Accertamento Fiscale Per “deduzione Royalty Non Giustificate”: Come Difendersi Con L’Avvocato

Il tema delle royalty infragruppo contestate in sede di accertamento fiscale è di cruciale importanza per imprenditori e professionisti. Le royalty, corrispettivi per l’uso di marchi, brevetti o know-how, possono rappresentare componenti di costo significativi nel bilancio aziendale. Quando queste vengono pagate a società controllanti o collegate, l’Amministrazione finanziaria verifica che siano effettivamente giustificate e conformi al “principio di libera concorrenza” (arm’s length). Se ritiene che le royalty non rispondano a criteri oggettivi di mercato, l’Agenzia delle Entrate può disconoscere la deducibilità del costo, recuperando imposte e imponendo sanzioni.

Questa guida – aggiornata al 21 gennaio 2026 – spiega come affrontare un accertamento fiscale sulle royalty non giustificate dal punto di vista del contribuente (debitor dell’imposta). Con un linguaggio giuridico ma chiaro e numerosi esempi pratici, illustreremo i riferimenti normativi e giurisprudenziali più recenti, le strategie difensive e le tabelle riepilogative utili. Per ogni punto forniremo riferimenti a fonti autorevoli (statali e giurisprudenza) per approfondire. In fondo troverete l’elenco delle fonti utilizzate (legislazione italiana e sentenze aggiornate).

1. Definizione di royalty e contesto di accertamento

Le royalties sono somme pattuite come corrispettivo per il diritto di utilizzare beni immateriali (brevetti, marchi, know-how, avviamento, ecc.). Nel linguaggio fiscale, esse costituiscono un costo deducibile per l’impresa che utilizza il bene (licenziataria) e un ricavo imponibile per chi concede l’uso (licenziante). Nell’ambito di rapporti infragruppo (tra società dello stesso gruppo), la determinazione delle royalty può nascondere meccanismi di trasferimento di base imponibile: ad esempio, una società italiana può versare royalty elevate a una controllante estera per ridurre la propria imponibile in Italia.

Quando l’Agenzia delle Entrate sospetta che tali pagamenti siano fittizi o fuori mercato, emette un avviso di accertamento per recuperare le imposte (IRES, IRAP, IVA) non versate e applicare sanzioni. In questa fase, il contribuente ha l’onere di provare che i pagamenti rispondono a una reale e misurabile utilità economica. In pratica, bisogna dimostrare effettività e inerenza dei costi. Come vedremo, la Corte di Cassazione ha ribadito che senza adeguata documentazione il Fisco può contestare sia la certezza e determinabilità del canone, sia la sua inerenza .

Domanda (FAQ): Che cosa significa “royalty non giustificate” per il Fisco?
Risposta: L’Agenzia delle Entrate ritiene le royalty “non giustificate” quando manca una valida motivazione economica e documentale del pagamento. Ciò avviene se non esiste un contratto di licenza regolare con clausole chiare, o se il canone è fissato con criteri soggettivi (“forfait”, percentuale sulle vendite senza legame diretto), come accaduto in casi giudiziari recenti . In tali casi mancano criteri oggettivi di determinazione e documenti che giustifichino l’effettivo utilizzo del bene immateriale.

2. Riferimenti normativi chiave

L’assunto di base è il principio di inerenza dei costi, stabilito dall’art. 109 TUIR (D.P.R. 917/1986): “[le spese sono deducibili] se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da cui derivano ricavi o altri proventi…” . In concreto, il costo per royalties è deducibile solo se correlato a ricavi (“si deve trarre effettiva utilità” dal bene concesso) e se documentato. La Corte di Cassazione ha ricordato che, anche se le royalty non generano ricavi diretti immediati, l’utilità aziendale da esse derivante deve essere “oggettivamente determinabile e adeguatamente documentata” . Questo enuncia il legame necessario tra spesa (royalty) e beneficio economico (aumento potenziale di vendite o qualità del prodotto derivante dall’uso del marchio).

Per i rapporto intragruppo internazionale, rileva inoltre l’art. 110, comma 7 TUIR: la disciplina del transfer pricing. Tale norma prevede (secondo il principio OECD) che, in relazioni con società controllanti o collegate, i prezzi e condizioni debbano corrispondere a quelli di mercato . Se la base imponibile risulta “spostata” in modo artificiale, l’Amministrazione può riallineare (redeterminare) il valore secondo la libera concorrenza. In tali ipotesi (società controllate, prezzi diversi dal normale) l’onere di disconferma spetta al contribuente . In pratica, quando si dimostra che esiste controllo societario e che le royalty superano il valore normale, l’Agenzia può applicare automaticamente l’art. 110,7; spetterà quindi all’impresa provare il contrario (dimostrare il valore di mercato) .

Nota: L’art.110,7 parla di transazioni con “società non residenti controllanti”, ma i principi valevoli in contesti internazionali ispirano anche i rapporti tra società italiane collegate. In assenza di un’espressa norma interna per i casi tutti italiani, si ricorre comunque ai principi generali di inerenza e alla disciplina anti-elusiva (art. 37-bis DPR 600/1973) per contrastare operazioni simulatrici o prive di valida ragione economica.

