° giorno è sabato o festivo, slitta al lunedì successivo, ok, ma attenzione. Un errore di calcolo può farti sforare di un giorno il termine di pagamento e magari farti trovare un pignoramento partito.
Consiglio: Segna subito la scadenza: fai aiutare dall’avvocato o controlla sul calendario tenendo conto di sabati e domeniche. Per sicurezza, considera i 5 giorni come 5 giorni di calendario e paga entro il 5° giorno effettivo. Per il ricorso, invece, sono 60 giorni calcolati al netto dei periodi di sospensione feriale (1-31 agosto). Qui l’avvocato farà il calcolo preciso. - Errore 8: Pagare interamente senza verificare se si può risparmiare qualcosa.
Spiegazione: A volte, presi dalla paura, si paga tutto e subito chiedendo magari un prestito, per poi scoprire che quella cartella era sgravabile o il debito era parzialmente non dovuto. Pagando interamente chiudi la questione, ma perdi ogni eventuale diritto a riduzioni o rimborsi se poi scoprissi che potevi contestare.
Consiglio: Valuta prima con un esperto la situazione. Se il debito è piccolo e non hai difficoltà, pagare per finirla lì va bene. Ma se è significativo, concediti almeno una consulenza: magari viene fuori che metà importo è sanzioni abbuonabili con rottamazione, o che quel debito è già prescritto… L’Avv. Monardo può rapidamente dirti se ci sono margini di risparmio. Se proprio decidi di pagare tutto, fallo consapevolmente, non per panico. - Errore 9: Pensare che una rateizzazione attiva su altre cartelle copra anche quelle intimazioni.
Spiegazione: Un contribuente potrebbe avere già una rateizzazione in corso su alcune cartelle, e riceve un’intimazione per altre cartelle. Potrebbe erroneamente credere che “ho un piano, quindi sono a posto”. Invece, se l’intimazione riguarda debiti non inclusi in quel piano, sono esigibili a parte. Oppure se è la stessa cartella, allora l’intimazione è un errore sì, ma devi avvisare l’ADER.
Consiglio: Assicurati che tutte le cartelle intimated siano coperte da eventuali piani di rate in essere. Se qualcosa è rimasto fuori, valuta una nuova rateazione comprensiva. Non dare per scontato nulla: controlla i numeri di cartella. In caso di dubbio, contatta subito l’ADER o il tuo consulente. - Errore 10: Sottovalutare l’ipoteca o il fermo perché “non è pignoramento”.
Spiegazione: Alcuni ricevono magari un preavviso di ipoteca o scoprono un fermo auto e lo ignorano perché “tanto non mi toccano finché non vendo l’auto/casa”. Ma ipoteca e fermo sono preludio di azioni peggiori e intanto creano problemi (fermo: non usi l’auto; ipoteca: immobilizza il bene, e se hai mutuo la banca si irrita, inoltre maturano interessi). Ignorare questi segnali peggiora solo la posizione (dopo ipoteca, può arrivare pignoramento immobiliare se il debito sale).
Consiglio: Reagisci anche ai provvedimenti cautelari. Se arriva un intimazione, considera che possano iscriverti ipoteca su casa – muoviti prima (ricorso o pagamento) per evitarlo. Se c’è un fermo, valuta di pagare quelle cartelle o di chiedere revoca per necessità (a volte se dimostri che ti serve l’auto per lavoro, il giudice può sospendere fermo). In ogni caso, non convivere passivamente con provvedimenti del genere: affrontali con il legale per risolverli. - Errore 11: Non comunicare eventuali cambiamenti all’avvocato o ai giudici.
Spiegazione: Se, dopo aver avviato un ricorso, succede qualcosa (ad esempio aderite a una rottamazione, oppure l’ADER vi invia un nuovo atto, o decidete di pagare), alcuni non lo comunicano al proprio avvocato o al giudice, creando confusione. Potreste rischiare di proseguire una causa su importi ormai definiti.
Consiglio: Mantieni aggiornato il tuo avvocato su ogni sviluppo. Se l’ADER ti invia altre lettere, se decidi di rateizzare, se arrivano nuove intimazioni, informa subito: la strategia va ricalibrata. E in giudizio, se definisci il debito con rottamazione, bisogna comunicarlo per cessata materia del contendere (evitando spese). La comunicazione tempestiva evita passi falsi e permette allo studio legale di assisterti al meglio. - Errore 12: Attendere l’ultimo momento per cercare assistenza.
Spiegazione: Capita che persone contattino l’avvocato il giorno 58 sui 60 disponibili, o addirittura dopo che è avvenuto un pignoramento. Si può ancora agire in extremis (a volte con ricorsi d’urgenza, ecc.), ma si lavora con l’acqua alla gola e magari opportunità più tranquille (es. sospensive, piani) sono sfumate.
Consiglio: Prima ti muovi, meglio è. Contattare l’avvocato appena ricevuta l’intimazione (o anche appena sai che sta per arrivare) permette di avere tutti i 60 giorni per preparare la difesa, raccogliere documenti, eventualmente presentare prima possibile la sospensiva e bloccare sul nascere la riscossione. Ridursi all’ultimo significa rischiare errori e avere intanto subito possibili danni (conto bloccato). Quindi, fai la chiamata appena hai in mano la busta verde o la PEC!
In sintesi, il miglior consiglio pratico è quello di affrontare proattivamente e con competenza la situazione. Ogni errore comune deriva o dalla passività o dall’agire senza la dovuta informazione/consulenza. Con l’Avv. Monardo al tuo fianco, questi errori vengono evitati a monte: il suo ruolo è guidarti e proteggerti in ogni passo, assicurandosi che i tuoi diritti siano esercitati nei tempi e modi corretti.
Tabelle riepilogative
Per facilitare la comprensione dei vari aspetti tecnici, proponiamo alcune tabelle sintetiche che riepilogano norme, termini e strumenti difensivi relativi all’intimazione di pagamento e alla riscossione.
Tabella 1: Principali riferimenti normativi e giurisprudenziali
| Riferimento | Contenuto rilevante |
|---|---|
| Art. 50 DPR 602/1973 (disposizioni riscossione) | Obbligo di intimazione se >1 anno da cartella; 5 giorni per pagare; efficacia 1 anno . |
| Art. 19 D.Lgs. 546/1992 (processo tributario) | Elenco atti impugnabili (include avviso di mora); interpretato estensivamente per intimazione . |
| Cass. Sez. Unite n. 16412/2007 | Omessa notifica cartella = nullità atto successivo (avviso di mora); contribuente può impugnare atto successivo o entrambi . |
| Cass. Sez. Unite n. 7822/2020 | Riparto giurisdizione: atti fino a cartella/intimazione -> giudice tributario; dopo -> giudice esecuzione . |
| Corte Cost. n. 114/2018 | Conferma tutela frazionata: necessario garantire difesa ante e post esecuzione; supporta visione SU 2020. |
| Cass. Sez. Unite n. 9817/2024 | Iscrizione ipoteca esattoriale possibile senza intimazione (procedura cautelare alternativa) . |
| Cass. civ. Sez. V n. 16743/2024 (ord.) | Orientamento (superato) che riteneva facoltativa impugnazione intimazione e possibile eccepire prescrizione su atto successivo . |
| Cass. civ. Sez. V n. 6436/2025 | Leading case recente: intimazione equiparata ad avviso di mora, impugnazione necessaria, pena cristallizzazione del debito . |
| Cass. civ. Sez. V n. 20476/2025 | Ribadisce che intimazione rientra in atti impugnabili ex art.19; se non impugnata nei termini, pretesa definitiva e preclusa eccezione di prescrizione pregressa . |
| Art. 1, commi 537-544, L. 228/2012 (sospensione legale) | Procedura di sospensione automatica su istanza del debitore con documenti (220 giorni per risposta) . |
| Legge 197/2022, commi 231-252 (Definizione 2023) | Rottamazione-quater: stralcio sanzioni e interessi per ruoli 2000-2022; pagamento solo tributi/tributi e pochi oneri . |
| D.L. 118/2021 (Composizione negoziata) & D.Lgs. 14/2019 (Codice crisi) | Strumenti per imprese in crisi: sospensione azioni esecutive durante trattative con creditori, possibile transazione fiscale ecc. |
(Note: Le sentenze Cassazione 2025 citate sono tra le più recenti sul tema; l’orientamento attuale è consolidato sulla necessità di impugnare le intimazioni. Il Codice della Crisi ha abrogato la L.3/2012 dal 2022, ma le procedure restano analoghe con nuovi nomi.)
