L’accertamento fiscale per compensi non deliberati nelle società familiari è una contestazione particolarmente delicata, perché l’Agenzia delle Entrate tende a guardare con sospetto i rapporti economici tra società e familiari, qualificando taluni compensi come indebitamente dedotti o come utili mascherati.
In questi casi il Fisco contesta l’assenza di una delibera formale che legittimi il compenso, sostenendo che la spesa non sia deducibile e procedendo al recupero di imposte, sanzioni e interessi, spesso anche per più annualità.
Il rischio è concreto:
compensi realmente corrisposti a familiari che lavorano in azienda possono essere disconosciuti solo per vizi formali, con un impatto fiscale rilevante.
Molti si chiedono:
“Serve sempre una delibera scritta?”
“Se il familiare lavora davvero, il compenso è indeducibile?”
“Nelle società familiari il Fisco può presumere utili occulti?”
“Come posso difendermi da una contestazione del genere?”
È fondamentale chiarirlo subito:
la mancanza di una delibera non rende automaticamente indeducibile un compenso.
La contestazione deve essere motivata e può essere efficacemente contrastata dimostrando la sostanza del rapporto.
Cosa contesta il Fisco nelle società familiari
Le contestazioni più frequenti riguardano:
• assenza di delibera assembleare o decisione formale
• compensi erogati a soci o familiari
• rapporti di lavoro ritenuti fittizi
• compensi qualificati come utili mascherati
• costi considerati non inerenti
• utilizzo dei compensi per ridurre l’imponibile
Ma la familiarità non equivale a irregolarità.
Perché l’Agenzia delle Entrate disconosce i compensi
Secondo l’Amministrazione finanziaria, il compenso può essere indeducibile se:
• manca una delibera che lo autorizzi
• non è dimostrata l’attività svolta
• il rapporto è ritenuto simulato
• il compenso è sproporzionato
• appare come distribuzione occulta di utili
Ma la valutazione non può fermarsi al solo aspetto formale.
Il rischio più grave: recupero imposte e doppia tassazione
Il vero pericolo è che:
• il costo venga eliminato dal reddito societario
• l’imponibile aumenti
• si applichino sanzioni elevate
• maturino interessi
• il compenso resti tassato al percettore
• si crei una doppia imposizione economica
Anche quando il lavoro è stato realmente svolto.
L’errore più grave: pensare che senza delibera non ci sia difesa
Molte società familiari sbagliano quando:
• accettano il disconoscimento senza reagire
• ritengono decisiva solo la forma
• non dimostrano l’attività svolta dal familiare
• non spiegano l’organizzazione aziendale
• rinunciano a una difesa tecnica
Nel diritto tributario conta la sostanza economica.
Compensi non deliberati e diritto tributario: il punto chiave
È essenziale sapere che:
• la deducibilità dipende dall’inerenza
• l’attività effettivamente svolta è decisiva
• la mancanza di delibera è un vizio formale
• i vizi formali non sempre eliminano il costo
• le presunzioni devono essere motivate
• il Fisco deve dimostrare la fittizietà
Se il compenso remunera lavoro reale, è difendibile.
Quando la contestazione è difendibile
La difesa è particolarmente efficace quando:
• il familiare svolge un’attività concreta
• il compenso è effettivamente pagato
• esiste coerenza con le mansioni svolte
• la contestazione è basata su automatismi
• la motivazione dell’atto è generica
• manca una prova di simulazione
In questi casi l’accertamento può essere annullato o ridotto.
Come costruire una strategia difensiva efficace
Una difesa corretta richiede:
• analisi dell’avviso di accertamento
• ricostruzione del rapporto di lavoro o collaborazione
• dimostrazione dell’attività svolta
• prova dell’effettiva corresponsione del compenso
• contestazione della riqualificazione come utili
• valutazione delle sanzioni
• argomentazioni giuridiche puntuali
• impugnazione nei termini
• richiesta di sospensione, se necessaria
È una difesa sostanziale e strategica, non solo formale.
Accertamento e rischio esecutivo
Se l’accertamento non viene contestato:
• il recupero diventa definitivo
• le sanzioni si consolidano
• l’atto diventa esecutivo
• partono azioni di riscossione
• il danno economico diventa irreversibile
Agire tempestivamente è decisivo.
I rischi di una gestione passiva
Una mancata difesa può portare a:
• aumento ingiustificato del carico fiscale
• sanzioni sproporzionate
• interessi elevati
• doppia tassazione
• danni patrimoniali evitabili
Il danno è fiscale e familiare.
Cosa fare subito se ricevi un accertamento sui compensi
Se ricevi un accertamento per compensi non deliberati in una società familiare:
• non accettare automaticamente la contestazione
• non pagare senza un’analisi tecnica
• ricostruisci il ruolo del familiare
• raccogli prove dell’attività svolta
• verifica la motivazione dell’atto
• valuta la proporzionalità delle sanzioni
• prepara una difesa tecnica
• valuta ricorso e sospensione
Il tempo è un fattore determinante.