3. Giurisprudenza recente e principi applicati

Le decisioni dei giudici tributari e della Cassazione chiariscono come interpretare i controlli sulle royalty. Ecco alcuni orientamenti-chiave:

  • Effettività e documentazione a carico del contribuente: La Cassazione (ordinanza n.12267 del 10/5/2021) ha sottolineato che l’effettività e l’inerenza dei costi devono essere provate dal contribuente . Nel caso esaminato, una società aveva dedotto royalty senza alcuna base oggettiva (percentuale fissa sul fatturato, non sempre rispettata), e senza documenti che giustificassero il pagamento. La Corte ha infatti evidenziato che senza un “credibile giustificativo fiscale” non si può sostenere in modo inattaccabile il valore attribuito all’asset (il marchio) . In altre parole, spetta all’azienda dimostrare che il costo è reale e funzionale all’attività. Questa giurisprudenza conferma: mancanza di contratto chiaro o di perizia di valore = costo indeducibile.
  • Utilità economica e inerenza (Cass. 2599/2023): La suprema Corte ha affermato (sentenza 27/1/2023 n.2599) che nei rapporti infragruppo la società che paga deve ricavare dal servizio (royalty) un’utilità reale, anche se non quantificata direttamente in ricavi. Tale utilità deve essere “oggettivamente determinabile e adeguatamente documentata” . Questo principio ribadisce il criterio di inerenza: si deve dimostrare concretamente come l’uso del marchio (o altro bene immateriale) abbia aumentato il valore percepito del prodotto/servizio o generato vantaggi per l’impresa .
  • Applicazione dell’art.110,7 TUIR (Cass. 9615/2019): La Corte ha esaminato un contratto dove una controllata italiana versava royalty del 3,5% su vendite alla controllante svizzera. I giudici hanno ritenuto quella percentuale “superiore al valore normale” e quindi non congrua . Confermando il ricorso dell’Amministrazione, la Cassazione ha evidenziato che, essendo sussistenti condizioni di controllo societario e valori fuori mercato, “spetta al contribuente dimostrare con prova contraria (art.2697 c.c.) che le transazioni intragruppo siano avvenute a valori di mercato” . Qui i principi della disciplina internazionale dei prezzi infragruppo sono stati applicati: per la Cassazione il Fisco non deve provare il vantaggio fiscale illecito, ma può limitarsi a rilevare l’esistenza di transazioni con controllo societario e condizioni anomale. Una volta “innescata” la norma, l’onere ricade sull’impresa. In sintesi: con Cass. n.9615/2019 la Suprema Corte ha sancito che, in contesti infragruppo, i compensi per royalty vanno rideterminati se non sono a valore di mercato; e il contribuente deve dimostrare il contrario .
  • Principi generali di prova e inerenza: La Cassazione ha più volte ribadito che il contribuente deve provare il nesso causale fra costo e attività. Ad esempio, anche nel contesto IVA (accertamento per beni in comodato infragruppo) la Corte ha confermato che spetta al soggetto passivo documentare il “collegamento diretto” tra acquisto e attività esercitata . Analogamente, in caso di royalties occorre fornire la documentazione che illustri come il canone sia determinato e giustificato nella logica economica dell’impresa .

4. Come si svolge un accertamento sulle royalty

Quando l’Agenzia contesta le royalty dedotte, di solito invia un avviso di accertamento con contestazioni tipiche:

  • Mancanza di contratto o valori anomali: Si rileva che non c’è un vero contratto di licenza con criteri oggettivi, o che il canone è stabilito in modo ad valorem irrealistico. Ad esempio, può essere contestata l’uso di formula “x% sul fatturato” non comprovata da perizia .
  • Certezza e determinabilità: Senza documenti chiari (contratto, perizia di valutazione, analisi di mercato), il Fisco sostiene di non poter accertare in modo certo l’entità del costo .
  • Inerenza: Si mette in dubbio l’utilità economica. Ad esempio, l’Agenzia può osservare che l’impresa paga royalty per un marchio che aveva già registrato in passato o per il quale non sono dimostrabili investimenti di sviluppo. In Cass. 2599/2023, ad esempio, è stato criticato un marchio registrato in capo alla holding senza aver sostenuto costi reali .
  • Differenza fra valore normale e importo dedotto: Se il pagamento supera i valori comunemente applicati sul libero mercato (valore normale), l’Agenzia ridetermina il costo deducibile. Questo può avvenire ex art.110,7 (se uno dei soci è estero) o per analogia generale. Nella sentenza 9615/2019, i giudici hanno ridotto retroattivamente il tasso royalty dal 3,5% al 2% , sulla base di criteri di valutazione del transfer pricing.

In pratica, l’avviso di accertamento conterrà la ricostruzione dei fatti fatta dall’Amministrazione e la richiesta di maggiori imposte (IRES, IRAP e relative sanzioni). Da notare che IVA può essere coinvolta: se il ricevimento della prestazione è interno, l’imposta può non essere stata detratta correttamente. Tuttavia, concentreremo il discorso sulla tassazione sul reddito e sul punto di vista del debitore IRES/IRAP.