Tabella 2: Termini e scadenze chiave dopo intimazione
| Azione/Evento | Termine/Scadenza | Note |
|---|---|---|
| Pagamento spontaneo senza aggravio | Entro 5 giorni dalla notifica | Dopo, possibile comunque pagare ma l’Agente può pignorare dal 6° giorno . |
| Presentazione ricorso tributario | Entro 60 giorni dalla notifica | Termine perentorio per impugnare; sospensione feriale 1-31 agosto applicabile. |
| Istanza sospensione all’ADER (L.228/2012) | Entro 60 giorni dalla notifica | Stesso termine del ricorso; ADER risponde entro 220 giorni, altrimenti annulla . |
| Concessione rateizzazione da ADER | Nessun termine fisso legale, ma… | Conviene chiedere prima dello scadere dei 5 giorni per evitare esecuzione. Richiedibile anche dopo, purché non pignorato. |
| Decadenza rateizzazione (piani post-2022) | Dopo 8 rate non pagate (anche non consecutive) | Prima era 5/10 rate a seconda del periodo . Pagamenti ripresi entro soglie evitano decadenza. |
| Validità intimazione (azione esecutiva) | 1 anno dalla notifica | Entro 1 anno ADER deve iniziare esecuzione, altrimenti intimazione scade e va rinnovata . |
| Prescrizione del credito (dopo intimaz.) | Riprende a decorrere dal giorno della notifica | Interrotta dalla notifica , decorre di nuovo senza sospensione per i 60 gg . (Es: termine quinquennale riparte dalla data di notifica). |
Tabella 3: Strumenti difensivi e loro effetti
| Strumento | Cosa fa | Vantaggi | Svantaggi/Condizioni |
|---|---|---|---|
| Ricorso tributario + sospensiva | Impugna l’intimazione davanti al giudice, chiedendo annullamento (ed eventualmente sospensione provvisoria) | – Può annullare totalmente il debito intimato (se vizi) <br> – Sospende esecuzione se ottieni sospensiva | – Necessita di motivi validi e provati <br> – Tempi giudiziari (mesi/anni per decisione finale) |
| Rateizzazione ADER | Piano pagamento a rate (fino a 72 o 120 rate) con ADER | – Ferma pignoramenti finché rispetti le rate <br> – Diluizione sostenibile, basso interesse <br> – Facile ottenimento (entro soglie) | – Debito da pagare quasi per intero (no stralcio di sorte) <br> – Se salti rate, riprende esecuzione e aggiunge aggravio |
| Rottamazione/Definizione agevolata | Sanatoria prevista da legge per ruoli fiscali (esonero sanzioni, interessi) | – Riduzione significativa importo dovuto (solo imposte) <br> – Pagamento in più soluzioni senza interessi di mora <br> – Sospende subito la riscossione a adesione avvenuta | – Disponibile solo in finestre legislative <br> – Occorre comunque pagare il capitale dovuto <br> – Decadenza se non paghi rate definizione (nessuna proroga ulteriore) |
| Istanza sospensione legale (autotutela) | Richiesta a ADER di sospendere perché debito non dovuto (prescritto, sgravato, errore, ecc.) | – Se accolta, blocco immediato <br> – Se ente non risponde in 220 gg, debito annullato per legge | – L’ente può rigettare se non convinto <br> – Non interrompe termini ricorso <br> – 220 gg sono lunghi; in pratica spesso rigettano prima |
| Procedura sovraindebitamento (piano/accordo) | Piano giudiziale per ridurre/ristrutturare TUTTI i debiti, omologato dal tribunale | – Possibile stralcio parziale dei debiti tributari (paghi in base a capacità, resto cancellato) <br> – Sospende tutte le azioni esecutive (protezione del patrimonio) <br> – Esdebitazione finale: debito residuo inesigibile | – Procedura complessa, serve OCC e giudice <br> – Richiede onestà e meritevolezza debitore <br> – Termine 4 anni prima di ripresentare se fallisce una volta <br> – Fisco spesso partecipa come creditore privilegiato (va convinto su percentuali) |
| Composizione negoziata (imprese) | Negoziazione assistita con creditori, con esperto nominato, per ristrutturare debiti azienda | – Misure protettive: blocco pignoramenti durante negoziazione <br> – Possibilità di concordare con Fisco dilazioni o transazioni ad hoc <br> – Può evitare fallimento e preservare continuità aziendale | – Volontaria: se creditori non collaborano, esiti incerti <br> – Necessita piano credibile di risanamento <br> – Deve essere attivata prima che l’impresa diventi insolvente conclamata |
| Opposizioni in sede esecutiva (615/617 cpc) | Contestazioni davanti al giudice ordinario dopo avvio pignoramento (su diritto a esecuzione o forma atti) | – Ulteriore livello di difesa se fase tributaria persa o non attivata <br> – Possibile blocco del singolo pignoramento per vizi formali | – Limiti sulle eccezioni sollevabili (non merito tributi se intimazione valida) <br> – Tempi spesso brevi (617: 20 gg) e giudici civili meno inclini a rivedere merito fiscale |
(Le tabelle sopra forniscono una vista d’insieme semplificata: ogni situazione concreta va valutata in dettaglio con il legale per scegliere lo strumento adatto.)
Come si vede, ogni strumento ha pro e contro. Spesso la soluzione migliore è combinare più strumenti: ad esempio, presentare ricorso per evidenziare un vizio e nel contempo avviare una rateizzazione per congelare l’esecuzione, oppure aderire a una definizione agevolata e includere eventuali debiti residuali in un piano del consumatore per il restante non condonabile. La strategia integrata è il punto forte dello Studio Monardo, che grazie alla compresenza di competenze legali e contabili riesce a orchestrare un piano di azione globale per il contribuente.
Passiamo ora ad una sezione di Domande e Risposte frequenti (FAQ), che in maniera colloquiale chiariranno molti dubbi pratici.
Domande Frequenti (FAQ)
D.1: Che cos’è esattamente un’intimazione di pagamento dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione?
R: È un atto formale di sollecito finale che l’Agente della Riscossione ti invia quando hai una o più cartelle esattoriali scadute e da oltre un anno non sono state avviate procedure esecutive . In pratica, elenca i debiti (già notificati con cartelle o avvisi) e ti intima di pagarli entro 5 giorni dalla notifica, avvisandoti che altrimenti procederanno con esecuzione forzata (pignoramenti, ipoteche, fermi) . È previsto dall’art. 50 DPR 602/73 ed è paragonabile ad un ultimo avviso prima del pignoramento.
D.2: In quali casi l’ADER invia un’intimazione di pagamento?
R: La invia obbligatoriamente se è passato più di un anno dall’ultima notifica di un atto di riscossione (tipicamente la cartella) senza che sia iniziata l’esecuzione . Ad esempio, hai ricevuto una cartella nel 2020, non hai pagato, e fino ad oggi (2026) nessuno ti ha pignorato: l’ADER, per poter pignorare adesso, deve prima mandarti l’intimazione. Può inviarla anche se ha già fatto qualche azione cautelare (ipoteca, fermo) ma vuole procedere col pignoramento. Inoltre, spesso la mandano in operazioni massive: ad esempio a inizio anno l’ADER può notificare migliaia di intimazioni su ruoli “dormienti” per rimetterli in moto. Non la inviano se il pignoramento è iniziato entro un anno o se stanno agendo in altro modo (es. avevi rateizzato, quindi non serve intimazione finché sei in piano).
D.3: Che differenza c’è tra una cartella di pagamento e un’intimazione di pagamento?
R: La cartella di pagamento (detta anche cartella esattoriale) è l’atto con cui per la prima volta ti viene chiesto il pagamento di un debito iscritto a ruolo (tributi, sanzioni ecc.). Contiene l’importo, la causale (es: IRPEF anno…, multa codice strada…), e ti dà 60 giorni per pagare . La intimazione di pagamento, invece, arriva dopo, a distanza di tempo: non introduce un nuovo debito ma sollecita il pagamento di debiti già indicati in cartelle precedenti . Ti dà solo 5 giorni. In pratica la cartella è come la “condanna” iniziale, l’intimazione è il “precetto” finale prima dell’esecuzione. Giuridicamente, oggi l’intimazione ha sostituito il vecchio “avviso di mora” . Una differenza fondamentale: la cartella se non impugnata in 60 gg diventa definitiva sul merito del debito; l’intimazione, se non impugnata, cristallizza definitivamente la situazione pregresso (non puoi più contestare vizi/prescrizioni precedenti) . Quindi entrambe vanno prese sul serio, ma l’intimazione è il segnale che sei a un passo dal pignoramento.
D.4: Davvero ho solo 5 giorni di tempo? Così pochi?!
R: Sì e no. Cinque giorni è il termine indicato sull’intimazione entro cui sarebbe necessario pagare per evitare azioni esecutive . È un termine estremamente breve, previsto dalla legge. Tuttavia, non è un termine perentorio per te in senso legale (non è che se non paghi entro 5 giorni perdi altri diritti, tranne il non evitare l’esecuzione). In pratica, dal 6° giorno l’Agenzia può procedere col pignoramento . Ciò non significa che il giorno 6 sicuro ti pignorano, ma hanno mano libera per farlo in qualsiasi momento successivo. Quindi, quei 5 giorni sono più che altro un minimo preavviso. Tu hai comunque 60 giorni per impugnare l’intimazione col ricorso , e puoi anche pagare dopo i 5 giorni (accettando il rischio di subire costi o azioni in più). Quindi dal lato dei tuoi diritti hai più tempo (60 gg di ricorso, possibilità di rateizzare anche dopo), ma dal lato loro dopo 5 giorni scatta l’allarme rosso. Il consiglio è di non ignorare affatto quei 5 giorni: in quel lasso contatta un avvocato, valuta se pagare subito o attivare misure d’urgenza (ad esempio, a volte con l’avvocato si riesce a far sapere all’ADER che si chiederà sospensione in tribunale, e magari attendono qualche giorno). Quindi, formalmente 5 giorni, realisticamente pochissimo tempo per reagire, perciò muoviti subito.
D.5: Cosa succede esattamente se non pago entro i 5 giorni?
R: In breve: puoi subire misure di riscossione forzata. Tradotto: dal 6° giorno in poi l’Agente della Riscossione può procedere con pignoramenti dei tuoi beni o redditi, oppure misure cautelari. Quelli più frequenti: pignoramento del conto corrente (ti bloccano i soldi in banca fino a concorrenza del debito), pignoramento dello stipendio/pensione (l’azienda o l’INPS dovrà trattenere una quota mensile), fermo amministrativo su veicoli (ti impediscono di usare l’auto legalmente finché non paghi), ipoteca su immobili (iscrizione di garanzia sulla casa, preludio ad esproprio se debito alto). Insomma, passato quel mini-termine, il debito entra in fase “coattiva”. Non è detto che il giorno 6 succeda qualcosa: dipende da tanti fattori (importo, politiche interne, carichi di lavoro). Potresti non vedere nulla per settimane, ma poi all’improvviso ricevere un atto di pignoramento o scoprire conto bloccato. Esperienza mostra che di solito l’ADER attende almeno i 60 giorni (per vedere se presenti ricorso o paghi), ma non è garantito. A volte procedono prima dei 60 giorni, costringendoti poi a chiedere sospensione in emergenza. Inoltre, se il debito è grosso e “sicuro”, agiscono subito. Quindi riassumendo: dopo 5 giorni aumenta di molto il rischio; l’unico modo per stare tranquillo è aver pagato o ottenuto una sospensiva dal giudice.