Domanda: Quali imposte vengono coinvolte in una contestazione sulle royalty?
Risposta: Principalmente IRES e IRAP. Le royalty pagate sono costi deducibili ai fini IRPEF/IRES; se li riteniamo indeducibili, l’IRES sale. Anche l’IRAP aumenta perché si calcola su un valore aggiunto più elevato. Inoltre, se si è importato una royalty da estero, può esserci una ritenuta o un debito di IVA (a seconda del caso). L’Agenzia contesta quindi IRES, IRAP (e talvolta IVA) non versati, più sanzioni e interessi.

5. Come difendersi: documentazione e strategie

Dal punto di vista del contribuente – e del suo Avvocato tributarista – la difesa si basa principalmente sulla documentazione preventiva e successiva. Ecco i principali strumenti e passi da intraprendere:

  • Contratto di licenza dettagliato: Già nella fase di costituzione dell’operazione infragruppo, occorre stipulare un contratto di licenza che descriva il bene immateriale concesso, la durata del contratto, il territorio di utilizzo e soprattutto i criteri di calcolo del canone. Ad esempio, si può stabilire una royalty per unità venduta, o una percentuale del fatturato entro certi limiti, integrata da un contributo per marketing. Il contratto dovrebbe prevedere che il canone sia commisurato al valore del bene sul mercato e includere clausole di revisione periodica in caso di controlli (clausola di “remunerazione economica equa”).
  • Perizia di valutazione: Se il bene (es. marchio, know-how) non ha un mercato facilmente comparabile, è opportuno affidarsi a un esperto (perito) per quantificarne il valore. Una perizia tecnica o di un valuer riconosciuto può stimare il valore intrinseco del marchio e giustificare la royalty applicata, anche con supporti come piani di marketing o indagini di mercato. Lo stesso SoluzioneTasse e altri commentatori evidenziano che la Corte impone la perizia per dedurre le royalties . Pur essendo buono diritto, in sede di difesa – anche in giudizio – allegare la perizia può fare una grande differenza. In assenza di perizia, l’Amministrazione può considerare arbitraria la determinazione del canone .
  • Casi comparabili (market comparables): Preparare uno studio di mercato che identifichi accordi di licenza fra imprese indipendenti nei medesimi settori (se disponibili). Anche utilizzare i parametri di normativa storica (ad esempio, la Circolare Ministeriale 32/1980, ora superata ma spesso ancora citata come riferimento) può aiutare a dimostrare che il tasso applicato è in linea con prassi di mercato. Nella vicenda Cass. 9615/2019, i giudici hanno rideterminato il canone proprio sulla base di tali “parametri prescritti” .
  • Documentazione interna: Raccogliere email, analisi interne, piani di sviluppo del marchio che giustifichino l’uso del bene. Ad esempio, se le royalty servono a coprire costi di promozione del marchio, allegare budget pubblicitari o contratti con agenzie pubblicitarie può mostrare che esiste un’attività reale dietro la spesa. È importante anche registrare contabilità e flussi finanziari collegati all’introito delle royalty (es. flussi di cassa dalla licenziante).
  • Tempistica e titolarità del bene: Un altro aspetto è il timing: la Corte osserva che il marchio deve essere creato e registrato prima di un suo sfruttamento infragruppo . Se un imprenditore registra un marchio dopo anni di utilizzo gratuito (oppure la holding lo registra senza aver sostenuto costi di sviluppo), ciò può sembrare finalizzato solo a ottenere deduzioni. È quindi consigliabile provare che il bene immateriale era già delineato o in fase di sviluppo (deposito bozze, spese R&D, ecc.) prima di avviare il contratto infragruppo. Un marchio registrato in capo a chi l’ha effettivamente sviluppato e prima di usarlo è un’argomentazione di difesa riconosciuta .
  • Riconciliazione con prezzo di mercato: Se possibile, offrire all’Amministrazione una riconciliazione (o autoaccertamento) mostrando che le royalty sono in linea con metriche di mercato. Per esempio, nel negoziare con l’Amministrazione si potrebbe proporre un collegamento contrattuale al profit sharing o offerta di aliquote diverse a seconda dei risultati di vendita. Ciò può non sostituire la prova, ma dimostra buona volontà.
  • Verifica di gruppi e partecipazioni: In preparazione al contenzioso, si deve documentare la struttura societaria e il ruolo di ciascuna società del gruppo. Se le partecipazioni sono marginali o gli scambi con altre controllate inverosimili, l’Amministrazione insinuerà simulazione. Una buona difesa presenta contratti a condizioni “reali” anche verso altri soci e mostra che il valore delle royalty non è un caso isolato di artificio di gruppo.

6. Passi pratici in caso di avviso

In caso di ricezione dell’avviso di accertamento, consigliamo una prassi difensiva articolata:

  1. Analisi dell’avviso: Valutare subito i capi di contestazione. Spesso l’atto espone chiaramente le motivazioni (es. applicazione art.109 TUIR, art.110 TUIR, mancanza contratto, etc.). Bisogna verificare quali esercizi coinvolge, quali anni e quali voci di costo sono contestate.
  2. Contraddittorio preventivo: Prima di ricorrere alle Commissioni, si può tentare un contraddittorio con l’Agenzia. Occorre preparare un dossier completo: estratti di bilancio, il contratto di licenza, perizie, corrispondenza, ecc. L’obiettivo è dimostrare sin d’ora che i criteri sono di mercato e che la ratio economica c’è. A volte l’Agenzia riduce le pretese se convinta dalle spiegazioni.
  3. Reclamo giudiziario: Se persiste la contestazione, presentare ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale (CTP) entro 60 giorni dall’avviso. In sede di CTP, il contributente può dettagliare le sue ragioni, chiedere consulenze tecniche, e citare sentenze a favore (come Cass. 12267/2021). Il difensore (avvocato tributarista) illustrerà che la valutazione delle royalty spetta ai giudici, non all’Amministrazione, se c’è documentazione valida, richiamando inerenza e norme applicabili.
  4. Appello e Cassazione: Se la CTP respinge la richiesta, si può impugnare in Commissione Regionale e infine in Cassazione. In ogni grado vanno presentati nuovi elementi di prova o di diritto (massime delle sentenze). Nella Cassazione 9615/2019, ad esempio, la CTR aveva invece accolto in parte l’impresa, ma la Cassazione ribaltò la decisione giudicando corretta l’applicazione dell’art.110,7 .
  5. Valutazione economica: Calcolare l’impatto dell’accertamento. Nella tabella sotto mostriamo un esempio di simulazione dell’effetto fiscale di una royalty “rinviata”. Ciò serve anche per valutare se transigere o fare ricorso.

Tabella: Simulazione impatto fiscale di royalty contestata

ParametroPrima dell’accertamentoDopo accertamento
Fatturato (anno preso a riferimento)€1.000.000€1.000.000
Royalties pagate€50.000 (5% del fatturato)€20.000 (2% del fatturato)
Royalties riconosciute (dedotte)€50.000€20.000
Royalties contestate (indeducibili)€0€30.000
Base imponibile IRES + IRAP (aggiuntiva)€0€30.000
Imposte aggiuntive€0€8.370 (24% IRES + 3,9% IRAP su €30k)
Interessi (1 anno, ca. 4%)€0€335
Sanzioni tributarie (es. omessa dichiarazione)€0€10.044 (120% imposte aggiuntive)
Totale onere fiscale extra€0~€18.749 (imposte + sanzioni + interessi)

Nota: gli importi nel riquadro sono indicativi. Per l’esempio, la società pagava il 5% di royalty (50k) ma l’Agenzia riconosce solo il 2% (20k), disconoscendo 30k di costi. L’IRES al 24% su €30k è €7.200; l’IRAP al 3,9% è €1.170, totale €8.370 di imposte in più. Se consideriamo la sanzione del 120% (minimo €250) su quella base – come previsto per la dichiarazione omessa – si ottengono €10.044 di sanzioni, più €335 di interessi legali. In totale la società dovrebbe versare circa €18.749 extra.

Questa simulazione serve per valutare se è preferibile impugnare o transigere. Ad esempio, si può proporre di applicare immediatamente la percentuale riconosciuta dall’Amministrazione (2%) con pagamento spontaneo delle maggiori imposte, magari dilazionate, e chiedere lo sconto delle sanzioni (ove possibile) argomentando buona fede e carenza di dolo.

Domanda: Quali sanzioni si rischiano per le royalty non giustificate?
Risposta: Se si omettono o si dichiarano erroneamente componenti di reddito rilevanti, la fattispecie è paragonabile a una dichiarazione infedele o omessa. In base alle nuove regole (D.Lgs. 87/2024), la sanzione va dal 120% al 240% delle imposte dovute , con un minimo di €250. Nel nostro esempio, su €8.370 di imposte aggiuntive la sanzione minima sarebbe €10.044. A ciò si sommano interessi legali (circa 4% annuo) su tali imposte. In sede giudiziale l’avvocato può richiedere l’applicazione di sanzioni ridotte o lo scorporo (se il contribuente può dimostrare insufficiente soggezione, doppio binario ecc.), ma la situazione resta grave se il Fisco vince.

7. Sommario Q&A: i dubbi più frequenti

  • Cosa devono provare le società che pagano royalty?
    Devono dimostrare la realtà e l’inerenza dell’operazione. In particolare: che il bene immateriale esisteva realmente, era stato correttamente valutato (o creato/investito), e che il canone corrisponde a valore di mercato. La Cassazione considera indispensabili contratti chiari e perizie documentali .
  • L’assenza di ricavi diretti smentisce la deduzione?
    No, anche se non c’è un introito diretto in Italia, ciò che conta è il contributo del bene alla redditività aziendale complessiva. Come detto, va dimostrato che l’uso del marchio (o altro) ha un impatto economico positivo sull’impresa .
  • Chi ha l’onere della prova?
    È sempre il contribuente. Una recente ordinanza della Cassazione ribadisce che spetta alla società dimostrare con prove di aver applicato condizioni “arm’s length” . L’Amministrazione non deve provare dolo o elusione: basta che sussistano i presupposti (controllo e prezzo anomalo) perché l’onere passi al contribuente .
  • Come calcolare una royalty congrua?
    Non esistono parametri unici, ma ci si può basare su: studi di settore (storici), accordi analoghi, “market comparables”. In Italia si citano spesso i parametri della Circolare 32/1980, che servono come linea guida pratica. Occorre poi confrontare il mercato locale e internazionale: ad esempio, per un marchio di abbigliamento si può prendere % comuni tra società non correlate. Talvolta le imprese chiedono un advance ruling (interpello binding) all’Agenzia sulle royalties, per avere certezza preventiva.
  • Le royalty tra due società italiane del gruppo sono diverse da quelle con una straniera?
    Dal 2024 l’art.110 TUIR è stato aggiornato, anche estendendo il campo al legame nazionale . Tuttavia, originariamente l’art.110,7 si applicava ai rapporti con soggetti esteri controllanti. Se la capogruppo è in Italia, non c’è un trasfer pricing formale (ma il principio rimane attraverso l’art.109 e gli istituti anti-elusivi). In pratica il Fisco può sempre contestare la non congruità e simulazione, anche nel caso interno, sulla base dei criteri sopraccitati (inerenza, abuso del diritto). Pertanto le strategie difensive (contratto, perizia, comparabili) sono analoghe.
  • Cosa succede se c’è già un precedente favorevole?
    Se in passato il contribuente aveva ottenuto vantaggi fiscali (es. deduzioni maggiori) e poi cambia assetto (fusioni, conferimenti), l’Agenzia esamina se la nuova struttura ha finalità elusiva. Di recente, la Corte ritiene legittimo l’accertamento se si crea artificiosamente un loop tra conferente e conferitaria, come visto in un caso di conferimento d’azienda seguito da royalty senza perizia . Quindi un precedente favorevole non garantisce immunità: ogni periodo va difeso con la propria documentazione.