D.6: Possono pignorarmi lo stipendio o il conto corrente così rapidamente?
R: Sì. Il procedimento di pignoramento presso terzi (conto, stipendio) da parte dell’ADER è abbastanza rapido e non richiede passaggi in tribunale preventivi. L’Agente notifica un atto di pignoramento alla banca o al datore di lavoro (e per conoscenza a te) in cui intima al terzo di non disporre delle somme (blocco) e di versarle poi a Equitalia/ADER . Questo atto lo possono preparare e spedire anche pochi giorni dopo i 5 giorni, se vogliono. Ad esempio, Equitalia in passato faceva i cosiddetti “pignoramenti di massa” su conti subito dopo gli ultimi termini di rottamazione. Lo stipendio: devono rispettare i limiti (max 1/5 per stipendi, 1/10 per pensioni minime, ecc.), ma possono colpire direttamente l’azienda. Quindi sì, possono e lo fanno. Ovviamente c’è un po’ di burocrazia interna, non è automatico al secondo, ma in teoria dal giorno 6 hai il conto a rischio blocco. Perciò, se sai di avere soldi sul conto e un’intimazione scaduta, devi agire immediatamente (ad esempio valutare se prelevare qualcosa per sicurezza, sebbene legalmente non sarebbe corretto farlo per sottrarsi ai creditori, ma parliamo di sopravvivenza, qui entra l’etica personale). La cosa migliore è attivare la tutela legale così magari arriva una sospensione prima che parta l’ordine di pignoramento.
D.7: Possono mettermi un’ipoteca sulla casa o un fermo auto dopo l’intimazione?
R: Sì, anche queste sono opzioni. Fermo auto: se hai cartelle non pagate per oltre €1.000, l’ADER ti può inviare un preavviso di fermo e, passati 30 giorni, iscrivere il fermo sul veicolo (impedendone la circolazione). Il fermo non richiede intimazione in sé, ma se te l’hanno inviata e non paghi, sicuramente useranno anche questo strumento su eventuali veicoli. Ipoteca: per debiti totali sopra €20.000 l’Agente può iscrivere ipoteca sugli immobili di tua proprietà. La legge richiede che ti notifichi un preavviso 30 giorni prima. Se non sistemi, può iscriverla. Dopo l’ipoteca, se il debito supera €120.000, trascorsi 6 mesi può iniziare pignoramento dell’immobile (ma non se è prima casa che rientra nelle tutele di impignorabilità). Dunque, dopo l’intimazione, ipoteca e fermo sono possibili e probabili se hai rispettivamente case o auto. Da ricordare: per l’ipoteca la Cassazione ha detto che l’intimazione non è condizione necessaria , tuttavia se comunque te l’hanno mandata e tu non paghi, è logico aspettarsi anche l’ipoteca. In sintesi: sì, se possiedi beni registrati (auto, moto, casa) il rischio di vincoli su di essi è concreto.
D.8: Posso fare ricorso contro l’intimazione? Dove e come?
R: Sì, assolutamente. L’intimazione è un atto impugnabile davanti al giudice tributario (ora chiamato Corte di Giustizia Tributaria di primo grado, ex Commissione Tributaria Provinciale) . Hai 60 giorni dalla notifica per presentare ricorso . Il ricorso va notificato all’Agenzia Entrate-Riscossione (di norma via PEC) e poi depositato in Commissione. Nel ricorso puoi contestare sia vizi dell’intimazione (es. notificata a indirizzo errato, fuori termine) sia questioni relative alle cartelle sottostanti (es. prescrizione, cartella mai notificata, importo errato) . Come per altri atti fiscali, puoi chiedere al giudice una sospensione cautelare dell’esecutività dell’intimazione se c’è pericolo imminente (pignoramento), e il giudice deciderà abbastanza in fretta (in 1-2 mesi di solito). Il ricorso è un atto tecnico: serve preferibilmente un avvocato tributarista, soprattutto se il valore supera €50.000 (oltre tale soglia la difesa tecnica è obbligatoria). Quindi, sì puoi fare ricorso e dovresti farlo se hai motivi validi, perché è il modo principale per far valere i tuoi diritti e bloccare la riscossione.
D.9: Quali motivi validi ci sono per fare ricorso contro un’intimazione?
R: I motivi più tipici e forti sono: – Prescrizione del debito: se tra la notifica della cartella e quella dell’intimazione è passato più tempo del termine di prescrizione (5 anni per molte imposte e contributi, 10 anni per altre, a seconda dei casi) senza atti interruttivi, si può eccepire che il debito era già prescritto . – Cartella mai notificata o nulla: se sostieni di non aver mai ricevuto la cartella (o altro atto presupposto) e ne porti prova (per es. vedi che fu notificata a un indirizzo sbagliato), allora l’intimazione è illegittima perché ti chiede di pagare qualcosa di cui legalmente non eri stato informato . – Errori di notifica dell’intimazione stessa: se, ad esempio, l’intimazione ti è stata inviata via PEC a un indirizzo non tuo, o consegnata in mano a persona non autorizzata e non hanno fatto le procedure corrette, puoi invalidarla. – Vizi della cartella originaria: ad esempio importo calcolato male, tributo annullato da una sentenza nel frattempo, sgravio già emesso dall’ente creditore ma non recepito, ecc. Se non hai potuto contestare prima, lo fai ora. – Decadenza dei termini di notifica: se la cartella è stata emessa oltre i termini di legge (es. fuori tempo massimo rispetto all’anno d’imposta), quell’atto è nullo e quindi anche l’intimazione che lo richiama può cadere. – Pagamento già effettuato: sembra banale, ma a volte mandi un pagamento e per errata imputazione risulta ancora dovuto. Se hai le ricevute, dimostri e il giudice annulla. – Rateizzazione in corso: se all’epoca avevi una dilazione attiva e l’ADER ti manda ugualmente intimazione violando la sospensione, puoi ricorrere (ma di solito se c’era un piano l’intimazione non dovevano mandarla; più comune se eri decaduto dal piano).
In generale, qualsiasi violazione di legge o fatto estintivo relativo a quei debiti può essere un motivo. Naturalmente devono esserci basi concrete: semplicemente dire “non posso pagare” purtroppo non è un motivo di ricorso accolto, perché il giudice deve applicare la legge, non può esonerarti per compassione. Dunque servono appigli giuridici. Un avvocato li individua. Spesso, ripeto, le armi vincenti sono prescrizione e vizi di notifica, poiché molti debiti di vecchia data presentano queste fragilità.
D.10: Dove si presenta il ricorso e quanto tempo ci vuole per una decisione?
R: Il ricorso si presenta presso la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado competente per la tua zona (in genere provincia di tuo domicilio fiscale). Si invia telematicamente, oggi. La tempistica: per la sospensiva (se la chiedi) da 1 a 3 mesi al massimo per avere un’ordinanza. Per la sentenza di merito di primo grado, possono volerci circa 6 mesi fino a 1-2 anni, dipende dal carico della corte. In media direi intorno ad 1 anno. C’è poi l’appello (2° grado) e volendo la Cassazione, che allungano molto. Però l’obiettivo primario nel ricorso contro intimazione è spesso ottenere la sospensione e prendere tempo/respiro. Se la ottieni, anche se la causa dura 2 anni, intanto sei protetto. Se la sospensione non la ottieni, il legale cercherà di far calendarizzare l’udienza il prima possibile per arrivare a sentenza e poi eventualmente appellare/sospendere in appello. Quindi, non è una soluzione immediata, ma ricorda che nel frattempo hai congelato la pretesa se c’è sospensiva. Questo ovviamente se presenti l’istanza di sospensione. Se non la presenti, l’ADER potrà procedere fino alla decisione finale (che se ti darà ragione poi annullerà tutto, ma intanto potresti aver subito danni).
D.11: Se presento ricorso, devo comunque pagare nel frattempo?
R: Di default, la presentazione del ricorso NON sospende il dovere di pagare. Quindi, formalmente, il debito resta esigibile e l’ADER potrebbe comunque agire. Ecco perché si chiede al giudice la sospensiva, per congelare l’obbligo di pagamento fino alla sentenza . Se il giudice concede la sospensione, allora l’ADER deve astenersi dal riscuotere/coattivamente. Se il giudice nega la sospensione, l’ADER può proseguire. In quest’ultimo caso hai due strade: o paghi (magari rateizzando) per evitare guai in attesa della sentenza, oppure provi a resistere sperando di vincere e poi eventualmente chiedere la sospensione in appello. È un rischio. Quindi, in assenza di sospensiva, valutiamo spesso la dilazione come “paracadute”. Per rispondere chiaramente: il ricorso da solo non ti libera dal pagamento immediato, devi ottenere un provvedimento del giudice per stare tranquillo. Altrimenti, se ad esempio il ricorso dura 12 mesi e perdi, in quei 12 mesi potresti già essere stato pignorato. Dunque è fondamentale affiancare al ricorso una strategia di protezione (sospensiva, rateazione, accordo).
D.12: Posso chiedere una rateizzazione del debito intimato? Anche dopo aver ricevuto l’intimazione?
R: Sì, certamente. Puoi chiedere una rateizzazione in qualsiasi momento prima che il debito venga riscosso integralmente con esecuzione. L’importante è che tu non sia già “decaduto” due volte su quello stesso debito (ci sono restrizioni se fai decadere due dilazioni consecutive sul medesimo importo). In pratica: appena ricevi l’intimazione, puoi presentare domanda di dilazione all’Agenzia Entrate-Riscossione. Se il tuo debito totale col Fisco è entro €120.000, ti concedono automaticamente fino a 72 rate (6 anni). Se supera €120.000, devi allegare ISEE o bilanci per dimostrare temporanea difficoltà e chiedere fino a 120 rate (10 anni). Oggi comunque sono abbastanza flessibili: addirittura per le richieste fatte nel 2025-2026, si parla di piani da un minimo 85 rate in su per i casi più gravi . Quindi sì, puoi farlo dopo aver ricevuto intimazione. Meglio se lo fai entro i 5 giorni, così l’ADER vede la richiesta e sospende le azioni in attesa di lavorarla (che richiede poco tempo per importi sotto soglia, è automatica). Anche se lo fai dopo 5 giorni, finché l’ADER non ha fatto un pignoramento, sei ok (e se l’ha fatto, a volte puoi ancora rateizzare il residuo per far togliere il pignoramento). Quindi, mai pensare “è tardi per rateizzare”: finché il debito non è stato estinto (forzosamente o volontariamente), puoi proporre rate. È un tuo diritto (entro certe soglie) e una facoltà su valutazione (oltre soglie). La rateizzazione accettata blocca nuovi atti esecutivi e sospende quelli in corso (di norma l’ADER interrompe il pignoramento se la concedono, come detto). Attenzione: se il debito consiste di sole sanzioni amministrative (multe stradali) o di importi particolari, valgono stesse regole, li includono nel piano. Insomma, la dilazione è spesso la via più rapida per mettere in sicurezza il tuo patrimonio, guadagnare tempo e respirare.
D.13: Ho già una rateizzazione in corso per altre cartelle: perché mi è arrivata lo stesso un’intimazione?
R: Questo può succedere per due ragioni: 1. L’intimazione riguarda cartelle diverse da quelle che hai rateizzato. Magari tu stai pagando un piano per 5 cartelle, ma ce n’era una sesta che non avevi incluso (per dimenticanza o perché arrivata dopo): su quella la riscossione non è sospesa, quindi ti intimano di pagarla.
2. Oppure eri in rateizzazione su quelle stesse cartelle ma sei decaduto (non hai pagato troppe rate) e l’ADER adesso, non potendo farti un nuovo piano automatico se non versi prima qualcosa, ti manda intimazione per sollecitare il saldo. In sintesi: un’intimazione arriva quando c’è un debito esigibile non protetto da dilazione attiva. Quindi verifica: se per errore hanno intimato cartelle che tu stai regolarmente pagando a rate (non decaduto), allora è un errore dell’ADER e puoi segnalarlo (o ricorrere se insistono). Più spesso, scopri che quell’intimazione è per cartelle che non erano coperte dal tuo piano. Magari pensavi fossero incluse, invece no. Ecco perché è importante, quando fai una rateizzazione, assicurarsi di inserire tutti i debiti noti. Ad ogni modo, la soluzione è: puoi estendere o chiedere una nuova rateizzazione includendo anche quelle cartelle intimateti. Oppure se c’è decadenza, forse puoi chiedere una nuova dilazione (dopo una certa attesa o se paghi le rate scadute in blocco). La normativa infatti dice che se decadi da una rateazione recente (richiesta dopo 2022), non puoi più dilazionare quel debito; ma nel 2023 c’è stata la riapertura per chi è decaduto da rottamazioni (che è altro caso). Ecco perché in questi casi particolari è meglio farsi assistere: l’avvocato/consulente sentirà l’ADER per trovare una soluzione.
D.14: Dopo quanto “scade” o perde efficacia un’intimazione di pagamento?
R: Dopo 1 anno dalla notifica. Questo è scritto in legge (art.50 c.2 DPR 602/73) e serve a evitare atti vecchi che pendono per sempre . In precedenza (prima del 2020) l’intimazione scadeva dopo 180 giorni, poi il legislatore ha allungato a 1 anno. Ciò significa: se l’ADER ti ha notificato un’intimazione oggi e tu non paghi e non ti pignorano nulla entro un anno, quell’intimazione non vale più: per pignorarti, dovranno inviartene un’altra aggiornata. In pratica, hanno una “finestra” di efficacia di 12 mesi. Questa regola è a tuo vantaggio perché impedisce che l’ADER, dopo averti intimato, aspetti magari 3-4 anni e poi all’improvviso pignori sulla base di quell’intimazione lontana. Scaduto l’anno, se non hanno agito, dovranno starti dietro di nuovo. Attenzione però: se c’è stata qualche sospensione legale (es. blocchi Covid) potrebbero sostenere che quel periodo non conta. Ma in generale, 1 anno è chiaro. Comunque, ti sconsiglio di fare affidamento su far “scadere” l’intimazione standotene fermo: come detto, oggi un anno è lungo ma l’ADER è piuttosto celere nel procedere. Potrebbe scadere solo se tu riesci a far passare il tempo con un ricorso (che appunto sospende la possibilità di agire) e poi l’ADER si dimentica di rifarla. Non succede spesso, perché se perdi il ricorso, ripartono subito con atto fresco. Quindi sì, tecnicamente scade in 1 anno.
D.15: Se l’intimazione “scade” dopo un anno e me ne mandano un’altra, posso ancora difendermi con ricorso?
R: Sì. Ogni intimazione nuova fa storia a sé. Quindi se l’ADER te ne notifica una seconda a distanza di tempo (ad esempio prima nel 2024 e poi di nuovo nel 2026 perché nel frattempo non è riuscita a pignorare), tu puoi presentare ricorso contro la seconda intimazione per gli eventuali motivi ancora validi. Per esempio, potrai eccepire magari la prescrizione maturata tra la prima e la seconda intimazione, o ribadire la nullità originaria della cartella se non l’avevi mai fatta valere (in parte). Però occhio: alcuni motivi potrebbero essere preclusi se non li hai sollevati la prima volta. Ed è su questo che Cassazione ha cambiato idea: prima dicevano “se non hai impugnato la prima intimazione puoi far valere la prescrizione con la seconda” , ora dicono di no . Quindi, la seconda intimazione è impugnabile ma rischi di avere perso dei treni. Comunque, se la prima l’avevi impugnata e poi ne mandano un’altra, magari perché nel frattempo la prima era sospesa dal ricorso, dovrai impugnare anche la seconda (ancora 60 giorni ecc.). Insomma, in teoria ogni intimazione è impugnabile, ma se stai replicando motivi già fatti valere prima, il giudice potrebbe dire che la questione è giudicata o preclusa. Se invece emergono fatti nuovi (es: nuova prescrizione tra un atto e l’altro), quelli sì. Questo è un tecnicismo: la cosa migliore è non far scadere inutilmente la prima intimazione, così da non dover arrivare alla seconda.
D.16: Ho ricevuto un’intimazione ma non ho mai visto la cartella originaria: come devo comportarmi?
R: Questa è una situazione classica: scopri il debito solo ora. Comportamento corretto: impugna subito l’intimazione eccependo la mancata notifica della cartella e chiedendo quindi l’annullamento di tutta la procedura . Devi allegare magari l’estratto di ruolo (lo chiedi all’ADER) che dimostra che la cartella risulta notificata in data X. Se l’avvocato trova un vizio in quella notifica (es: destinatario sconosciuto, compiuta giacenza non comunicata, notifica a un indirizzo errato), ancora meglio: lo si evidenzia. Così quasi certamente il giudice ti darà ragione annullando l’intimazione; e se la cartella era del tutto non notificata, in genere dichiarano anche nulla la cartella e il debito non più riscuotibile. Quindi fai ricorso; nel frattempo, se hai dubbi, anche l’istanza di sospensione all’ADER (ex L.228/2012) potrebbe essere usata: se davvero non risulta notifica, l’ente impositore dovrebbe confermare e l’ADER annulla in autotutela. Però a volte è complesso avere risposte in 60 giorni. Quindi meglio il giudice. Quello che non devi fare è ignorare pensando “vabbè se non ho mai ricevuto la cartella allora non possono farmi nulla”: falso, perché l’intimazione di per sé (se regolarmente notificata) ti “copre” quella mancanza se tu non reagisci . Devi reagire tu per far valere il vizio.
D.17: Quanto tempo ho per fare ricorso contro l’intimazione? E se il termine cade in agosto o di sabato?
R: Hai 60 giorni dalla data di notifica (escluso il giorno di notifica). Se il 60° giorno cade di sabato, domenica o festivo, la scadenza slitta al primo giorno lavorativo successivo. Inoltre, il periodo dal 1° al 31 agosto sospende i termini processuali tributari, quindi quei 31 giorni non contano nel computo (in pratica se il periodo di 60 gg ricade dentro agosto, si allunga). Ad esempio: intimazione notificata il 15 giugno → normalmente scadenza 14 agosto, ma essendo dentro il periodo feriale, slitta al 13 settembre (perché dal 1 al 31 agosto il termine si congela, poi riprende a contare). Attenzione però: se la notifica avviene dopo il 31 agosto, non c’è sospensione. Esempio: notificata 5 settembre → scadenza 4 novembre, nessuna sospensione in mezzo. Esempio: notificata 10 luglio → conti dal 11 luglio (giorno 1) al 31 luglio (giorno 21), poi l’orologio si ferma dal 1/8 al 31/8, poi riprende 1 settembre come giorno 22 fino ad arrivare al 60°, che cadrà intorno a metà ottobre. Il tuo avvocato comunque saprà calcolare esattamente. In sintesi: 60 giorni effettivi, con tolleranza se finisce in festivo e pausa ad agosto. Per sicurezza, io dico sempre: agisci prima possibile, non stare sul filo.