8. Tabelle riepilogative

Normativa ChiaveContenuto Principale
Art. 109 TUIR (1986)Principio di inerenza: i costi (inclusi royalties) sono deducibili solo se relativi a beni/attività da cui derivano ricavi .
Art. 110, comma 7 TUIRDisposizione di transfer pricing: transazioni infragruppo (soprattutto con non residenti) a condizioni di mercato .
Art. 37-bis DPR 600/73Clausola anti-elusione: limita gli effetti di operazioni prive di causa economica, sostenute solo da motivi fiscali.
Art. 51, c.2 DPR 605/1973Testo Unico delle Accise: prevede ritenuta sulle royalties all’estero (30%) ma in sede di detrazione, se non effettuata, può portare a contestazioni sulla loro deducibilità.
D.M. 14 maggio 2018 (“Linee guida TP”)Linee guida attuative dell’art.110,7: fornisce criteri per applicazione arm’s length (basata su principi OECD).
Sentenza Cass. n.12267/2021(Corte cost.) Richiama la necessità di perizia e documentazione fiscale certa per dedurre royalty .
Sentenza Cass. n.2599/2023Ribadisce che il beneficiario del pagamento infragruppo deve ricavare utile reale e documentabile .
Sentenza Cass. n.9615/2019Conferma che, in presenza di controllo societario, l’onere è sul contribuente di dimostrare che le royalty sono a valore di mercato .
Circolare Agenzia Entrate 32/1980(Storica) Indica parametri di normalità per royalty su marchi (anche se non più formalmente in vigore, ancora richiamata in giurisprudenza).

Tabella 1: Principali norme e sentenze relative alla deducibilità delle royalties.

Passo dell’AccertamentoObiettivo dell’AmministrazioneStrategia del Contribuente
Avviso di accertamentoControllare documentazione e congruità del canone.Esaminare motivazioni: verificare esistenza contratto, metodo calcolo, supporti documentali.
Contraddittorio istruttorioEsigere giustificativi (contratti, fatture, perizie).Presentare contratto di licenza, dettagli di perizia/valutazione, dati di mercato. Collaborare producendo prove.
Commissione Tributaria ProvincialeDibattito su fatti e diritto.Esporre argomenti giuridici (normativa/inerenza, prassi ACE/TP, giurisprudenza) e tecnici (criterio di mercato, perizia).
Commissione Tributaria RegionaleRiesame tecnico-giuridico della controversia.Rafforzare le motivazioni: aggiungere consulenza tecnica se necessario, enfatizzare la conformità al principio di libera concorrenza.
CassazioneControllo di legittimità (non approfondisce fatti).Argomentare errori di diritto delle Corti inferiori, citare precedenti vincolanti (Cass. 9615/2019, 12267/2021, etc.) e principi generali.

Tabella 2: Passaggi tipici dell’accertamento e relative difese del contribuente.

9. Simulazioni pratiche

Esempio 1 – Contestazione di royalties internazionale:
La Società A (italiana) paga 5% di royalty sul fatturato alla controllante estera per l’uso di un marchio. Fatturato = €2.000.000, royalty = €100.000. L’Agenzia contesta che il valore normale sarebbe il 2% (come da Circolare 32/80). Nuovo canone = €40.000. Differenza = €60.000 di costi indeducibili.
– Calcolo imposte extra: 24% IRES su €60k = €14.400; IRAP (3,9%) = €2.340. Totale imposte €16.740.
– Sanzioni (al 120%) = €20.088. Interessi ~€800. Onere totale ~€37.628 in più.
Difesa: Società A produce analisi di mercato su marchi simili, perizia del marchio A, e eventuale accordo consorziale (cost sharing). Mostra che il marchio “A” ha potenzialità di mercato tali da giustificare almeno il 4%, ottenendo magari una riduzione delle contestazioni dell’Amministrazione.