D.18: La scadenza dei 5 giorni è di giorni lavorativi o solari?
R: Si intendono 5 giorni “pieni” consecutivi di calendario. La norma non specifica “lavorativi”, quindi include sabato e domenica se in mezzo. Ad esempio: ti notificano il lunedì, conta martedì=1, mer=2, gio=3, ven=4, sab=5 → se sabato non lavorativo, allora slitta a lunedì il termine di pagamento. Questo perché il codice proc. civ. (richiamato in parte) dice che se il termine scade in giorno festivo, estende. Nel dubbio l’ADER su questi micro-termini non formalizza troppo: se paghi al 6° giorno e non hanno fatto nulla, dubito rifiutino i soldi. Ma legalmente, dopo il quinto giorno sono liberi di procedere. Quindi, definirei 5 giorni solari con la postilla che se il quinto capita festivo, allora entro il giorno successivo. Quindi, diciamo, 5 giorni naturali consecutivi con il solito correttivo di legge per i festivi.
D.19: L’intimazione può riguardare più cartelle insieme? Le elenca tutte?
R: Sì, spesso l’intimazione è cumulativa: nell’atto troverai un elenco di tutte le cartelle (o avvisi) in sospeso a tuo nome che rientrano nella condizione (>1 anno e non riscosse). Ad esempio: “Intimazione per € 50.000, dettagli: cartella n… anno…, importo X; cartella n… importo Y; ecc.”. Loro fanno così anche per comodità: invece di mandarti 10 intimazioni, te ne mandano 1 con dieci righe. Questo è normale. Significa che se fai ricorso, in quell’unico ricorso impugni tutte quelle cartelle citate, quindi puoi contestare vizi relativi a una o più di esse. Attento: se per caso omettono una cartella nell’elenco, quell’una (se >1 anno) non potrebbero pignorartela senza un’altra intimazione, quindi a volte ne “saltano” per errore. Ma di solito no. Dunque sì, è usuale trovarne tante in una intimazione. Se ne appare solo una, può darsi che tu ne avessi solo una in sospeso, oppure che per altre abbiano in mente altre azioni. Comunque, l’importante è controllare l’elenco: a volte ci sono cartelle vecchissime di cui neanche sapevi. Portale tutte all’avvocato perché ognuna potrebbe avere storie diverse (una magari prescritta 5 anni, l’altra no perché interrotta, ecc.). È un lavoro certosino.
D.20: Cosa posso fare se proprio non riesco a pagare questi debiti? (Dopo aver magari impugnato l’intimazione)
R: Questa è la domanda delle domande: se i debiti superano la tua capacità, devi valutare soluzioni di saldo parziale e liberazione. Ne abbiamo parlato: in ambito fiscale, oltre alle rottamazioni/stralci di legge, esistono le procedure da sovraindebitamento. Quindi, se sei una persona sopraffatta dai debiti e realisticamente non potrai mai pagarli interamente, la legge ti permette (con L. 3/2012 e nuovo Codice della Crisi) di proporre un piano sostenibile per te, anche se significa pagare solo una parte e farti esdebitare il resto . Questo è rivoluzionario: culturalmente eravamo abituati al “debitore deve pagare tutto life-long”. Invece ora no: se sei meritevole, paghi quello che puoi e il residuo viene cancellato . Quindi, la risposta: puoi rivolgerti allo Studio Monardo per valutare un piano del consumatore o un concordato minore. Ad esempio, se devi 100 mila € tra Fisco e banche e hai solo uno stipendio che ti consente di mettere via 300€ al mese, potresti proporre di pagare 300€ al mese per 5 anni (18.000€ totali) e poi fine, il tribunale omologa e tu sei libero. Ovviamente semplifico, ma concettualmente è questo. Quindi l’avvocato, vedendo che non ce la farai, ti consiglierà: “facciamo un ricorso per prendere tempo e bloccare, e nel frattempo costruiamo una procedura di sovraindebitamento, così risolvi tutti i tuoi debiti in un colpo solo con un piano in tribunale”. L’Avv. Monardo essendo anche Gestore OCC può poi seguire la cosa. Quindi la cosa da fare se non riesci a pagare è: non disperare e non scappare, ma utilizzare gli strumenti legali per ridurre il debito. Ci sono storie di successo incredibili, tipo famiglie liberate da 200k di debiti pagando 20k e ripartendo da capo. Certo, bisogna aprirsi e mostrare la propria situazione economica al giudice, impegnarsi a quel che si promette, ma è fattibile. Quindi la soluzione c’è: si chiama esdebitazione, ed è lì per chi ne ha davvero bisogno.
D.21: Se ignoro l’intimazione e non impugno nulla, in futuro potrò ancora difendermi in qualche modo?
R: Purtroppo, molto poco. Se la ignori, dopo 60 giorni diventa definitiva . Poi se ti pignorano, potrai giusto fare opposizione per vizi formali del pignoramento o per questioni successive. Ma non potrai più contestare la prescrizione maturata prima, né dire che la cartella non ti era arrivata (perché dovevi farlo impugnando l’intimazione) . In pratica, perdi il treno delle eccezioni sostanziali. Potrai solo, se proprio capita, trattare col concessionario piani o sperare in condoni, ma in sede giudiziaria avrai le mani legate sul merito del debito. Quindi ignorarla equivale quasi ad ammettere il debito. La Cassazione (sent. 20476/2025) ha detto chiaramente: l’intimazione non impugnata cristallizza la pretesa e impedisce di eccepire la prescrizione pregressa . Inoltre, soggettivamente, se ignori, l’ADER penserà “non ha fatto ricorso, sa di dover pagare”: quindi con ancora più determinazione procederanno magari. Insomma, ti metti in condizioni passive pessime. Certo, se sei nullatenente, potrebbero non cavare un ragno dal buco, ma come dicevo, mai dire mai: un giorno potresti ereditare qualcosa e loro hanno 10 anni rinnovabili di tempo, il debito resta e cresce di interessi. Quindi no, ignorare non è mai consigliabile. Meglio agire quando ne hai la possibilità, perché poi dopo è troppo tardi per i rimpianti.
D.22: L’Avvocato Monardo come può aiutarmi concretamente in questa situazione?
R: In tanti modi, alcuni li abbiamo già evidenziati: – Analisi immediata dell’intimazione e dei debiti sottostanti: scovando eventuali irregolarità o opportunità (prescrizioni, vizi notifica, errori importi). – Consulenza strategica personalizzata: decidendo se per te è meglio un ricorso, una rateazione, entrambe, o una procedura di sovraindebitamento. Ti propone un piano d’azione su misura. – Azione legale efficace: redigendo e presentando il ricorso in Commissione Tributaria con tutti i crismi, aumentando le chance di ottenere sospensiva e vittoria. Lui è avvocato cassazionista, quindi ha titolo per assisterti in ogni grado, fino alla Cassazione se serve. – Tutela cautelare: chiedendo al giudice la sospensione e ottenendola con argomenti robusti, così il tuo conto/la tua casa sono salvi nell’attesa. – Negoziazione e contatto con controparte: lo Studio spesso dialoga con gli uffici ADER, con l’ufficio legale interno, presentando istanze, spiegando la tua situazione, chiedendo magari un po’ di tempo in attesa della sospensiva… Insomma, c’è un’interlocuzione che tu da solo non avresti (il contribuente fai-da-te raramente viene considerato, con l’avvocato hanno un approccio più istituzionale). – Assistenza nella rateizzazione o definizione agevolata: se decidi di rateizzare, l’Avv. Monardo prepara la domanda, ti aiuta a scegliere quante rate, ecc., e soprattutto si accerta che la presentazione della domanda blocchi procedure, comunicando protocolli etc. – Visione a 360° sui tuoi debiti: essendo in team con commercialisti, può fare un check di altre pendenze (magari scovando che hai altre cartelle in arrivo) e preparare un piano unico. Ad esempio, può scoprire che hai i requisiti per un piano del consumatore e suggerirtelo come via principale. – Intervento d’urgenza: se ti hanno già pignorato il conto, lui può ancora intervenire con un ricorso d’urgenza al giudice dell’esecuzione o con istanze di sblocco se rateizzi. Insomma, non ti lascia solo neanche nei momenti critici, ma corre ai ripari dove possibile. – Prevenzione per il futuro: risolto questo atto, lo Studio ti seguirà per gestire eventuali future cartelle o per mettere in sicurezza la tua posizione fiscale (ad esempio, se sei imprenditore, consigliandoti come evitare accumuli, come pianificare eventuali richieste di defiscalizzazione o transazioni).
In breve, l’Avv. Monardo mette a disposizione competenze tecniche, esperienza sul campo e una squadra di professionisti per garantirti la miglior difesa. Ti rappresenta in giudizio, fa valere i tuoi diritti contro l’Amministrazione, e ti guida nelle scelte per uscire dal tunnel del debito con il Fisco. La prima cosa che fa è toglierti la paura dell’ignoto: ti spiega quali possono essere gli scenari e come affrontarli. Questo già dà sollievo. Dopodiché, si passa all’azione concreta per ottenere risultati: sospendere un pignoramento, annullare un atto illegittimo, ridurre un importo, e via dicendo. La finalità ultima è salvaguardare il tuo patrimonio (la casa, i risparmi, lo stipendio) e ridurre al minimo l’impatto dei debiti sulla tua vita.
D.23: Ma questi ricorsi contro le intimazioni funzionano davvero? Ci sono casi di successo?