Esempio 2 – Contratti fittizi tra controllante e controllata italiane:
Un’imprenditore di un gruppo italiano registra un marchio su sé stesso (persona fisica) dopo anni di utilizzo, e poi nel 2023 fa un contratto di licenza tra sé (licenziante) e la società operativa (licenziataria), imponendo una royalty forfettaria senza reale calcolo. Arriva controllo, e l’Agenzia accerta la simulazione, ritenendo inerenza nulla.
– In questo caso, l’Agenzia applica ex art.109 TUIR, considerando la licenza priva di utilità aziendale e fictizia. Recupera tutta la royalty dedotta negli anni dal reddito e impone sanzioni come per frode.
Difesa possibile: Dimostrare che, nonostante i ritardi formali, l’intento era genuino: allegare progetti di marketing, causali storiche dell’operazione, esperti che attestino la utilità del marchio. Dimostrare che il titolare personaggio fisico aveva realmente ideato e investito nel marchio. Spesso però, come visto nella prassi, questi casi sono rischiosi: l’avvio tardivo di contratti di licenza è guardato con sospetto e spesso rigettato (cfr. Synopia ).

10. Domande frequenti (Q&A)

Q: L’Agenzia può contestare le royalties se esiste un contratto regolare?
A: Sì, anche con un contratto scritto l’Amministrazione può valutare se i termini siano congrui. Un contratto è necessario ma non sufficiente: va corredato da dati concreti (valutazione del bene, comparabili). Se il canone appare sproporzionato pur essendoci contratto formale, l’Agenzia potrà indagare il perché. Ad esempio, Cass. 12267/2021 ha annullato un contratto in quanto il “criterio a forfait” utilizzato non era oggettivo, benché scritto .

Q: È meglio una royalty variabile (% del fatturato) o fissa (€)?
A: Sia l’una che l’altra sono possibili. In genere, una percentuale sulle vendite è comune per i marchi. Ciò che conta è che la percentuale sia commisurata al valore del bene: ad esempio, brand forti potrebbero giustificare % più elevate. Una royalty fissa annua è più rischiosa se il fatturato cresce molto. Indipendentemente dal metodo, occorre spiegare come è stato scelto (studi di settore, percentuali usate da aziende simili, ecc.).

Q: Cosa succede se in parte il Fisco accetta le royalty e in parte no?
A: Può accadere che l’Amministrazione riconosca solo una quota di royalty e disconosca il resto. In tal caso, occorre contestare la rideterminazione complessiva: anche se percentualmente sembra “abbondante”, bisogna dimostrare che il livello scelto è comunque di mercato. È utile portare analisi su ogni componente del canone (ad es. quota per know-how vs quota per marketing) e dimostrare la congruenza di ciascuna parte. Spesso, nei ricorsi, si allegano pareri di esperti che validano almeno parte del canone originario.

Q: Come influisce il nuovo quadro normativo europeo (UE/ATAD)?
A: L’Italia ha recepito le direttive anti-elusione (ATAD) anche sugli intercompany costs (Art.8-9). In pratica, ciò rafforza l’applicazione del principio arm’s length e prevede sanzioni e rettifiche più rigorose in caso di operazioni intra-gruppo artificiose. Dal 2024 l’art.110 TUIR è stato ulteriormente aggiornato . Questo significa che le motivazioni di controllo saranno più formali: l’amministrazione è facilitata nel contestare se non vi è “giustificato motivo” economico. Ma per il contribuente, le difese restano basate sullo stesso principio: dimostrare che l’operazione ha una valida ragione economica e che il sistema di prezzo adotta metodi di mercato.

Q: Posso definire la controversia con un ravvedimento?
A: Sì, una strada è definire in contraddittorio o tramite istanza di interpello (dove ammesso) o accordi transattivi con sconto di sanzioni. Ad esempio, l’imprenditore potrebbe proporre di riconoscerne una parte minore come deducibile, pagando subito le imposte dovute su quello scostamento (autotassazione), e contestualmente chiedere la rateizzazione senza sanzioni. La possibilità di ridurre le sanzioni (es. al 15-30% anziché 120%) può essere negoziata, presentando argomenti sul buon andamento imprenditoriale e assenza di dolo. In sede di contenzioso, l’Agenzia può decidere di aderire a definizioni agevolate (art.6 D.Lgs. 218/1997, ossia Accordo tra Ufficio e contribuente), specie se la documentazione è comunque valida parzialmente.

11. Conclusioni

L’accertamento sulle royalty non giustificate è tra i più delicati in materia di accertamento fiscale. Richiede al contribuente la massima preparazione e documentazione giuridico-tecnica. Riassumendo i consigli principali:

  • Prevenzione: stipulare contratti di licenza dettagliati e ottenere perizie di valore già in sede di pianificazione fiscale. Non improvvisare royalty all’ultimo momento: il marchio o il bene deve essere sviluppato con titolo chiaro prima di una licenza.
  • Documentazione solida: raccogliere ogni prova dell’effettiva utilità economica (progetti, indagini di mercato, bilanci, contratti correlati). Conservare corrispondenza interna e tavole sinottiche del calcolo.
  • Conoscere la norma: comprendere i limiti dell’art.109 TUIR e, se applicabile, dell’art.110 TUIR e delle discipline anti-elusione (art. 37-bis DPR 600/73). Ad esempio, sapere che l’onere di prova è a carico proprio significa prepararsi a sostenere il contraddittorio con solidi dati.
  • Difesa attenta e professionale: affidarsi ad un avvocato tributarista esperto in contenzioso. Preparare i ricorsi in base a normativa e giurisprudenza attuali, citando sentenze come Cass.12267/2021 e Cass.9615/2019 al bisogno. Considerare simulazioni ed esempi concreti come supporto persuasivo.
  • Rapporto con l’Agenzia: collaborare tempestivamente nei tentativi di concordare un punto di caduta, ma essere pronti ad attaccare le conclusioni arbitrarie in tribunale se necessario.

Seguendo questi accorgimenti, l’impresa e l’avvocato possono strutturare una difesa solida, riducendo al minimo oneri fiscali addizionali e sanzioni. Il rigore documentale e il rispetto delle logiche economiche di mercato sono le chiavi per contrastare con successo accuse di “royalty fittizie”.

12. Fonti e sentenze consultate

  • Corte di Cassazione, ordinanza n. 12267 del 10 maggio 2021 – in tema di deducibilità delle royalties, onere della prova e necessità di documentazione .
  • Corte di Cassazione, sentenza n. 2599 del 27 gennaio 2023 – in tema di inerenza dei costi royalties, utile economica, da Synopia .
  • Corte di Cassazione, sentenza n. 9615 del 5 aprile 2019 – su contestazione royalties infragruppo, applicazione art.110,7 TUIR, onere di prova ex art.2697 c.c. .
  • Circolare Agenzia delle Entrate n. 32/E/1980 – «Parametri per la determinazione di royalties relative ai marchi» (richiamata in dottrina e giurisprudenza).
  • Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze 14/5/2018 – “Linee guida” per applicazione art.110, comma 7 TUIR.
  • D.Lgs. n. 87/2024 – Riforma del sistema sanzionatorio (introduzione sanzione 120% omessa dichiarazione) .
  • D.P.R. 917/1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) – artt. 109 e 110, commi vari.
  • D.P.R. 600/1973 – artt. 37-bis (abuso diritto), 39-40 (accertamento induttivo), 54 (IRAP).

Il Fisco ti contesta royalty dedotte ritenute non giustificate (marchi, brevetti, know-how, licenze infragruppo) e recupera imposte, sanzioni e interessi? Sai che molti accertamenti sulle royalty sono tecnici, valutativi e spesso difendibili? Fatti Aiutare da Studio Monardo

Il Fisco ti contesta royalty dedotte ritenute non giustificate (marchi, brevetti, know-how, licenze infragruppo) e recupera imposte, sanzioni e interessi? Sai che molti accertamenti sulle royalty sono tecnici, valutativi e spesso difendibili?

Nel 2026 l’Agenzia delle Entrate ha intensificato i controlli su:

– royalty infragruppo considerate eccessive,
– mancanza di prova dell’effettivo utilizzo dei diritti,
– duplicazione di costi immateriali,
– criteri di determinazione ritenuti arbitrari,
– presunti trasferimenti di utili verso l’estero.

Le conseguenze possono essere molto pesanti:

👉 indeducibilità dei costi,
👉 recupero di IRES/IRPEF e IRAP,
👉 sanzioni e interessi,
👉 rettifiche su più esercizi,
👉 possibili contestazioni in ambito transfer pricing.

La domanda decisiva è questa:
come difendersi efficacemente da un accertamento fiscale per deduzione di royalty non giustificate?

Devi saperlo subito:

👉 nel 2026 molti accertamenti sono contestabili,
👉 la royalty è un costo legittimo se supportato da sostanza economica,
👉 l’eccessività non si presume automaticamente,
👉 la strategia difensiva va attivata subito.


Cos’è l’Accertamento per Deduzione di Royalty Non Giustificate

L’accertamento si fonda sull’idea che la società:

– abbia dedotto royalty prive di reale giustificazione economica,
– non abbia dimostrato l’utilizzo effettivo del bene immateriale,
– abbia pagato compensi sproporzionati rispetto al valore del diritto,
– abbia ridotto indebitamente il reddito imponibile.

👉 Ma le royalty sono costi legittimi, se il diritto immateriale esiste, è utilizzato e genera un beneficio concreto per l’impresa.

La deducibilità dipende da:

– esistenza del diritto (marchio, brevetto, know-how),
– effettivo utilizzo nell’attività aziendale,
– inerenza all’attività d’impresa,
– congruità del canone,
– documentazione contrattuale e tecnica.


Perché il Fisco Contesta le Royalty

Nel 2026 l’Amministrazione finanziaria contesta quando ritiene che:

– il diritto immateriale non sia realmente sfruttato,
– la royalty duplici funzioni già svolte internamente,
– il canone sia sproporzionato rispetto ai ricavi,
– il contratto sia meramente formale,
– la royalty mascheri un trasferimento di utili.

👉 Ma il Fisco non può disconoscere automaticamente una royalty senza un’analisi concreta del diritto e del suo utilizzo.


Il Principio Chiave: Royalty Elevata ≠ Costo Indeducibile Automatico

Un principio fondamentale è questo:

👉 una royalty elevata non è automaticamente indeducibile.