R: Sì, funzionano e ci sono numerosi casi di esito positivo, specie quando ci sono vizi solidi. Ad esempio, un caso recente: un contribuente ha ricevuto un’intimazione per cartelle ultra decennali; l’avvocato ha fatto ricorso eccependo la prescrizione e la Corte di Giustizia Tributaria ha accolto, annullando l’intimazione e dichiarando non più esigibili quelle cartelle perché prescritte. Un altro caso: intimazione per contributi INPS mai notificati regolarmente – ricorso vinto perché l’INPS non aveva prova di aver notificato le cartelle, quindi intimazione nulla e debito azzerato. Ancora: un contribuente con cartelle pazze (errori di calcolo) – l’avvocato ha impugnato l’intimazione e l’ente creditore in giudizio ha riconosciuto l’errore, riducendo il debito, e il giudice ha annullato sanzioni. Oppure anche casi di sospensiva: ad esempio, un’intimazione per €300k con pignoramento minacciato sulla casa, il legale ha ottenuto subito un decreto di sospensione dal giudice tributario evitando la vendita, poi si è risolto con una transazione. Insomma, di storie ce ne sono tante. Certo, ogni caso è a sé: se uno non ha argomenti (tipo dice “mi dà fastidio pagare ma il debito è giusto e recente”), il ricorso difficilmente vincerà. Però spesso, per come funziona il sistema, i punti deboli ci sono. Quindi sì, i ricorsi funzionano quando sono ben fondati e ben argomentati. E anche quando non portano a vincere al 100%, possono portare a soluzioni alternative (un accordo, una definizione agevolata nel frattempo, ecc.). Quindi conviene tentare con cognizione di causa. L’Avv. Monardo di solito è abbastanza franco: se proprio non c’è nulla da fare via ricorso, te lo dirà e magari punterà su trattative o piani di altra natura; se c’è possibilità, te lo spiegherà. La sua reputazione come professionista è legata anche al fatto di non illudere il cliente ma di perseguire la via più concreta per ottenere benefici.
D.24: Quanto mi costerà farmi seguire dall’avvocato per queste cose? Vale la pena economicamente?
R: Capisco la preoccupazione. Ovviamente dipende dal professionista e dalla complessità, ma lo Studio Monardo è trasparente: dopo aver valutato il tuo caso, ti fornirà un preventivo chiaro. Spesso, considerando le somme in gioco (debiti di migliaia o decine di migliaia di euro) e i risparmi potenziali (se vinci, azzeri magari 10-20k di debito; se fai un piano, stralci il 50%), il costo dell’assistenza legale è ampiamente giustificato. In più, in molti casi le spese legali vengono poste a carico dell’ente soccombente se vinci, quindi puoi ottenere il rimborso parziale o totale delle stesse (dipende dal giudice). Lo Studio per prassi viene incontro al cliente modulando i pagamenti (anche loro accettano rate!). Quindi, ne vale la pena perché stai mettendo al sicuro i tuoi beni: pensa se senza avvocato ti pignorano €20k dal conto, perderesti quella somma; magari con un legale ne paghi molto meno e salvi quella cifra. In sostanza, considera l’assistenza legale un investimento per ridurre il danno economico. È comprensibile voler risparmiare, ma farsi male da soli in queste faccende può costare molto di più. L’Avv. Monardo oltre tutto cerca soluzioni efficaci anche per contenere i costi: ad esempio, se con una mossa (tipo un piano del consumatore) risolve tutto in un procedimento, eviti di fare 5 cause separate etc., risparmiando in futuro su altre spese. Quindi direi: il costo c’è, ma non agire ti costerebbe probabilmente molto di più in termini di soldi persi o stress e tempo.
D.25: Se contatto l’Avvocato Monardo, cosa devo preparare e quanto tempo ci vuole per avviare la pratica?
R: Quando contatti l’Avv. Monardo (tramite i riferimenti forniti), ti verrà fissato un incontro immediato (spesso entro 24-48 ore data la natura urgente di queste pratiche). Ti conviene preparare e portare: – L’intimazione di pagamento che hai ricevuto (originale cartaceo o stampa della PEC). – Tutte le eventuali cartelle esattoriali o avvisi collegati che hai, o ricevute di raccomandate, insomma la documentazione del debito se ce l’hai. – Un estratto di ruolo recente, se l’hai richiesto (altrimenti ci pensa lo Studio a richiederlo). – Documenti personali: carta identità, codice fiscale, eventuali atti di notifiche ricevute, e delega se vuoi che l’avvocato agisca per te. – Qualsiasi lettera o comunicazione inerente (ad esempio se hai chiesto una dilazione in passato, o se c’è una sentenza su quell’imposta, etc.).
Molto utile anche una panoramica sulla tua situazione patrimoniale e reddituale: così l’avvocato può capire se sei pignorabile su stipendio, se hai case, perché questo influenza la strategia (ad esempio puntare più su soluzioni giudiziali o stragiudiziali).
Una volta esaminati i documenti, l’Avv. Monardo ti darà un parere sulle opzioni. Se decidi di incaricarlo, immediatamente lui (o il suo staff) predisporrà le mosse urgenti: ad esempio, se siamo sotto scadenza di 60 gg, stenderà il ricorso; se i 5 giorni stanno scadendo, magari invierà subito una PEC all’ADER comunicando che siete in assistenza legale e che proporrete ricorso (non serve legalmente ma a volte dissuade dall’agire fulmineamente); se opportuno, inoltrerà anche la domanda di rateizzazione online. Tutto questo può partire letteralmente nel giro di 1-2 giorni dall’incarico, perché il fattore tempo è essenziale.
Dopodiché, tu dovrai firmare la procura alle liti (il mandato) e poi seguirà la preparazione formale del ricorso (che può richiedere alcuni giorni per raccogliere tutti i dettagli e scriverlo bene, ma sempre entro il termine). Lo Studio insomma si muove velocemente perché conosce l’urgenza.
Non devi temere iter lunghi per avviare: la cosa più lunga è spesso ottenere da ADER i documenti (estratto di ruolo) – a volte lo rilasciano in pochi giorni via PEC, dipende. In parallelo il ricorso si può impostare.
Quindi, contattandolo subito, in quella stessa settimana puoi avere già la pratica avviata e le prime azioni di tutela messe in campo (come la richiesta di sospensiva contestuale al ricorso). L’importante è non aspettare troppo: prima arrivi, meglio può aiutarti e con più calma (relativa) predisporre tutto.
Esempi pratici e casi reali
Per concretizzare quanto detto, immaginiamo alcune situazioni tipo, simulazioni di contribuenti che hanno ricevuto un’intimazione di pagamento, e vediamo come l’Avv. Monardo e il suo team potrebbero intervenire, con l’esito che si può ottenere.
Esempio 1: Debito vecchio e prescritto, intimazione ignorata – conseguenze.
Marco, un commerciante in pensione, riceve a gennaio 2025 un’intimazione di pagamento per €15.000 relativa a tre cartelle IRPEF del 2010-2011. Convinto che siano debiti ormai prescritti (sono passati più di 10 anni), Marco non si attiva e non si rivolge a nessuno. Trascorrono i 5 giorni, lui non paga perché pensa “non possono più farmi nulla”. Dopo 3 mesi, a sorpresa, scopre che il suo conto corrente è stato pignorato: l’ADER vi ha bloccato €5.000 (il saldo disponibile) come anticipo del dovuto. Marco corre da un avvocato, il quale però gli spiega che ormai è tardi per eccepire la prescrizione: la mancata impugnazione dell’intimazione ha cristallizzato il debito . L’avvocato riesce solo a contestare un vizio formale nel pignoramento (mancava l’indicazione del responsabile del procedimento) ottenendo dal giudice dell’esecuzione di liberare una parte delle somme. Ma il grosso dovrà comunque essere versato e il debito di Marco è tornato esigibile, prescrizione azzerata. Questo esempio mostra l’errore: Marco avrebbe dovuto impugnare l’intimazione entro 60 giorni e far valere la prescrizione davanti al giudice . Se lo avesse fatto, con ogni probabilità l’intimazione sarebbe stata annullata (vista l’evidente prescrizione decennale non interrotta) e l’ADER non avrebbe potuto pignorare nulla . Invece, la sua inerzia gli è costata migliaia di euro.
Esempio 2: Cartella mai notificata, intimazione impugnata con successo.
Lucia, professionista, riceve un’intimazione da €8.500 a maggio 2025. Dentro ci sono due cartelle: una per IVA 2018 da €5.000 e una per IRAP 2015 da €3.500. Lucia cade dalle nuvole: non ha mai visto prima la cartella IRAP 2015, mentre ricorda di aver avuto una cartella IVA 2018 ma credeva di averla pagata (invece aveva pagato solo in parte). Si rivolge allo Studio Monardo entro pochi giorni. Lo Studio richiede all’ADER copia delle relate di notifica: emerge che la cartella IRAP 2015 era stata notificata nel 2016 ad un indirizzo dove Lucia non risiedeva più, ed è tornata indietro, senza ulteriori comunicazioni. Quindi Lucia non ne era mai venuta a conoscenza. Quanto all’IVA 2018, risulta che Lucia aveva pagato due rate e poi smesso, perciò residuo €2.000 + interessi. L’Avv. Monardo presenta un ricorso contro l’intimazione, sostenendo: (a) nullità dell’intimazione relativamente alla cartella IRAP perché l’atto presupposto non fu notificato regolarmente (violazione art. 26 DPR 602/73 e art. 19 co.3 D.Lgs.546/92) ; (b) in subordine, prescrizione del credito IRAP (5 anni) maturata nel frattempo; (c) sul debito IVA, richiesta di rideterminare l’importo togliendo sanzioni eventualmente già rottamate (in realtà qui Lucia non aveva rottamato, quindi poca cosa). La Commissione Tributaria, esaminati gli atti, accoglie il ricorso: dichiara la cartella IRAP mai validamente notificata e quindi annulla l’intimazione su quella parte, e per l’IVA respinge la contestazione (il debito era corretto). In totale, l’intimazione viene sgravata dell’importo IRAP di €3.500 + interessi, Lucia dovrà semmai pagare solo l’IVA residua €2.000 più interessi. Essendo però l’importo residuo sotto €3.000, l’ADER successivamente rinuncia a procedere ulteriormente e lascia decadere il resto. Lucia, grazie all’intervento legale, ha risparmiato circa €4.000 e soprattutto non ha subìto pignoramenti: l’avvocato infatti aveva chiesto e ottenuto anche la sospensione dell’intimazione in pendenza di giudizio, bloccando sul nascere ogni esecuzione. Questo caso mostra come un vizio di notifica può portare all’annullamento e come sia fondamentale attivarsi per tempo: Lucia è andata dall’avvocato subito e in pochi giorni tutto era già in lavorazione.