Questo significa che:

– conta il valore economico del diritto,
– rileva il beneficio ottenuto dall’impresa,
– la congruità va valutata con criteri oggettivi,
– non sono ammessi automatismi repressivi.

👉 Qui si costruisce la difesa principale.


Quando l’Accertamento è Illegittimo o Sproporzionato

L’accertamento è contestabile se:

– il Fisco presume l’inesistenza del diritto,
– ignora prove dell’utilizzo effettivo,
– valuta la congruità in modo astratto,
– disconosce costi senza parametri comparabili,
– applica sanzioni piene su valutazioni soggettive.

👉 La presunzione non basta: serve una verifica tecnica e documentata.


Gli Errori Più Spesso Contestati nel 2026

Le contestazioni più frequenti riguardano:

– royalty infragruppo su marchi,
– licenze di know-how o software,
– canoni legati al fatturato,
– diritti immateriali non registrati,
– assenza di analisi economiche di supporto.

👉 Molti rilievi sono valutativi e tecnicamente difendibili.


Le Strategie Difensive Più Efficaci nel 2026

🔹 1. Dimostrare l’Esistenza e l’Utilizzo del Diritto Immateriale

La difesa parte dalla domanda chiave:

👉 quale diritto immateriale è stato effettivamente utilizzato?

È decisivo dimostrare:

– titolarità o licenza del diritto,
– utilizzo operativo nel business,
– collegamento tra diritto e ricavi.

👉 Se il diritto è reale e utilizzato, la deduzione è difendibile.


🔹 2. Dimostrare l’Inerenza all’Attività d’Impresa

Un principio fondamentale è questo:

👉 la royalty è deducibile se funzionale all’attività svolta.

È possibile dimostrare:

– supporto commerciale o produttivo,
– vantaggio competitivo ottenuto,
– coerenza con il modello di business.

👉 Qui si vincono molte difese.


🔹 3. Difendere la Congruità Economica della Royalty

La legge distingue tra:

– canoni congrui,
– canoni sproporzionati senza giustificazione.

👉 La congruità va valutata con benchmark e analisi comparabili, non per impressioni.


🔹 4. Far Valere Buona Fede e Assenza di Finalità Elusiva

La difesa può dimostrare che:

– la royalty non è stata creata ad hoc,
– i criteri erano noti e costanti,
– non vi è stato intento di spostare utili.

👉 Questo incide fortemente su sanzioni e recuperi.


Gli Strumenti di Difesa nel 2026

🔹 Contraddittorio Preventivo

Serve per:

– illustrare il diritto immateriale,
– spiegare il criterio di determinazione della royalty,
– evitare l’atto definitivo.


🔹 Risposta a Questionari e PVC

Utile per:

– produrre contratti, perizie e analisi economiche,
– dimostrare effettività e congruità,
– smontare la tesi dell’Ufficio.


🔹 Ricorso Tributario

Necessario quando:

– la royalty è disconosciuta senza prova,
– la valutazione è arbitraria,
– le sanzioni sono sproporzionate.

👉 Molti accertamenti per royalty non giustificate vengono annullati o ridotti.


Il Punto Chiave: Royalty Contestata ≠ Royalty Indeducibile

Un principio essenziale è questo:

👉 una royalty contestata non è automaticamente indeducibile.

Questo significa che:

– il Fisco deve dimostrare l’inesistenza o l’incongruità,
– la società ha diritto a una valutazione concreta,
– non sono ammessi automatismi punitivi.

👉 Dove il Fisco semplifica, la difesa può vincere.


Il Ruolo dell’Avvocato Tributarista

La difesa sugli accertamenti per royalty è giuridica, economica e strategica.

L’avvocato:

– analizza contratti e diritti immateriali,
– verifica l’inerenza e la congruità dei canoni,
– coordina difesa fiscale e transfer pricing,
– tutela l’impresa da recuperi indebiti.

👉 Qui la specializzazione è decisiva.


Cosa Può Fare Concretamente l’Avvocato

Con assistenza qualificata puoi:

– difendere la deducibilità delle royalty,
– ridurre o annullare sanzioni e interessi,
– mettere in sicurezza i contratti di licenza,
– prevenire futuri accertamenti.

👉 Agire subito cambia l’esito.


Le Specializzazioni dell’Avv. Giuseppe Monardo

La difesa in materia di accertamenti su costi immateriali richiede competenze avanzate.

Giuseppe Monardo è:

– Avvocato Cassazionista
– Esperto in contenzioso tributario
– Specializzato in fiscalità d’impresa e operazioni infragruppo
– Difensore di imprese e gruppi societari
– Coordinatore nazionale di avvocati e commercialisti


Conclusione

Nel 2026, un accertamento fiscale per deduzione di royalty non giustificate:

👉 non va subito,
👉 è spesso valutativo,
👉 può e deve essere contestato.

La regola è chiara:

👉 dimostrare l’esistenza e l’utilizzo del diritto,
👉 difendere inerenza e congruità,
👉 contestare presunzioni e automatismi,
👉 agire subito con un avvocato esperto.

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Nel 2026, difendersi correttamente da un accertamento sulle royalty può fare la differenza tra un recupero fiscale ingiusto e la piena tutela della tua struttura aziendale e dei tuoi diritti fiscali.

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