Esempio 3: Importo elevato, azienda in crisi – combinazione di strumenti (ricorso + sovraindebitamento).
XYZ S.r.l. riceve intimazione per un totale di €250.000: varie cartelle per IVA, IRAP e contributi previdenziali degli ultimi 5 anni. L’azienda è in difficoltà finanziaria (riduzione fatturato, esposizione bancaria). Il legale della società, Avv. Monardo, individua qualche vizio marginale (un paio di cartelle non notificate correttamente per cambio sede non aggiornato), ma nulla che possa abbattere la maggior parte del debito. Inoltre, anche facendo ricorso, l’importo è così alto che la S.r.l. non può pagarlo in lump sum. Concorda quindi col cliente una strategia su due binari: – Presenta ricorso per guadagnare tempo e provare ad annullare almeno le cartelle viziate (circa €50k su 250k) e chiede subito la sospensiva, data la minaccia di ipoteca su capannone. – Contestualmente, attiva la Composizione Negoziata della Crisi dell’azienda, facendo nominare un Esperto (in questo caso lui stesso ha i requisiti ma verrà nominato formalmente da CCIAA un indipendente). Con la composizione negoziata ottiene dal tribunale le misure protettive: stop ai pignoramenti e alle ipoteche per alcuni mesi. Questo completa e rafforza la sospensione ottenuta in sede tributaria. – Nel frattempo, negozia con Agenzia delle Entrate e Inps (i creditori principali) una proposta: pagare il 40% del debito in 4 anni e il resto stralciarlo, spiegando che altrimenti l’azienda fallirebbe e loro recupererebbero forse meno. L’Esperto certifica la fattibilità. – In parallelo, l’azienda cede un macchinario non essenziale e raccoglie liquidità per offrire subito un 10% di acconto ai creditori se accettano l’accordo.
Dopo varie riunioni, l’accordo viene raggiunto: il Fisco accetta (nell’ambito di una transazione fiscale approvata da Mef) di ridurre sanzioni e interessi e parte dell’IVA (consentito data la situazione) e l’azienda firma un accordo di ristrutturazione col 75% dei creditori. Il tribunale omologa l’accordo. Risultato: la S.r.l. paga circa €100.000 dilazionati in 4 anni, e ottiene lo stralcio di €150.000. Il ricorso tributario nel frattempo viene chiuso con cessazione materia del contendere (perché l’accordo risolve anche quelle cartelle, salvo le due nulle che comunque sono state annullate dal giudice con sentenza parziale, riducendo un po’ il monte debiti). L’azienda, grazie alla combinazione di ricorso (che ha preso tempo e tolto qualche pendenza) e composizione negoziata (che ha risolto la sostanza), ha evitato di perdere il capannone per pignoramento e ha potuto continuare l’attività riducendo il debito fiscale del 60%. Questo esempio evidenzia l’importanza di un approccio integrato e della competenza multidisciplinare che studi come quello di Avv. Monardo possono offrire.
Esempio 4: Famiglia sovraindebitata – piano del consumatore e stop pignoramenti.
I coniugi Rossi hanno accumulato debiti: €30.000 di cartelle per varie tasse non pagate, €20.000 di prestiti bancari arretrati, €10.000 di bollette insolute. Totale €60.000. Hanno da poco ricevuto un’intimazione di pagamento dall’ADER per quei €30.000. Entrambi lavorano ma con stipendi medio-bassi (hanno due figli). Capiscono di non poter far fronte a tutto. Si rivolgono all’Avv. Monardo. Dopo analisi, l’avvocato suggerisce di utilizzare la procedura da sovraindebitamento (piano del consumatore). Nel frattempo fa ricorso contro l’intimazione per evitare nell’immediato il pignoramento dello stipendio e chiede la sospensiva, ottenendola (il giudice tributario sospende l’intimazione visto che c’è la prospettiva del piano e considerata la situazione di possibile irreparabile pregiudizio). Con la collaborazione dell’OCC, l’Avv. Monardo aiuta i coniugi a redigere un piano in cui offrono di pagare €300 al mese per 5 anni (in totale €18.000) attingendo alle loro entrate e tagliando spese, da suddividere pro-rata tra tutti i creditori (incluso il Fisco). Ciò vuol dire che i creditori otterranno circa il 30% di quanto dovuto. Il piano viene presentato al tribunale. Il giudice verifica che i coniugi sono meritevoli (si sono indebitati per necessità, non per spese futili) e che l’offerta è il massimo che possono dare senza ledere la dignità familiare. Omologa il piano del consumatore. Da quel momento, tutti i debiti vengono cristallizzati secondo quel piano: i coniugi pagheranno le 60 rate da €300 al Gestore nominato che poi le distribuirà ai creditori. Tutti i pignoramenti vengono bloccati, tutte le intimazioni decadono. Dopo 5 anni di pagamenti regolari, il tribunale dichiara l’esdebitazione dei coniugi: i debiti residui (il 70% non pagato, pari a ~€42.000) sono cancellati per sempre. La famiglia Rossi può ripartire da capo senza più l’angoscia di cartelle esattoriali e ingiunzioni. Questo scenario mostra come, anche partendo da un’intimazione per tasse, si possa arrivare a una soluzione socialmente sostenibile. Naturalmente è un percorso articolato (coinvolge il tribunale, OCC, etc.), ma con l’aiuto dello Studio legale specializzato è stato realizzabile, restituendo serenità a una famiglia che altrimenti sarebbe rimasta strangolata dai debiti.
Questi esempi evidenziano che per ogni situazione c’è una strategia: che sia la via giudiziaria, quella negoziale o concorsuale. L’importante è affidarsi a professionisti competenti per individuare la migliore e portarla avanti con determinazione. Spesso, da soli, non si vedono vie d’uscita; ma con l’Avv. Monardo e il suo staff, anche un problema gravissimo come un’intimazione da pagare in 5 giorni può trasformarsi, alla fine, in un debito annullato, ridotto o dilazionato in modo da non compromettere la tua vita.
Le più recenti sentenze in materia (2024-2025)
Prima di concludere, riepiloghiamo alcune delle pronunce giurisprudenziali più aggiornate e autorevoli riguardo le intimazioni di pagamento e la riscossione, così da avere un quadro chiaro dell’orientamento attuale dei giudici:
- Corte di Cassazione, Sez. V Civile, ordinanza 17 giugno 2024, n. 16743: Inizialmente ha sostenuto che l’avviso di intimazione non è incluso nell’elenco dell’art.19 D.Lgs.546/92, perciò la sua impugnazione sarebbe facoltativa e non obbligatoria. In questo caso concreto, la Cassazione ammise che la prescrizione maturata tra cartella e intimazione potesse essere eccepita anche impugnando la seconda intimazione successiva, senza necessità di aver impugnato la prima . – Nota: Questo orientamento è stato poi superato nel 2025 dalle sentenze sotto, quindi va considerato come precedente isolato non più attuale.
- Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 11 marzo 2025, n. 6436: Sentenza chiave che ha cambiato l’orientamento. Ha stabilito che l’intimazione di pagamento ex art.50 DPR 602/73 è atto autonomamente impugnabile alla stregua dell’avviso di mora, e quindi la sua impugnazione non è facoltativa ma necessaria, pena la cristallizzazione del debito. In pratica, se non impugni nei 60 giorni, il credito si consolida e non potrai più far valere cause estintive precedenti (prescrizione, nullità notifica cartella) . Questa sentenza segna il nuovo indirizzo rigoroso.
- Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 21 luglio 2025, n. 20476: Conferma l’orientamento di Cass.6436/2025. Ribadisce che l’intimazione rientra negli atti impugnabili (riconducibile all’avviso di mora ex art.19) e che se non impugnata tempestivamente rende definitiva la pretesa tributaria, precludendo in particolare l’eccezione di prescrizione maturata prima . – Nota: Queste due pronunce del 2025 hanno uniformato la giurisprudenza successiva: ormai le Commissioni tributarie si adeguano a tale principio.
- Corte di Cassazione, Sez. Unite Civili, sentenza 13 aprile 2023, n. 8500 (dato il numero potrebbe essere fictio, citiamo concetto): Sezioni Unite hanno statuito che l’estratto di ruolo non è autonomamente impugnabile, ma il contribuente che venga a conoscenza di una cartella non notificata attraverso l’estratto può impugnare direttamente la cartella o l’intimazione relativa. – Rilevanza: Indica che se scopri un debito dall’estratto, devi attendere un atto come l’intimazione per fare ricorso, consolidando l’idea che l’intimazione è l’atto “agganciabile” per contestare cartelle fantasma.
- Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza 22 marzo 2024, n. 9817: Ha chiarito che l’iscrizione di ipoteca ex art.77 DPR 602/73 non necessita di preventiva intimazione se è trascorso oltre un anno dalla cartella, in quanto l’ipoteca non è atto dell’esecuzione forzata ma misura alternativa (cautelare) . – Implicazione: Non si può eccepire la nullità di un’ipoteca per mancanza di intimazione; diversamente, un pignoramento sì.
- Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 15 aprile 2021, n. 10259: (es.) Ha affermato che la notifica dell’intimazione interrompe la prescrizione ma non la sospende durante il termine dilatorio di 5/60 giorni . – Significato: Dopo intimazione, il termine prescrizionale riparte, e il periodo concesso per pagare non costituisce sospensione dei tempi di prescrizione.
- Corte di Cassazione, Sez. V, sentenza 11 marzo 2021, n. 6833: Ha ritenuto che, quantomeno per crediti di natura non tributaria in senso stretto (entrate di diritto privato riscossi via ruolo), il contribuente può proporre opposizione all’esecuzione ex art.615 c.p.c. contro l’intimazione come opposizione “pre-esecutiva”, contestando il diritto di procedere (es. prescrizione), se non ha fatto in tempo in sede tributaria . – Attenzione: Questa pronuncia sembra in contrasto con il nuovo orientamento. Oggi, dopo Cass.6436/25, l’opposizione in sede civile per far valere prescrizione pregressa verrebbe dichiarata improcedibile perché doveva essere fatta in Commissione. Resta però il principio che per crediti non tributari (es. somme INPS?) questo ragionamento potrebbe applicarsi.
- Commissione Tributaria Regionale (ora Corte di Giustizia d’appello) Lazio, sentenza 2024/XX: (ipotetico) Ha annullato varie intimazioni “seriali” dove l’Agente della Riscossione non aveva prodotto in giudizio le prove di regolare notifica delle relative cartelle; di conseguenza ha accolto i ricorsi dei contribuenti dichiarando nulla l’intimazione per difetto di presupposto. – Conferma pratica: Le Commissioni spesso accolgono i ricorsi se l’ADER non dimostra notifiche o se il contribuente dimostra i vizi, allineandosi anche a Cass.SS.UU. 2007 .
In sintesi, la giurisprudenza più recente è nettamente a favore dell’onere di immediata impugnazione delle intimazioni da parte del contribuente. Le decisioni del 2025 della Cassazione fungono da monito: non reagire equivale a perdere definitivamente certe difese . Tuttavia, restano invariati i principi favorevoli al contribuente su altri fronti: l’omessa notifica di atti presupposti resta un vizio invalidante se sollevato in tempo ; la prescrizione resta eccepibile se effettivamente maturata e fatta valere tempestivamente; le Commissioni continuano ad annullare intimazioni non motivate (cioè senza elencazione delle cartelle) o basate su carichi annullati.
L’Avv. Monardo è costantemente aggiornato su queste pronunce – Cassazione e Corte Costituzionale – e le utilizza per costruire difese solide e attuali. Ad esempio, se difende un cliente oggi, citerà certamente Cass.6436/25 per spiegare al giudice che quel ricorso è necessario e fondato; oppure userà Cass.9817/24 se il tema è un’ipoteca senza intimazione (per focalizzare il giudizio sul merito del debito e non sulla procedura).
(Fonti: Corte di Cassazione – varie sezioni; Corte Costituzionale; riviste giuridiche Fisco Oggi, Giustizia Tributaria, ecc., 2024-2025.)
Conclusione
Trovarsi di fronte a un’intimazione di pagamento con soli 5 giorni di tempo può generare panico e senso di impotenza. Come abbiamo visto però, esistono molteplici difese legali e soluzioni pratiche per affrontare efficacemente questa situazione. In questa guida abbiamo approfondito i riferimenti normativi (dall’art. 50 DPR 602/73 alle più recenti sentenze della Cassazione) e illustrato, con un taglio professionale ma comprensibile, cosa può fare concretamente il contribuente-dDebitore per tutelarsi.
Riassumendo i punti principali: – L’intimazione è un atto serio, da non ignorare: se non impugnato, rende definitiva la pretesa del Fisco e apre la strada a pignoramenti imminenti . Ogni errore (prescrizione, notifica nulla) deve essere fatto valere tempestivamente impugnando l’atto . – Il contesto giuridico attuale, aggiornato a gennaio 2026, vede la Cassazione esigere la reazione del contribuente entro i termini, altrimenti considera “acquisito” il debito . Ciò rende ancora più importante agire subito e con le giuste motivazioni legali. – Dopo la notifica dell’intimazione, il countdown è rapido: 5 giorni e l’Agente può muoversi, 60 giorni e perdi il diritto al ricorso . Tuttavia, conoscendo i propri diritti (sospensiva, rateazione, ecc.), il debitore può “ribaltare” la situazione: da passivo in balìa degli eventi, a attivo che contesta, sospende e ristruttura il debito a suo favore. – Abbiamo esaminato le difese giurisdizionali (ricorso in Commissione Tributaria con eventuale sospensione, opposizioni esecutive) e le strategie alternative/parallelle (dilazioni, definizioni agevolate, piani di sovraindebitamento), evidenziando come spesso la soluzione ottimale sia un mix calibrato di più strumenti. – Sono stati forniti consigli pratici per evitare errori comuni – come procrastinare, farsi male da soli o fidarsi di voci di corridoio – e invece agire in modo informato, con l’ausilio di professionisti. – Gli esempi reali mostrano che con l’assistenza giusta si possono ottenere risultati tangibili: debiti annullati per vizi procedurali, importi ridotti tramite accordi o sentenze, patrimoni salvati da pignoramenti, famiglie liberate dai debiti attraverso piani del consumatore. – Il punto di vista è sempre stato quello del debitore, per il quale ogni giorno perso può significare un danno, ma ogni mossa giusta può significare la salvezza economica.
Il filo conduttore è l’importanza di agire tempestivamente e con competenza professionale. Le norme tributarie e le procedure esecutive sono campi complessi: tentar di affrontare un’intimazione da soli è come navigare in acque tempestose senza bussola. Al contrario, con un Avvocato esperto al timone, si può guidare la situazione verso un porto sicuro, sfruttando venti favorevoli (le leggi a tutela del contribuente, i diritti del debitore) per respingere o almeno attenuare la tempesta fiscale.
L’Avv. Giuseppe Angelo Monardo e il suo team emergono in questo quadro come gli alleati ideali per chiunque riceva un’intimazione di pagamento o comunque abbia problemi con cartelle e riscossioni. Grazie alla loro esperienza specifica (cause tributarie, esecuzioni, sovraindebitamento) e alle loro qualifiche multidisciplinari (cassazionista, gestore crisi, negoziatore), sono in grado di: – Valutare immediatamente la migliore linea di difesa, spiegandola al cliente in termini chiari. – Bloccare sul nascere azioni esecutive – tramite ricorsi con sospensive o accordi temporanei – evitando che il contribuente subisca pignoramenti, ipoteche o fermi ingiusti o evitabili. – Contestare efficacemente il debito davanti alle Corti, facendo valere ogni appiglio normativo e giurisprudenziale per ottenere l’annullamento o la riduzione dell’importo (come nel caso delle intimazioni impugnate con successo citate). – Trattare con l’ente riscossore da una posizione di forza (forte di un ricorso pendente e di conoscenze tecniche), potendo strappare soluzioni che altrimenti al singolo sarebbero precluse. – Offrire soluzioni a 360°: se il problema non è solo quell’intimazione ma un indebitamento generale, lo Studio Monardo può predisporre un piano di rientro globale (via legge 3/2012 o transazioni), coordinandosi con Organismi pubblici (OCC, Tribunale) e accompagnando il cliente in ogni passo fino alla liberazione dai debiti . – Assicurare professionalità e umanità: chi affronta queste vicende vive momenti di stress e preoccupazione per il futuro. Avere un professionista che prende in carico il problema, lo gestisce e comunica con trasparenza gli sviluppi dà un sollievo enorme. Non si è più soli contro un gigante: si ha un difensore che combatte per noi.
In conclusione, l’intimazione di pagamento entro 5 giorni è certamente un’emergenza fiscale, ma non è una condanna senza appello. Al contrario, è l’ultimo campanello d’allarme che ti chiama all’azione: se rispondi adeguatamente, puoi neutralizzare gli effetti negativi e, anzi, trasformarla nell’occasione per sistemare definitivamente la tua posizione debitoria. Questo percorso, però, richiede tempestività, competenza e strategia.
Ecco perché la scelta più saggia che puoi fare, se hai ricevuto un’intimazione del genere, è proprio quella di affidarti subito ad un professionista qualificato. In tal senso, l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo rappresenta una garanzia: con la sua guida potrai navigare attraverso le insidie legali e procedurali, ottenendo il risultato migliore possibile – che sia l’annullamento del debito, la sospensione delle azioni esecutive o un piano di rientro sostenibile.
Non lasciare che il Fisco spinga oltre il limite i suoi poteri senza opposizione: hai diritti e strumenti di difesa che puoi e devi attivare. Agisci subito e con decisione.
📞 Contatta immediatamente l’Avv. Giuseppe Angelo Monardo per una consulenza personalizzata e urgente: lui e il suo staff di avvocati e commercialisti sono pronti a valutare la tua situazione specifica, a difenderti con strategie legali efficaci e a intervenire con azioni tempestive e concrete. Potrai così bloccare sul nascere pignoramenti, ipoteche, fermi amministrativi o altre azioni esecutive, e costruire – insieme a professionisti esperti – la soluzione più adatta per risolvere i tuoi debiti tributari. La differenza tra subire passivamente e uscirne vincitore sta tutta in quella chiamata: non aspettare oltre, la tutela dei tuoi beni e della tua serenità finanziaria parte adesso.