Il ruolo dell’Avvocato Monardo
L’Avvocato Monardo, cassazionista, opera con competenza qualificata nel contenzioso tributario, assistendo società familiari in accertamenti per compensi non deliberati, contrastando disconoscimenti basati su meri vizi formali e presunzioni infondate.
Può intervenire per:
• contestare l’accertamento
• dimostrare l’attività reale dei familiari
• difendere la deducibilità dei compensi
• ridurre o annullare sanzioni e interessi
• bloccare la riscossione
• tutelare l’equilibrio aziendale e familiare
Agisci ora
In una società familiare la collaborazione reale non diventa fittizia per un difetto formale.
Ma una contestazione non difesa correttamente può trasformarsi in un danno fiscale rilevante.
Se l’Agenzia delle Entrate ha contestato compensi non deliberati nella tua società familiare,
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Introduzione
Il tema dei compensi “non deliberati” è particolarmente delicato nelle società familiari, dove i familiari soci spesso svolgono attività lavorativa nell’impresa senza formali deliberazioni assembleari sulle loro retribuzioni. Dal punto di vista fiscale, i compensi erogati ai familiari possono essere interpretati come distribuzione di utili (cosiddetti utili occulti), con conseguente indeducibilità delle spese per la società e imputazione di reddito aggiuntivo ai soci. La recente giurisprudenza ha chiarito i limiti e le eccezioni a questa disciplina, ribadendo la necessità di formalizzare sempre la determinazione delle retribuzioni degli amministratori o soci lavoratori. In questa guida aggiornata a gennaio 2026 – rivolta ad avvocati, imprenditori e contribuenti privati – analizziamo le norme di riferimento, la più recente giurisprudenza italiana (Cassazione), ed esaminiamo le strategie difensive in ogni fase: dall’attività di verifica preliminare fino al contenzioso tributario o all’autotutela. Completeremo l’analisi con domande frequenti, tabelle riepilogative e casi pratici esemplificativi, evidenziando sempre il punto di vista del debitore/contribuente.
1. Normativa di riferimento
Società familiare e imputazione dei redditi (art. 5 TUIR): Per legge italiana, una società familiare è una società di persone (tipicamente SNC o SAS) composta da un imprenditore individuale e dai familiari che vi prestano attività di lavoro in modo continuativo e prevalente (coniuge, parenti entro il terzo grado, affini entro il secondo grado) . L’art. 5, comma 4 del TUIR (D.P.R. 917/1986) stabilisce che il reddito prodotto dall’impresa familiare è imputato pro quota all’imprenditore e ai familiari lavoratori: precisamente, “i redditi delle imprese familiari […] sono imputati a ciascun familiare, che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili” . In pratica, il 49% dell’utile (o più in base a strumenti contrattuali conformi) viene imputato ai familiari lavoratori, indipendentemente dal fatto che abbiano effettivamente prelevato tale somma.
Regime civilistico sulle deliberazioni assembleari: Per le società di capitali (S.r.l. o S.p.A.), il Codice Civile impone formalità rigide sulla determinazione delle retribuzioni degli amministratori. In particolare, l’art. 2389 c.c. (per le S.r.l.) richiede che la misura dei compensi spettanti all’organo amministrativo sia stabilita “nell’atto costitutivo o con delibera dell’assemblea” . All’art. 2364 n.3 c.c. (S.p.A.) è previsto analogamente che il bilancio deve contenere “l’indicazione dei compensi spettanti agli amministratori” e che questa voce sia approvata dall’assemblea . La legge civile ha anzi previsto, prima della sua abrogazione, un reato specifico (art. 2630 c.c.) per chi percepisce compensi amministrativi non deliberati dall’assemblea. Oggi, in mancanza di delibera valida, il compenso corrisposto è nullo per violazione delle norme imperative (art. 1418 c.c.) . Questo profilo civilistico si riflette in ambito fiscale nella indeducibilità del costo sostenuto.
Deducibilità fiscale delle retribuzioni: A livello fiscale, i compensi erogati ai soci o amministratori operano come costi deducibili (art. 109 TUIR per le S.p.A. e S.r.l., art. 62 TUIR per le società di persone). Tuttavia, per le S.r.l. e S.p.A. l’ordinamento tributario richiede che il costo sia certo e determinato: in applicazione dell’art. 109 TUIR (ex art. 75), la giurisprudenza ritiene indeducibile la spesa per compensi agli amministratori “ove invalidamente deliberata” . In pratica, se non esiste una preventiva delibera valida sulla misura del compenso (o equivalente previsione statutaria), il costo non soddisfa i requisiti di “certezza e determinabilità” previsti dalla legge, e dunque non è deducibile .
Società di persone vs società di capitali: È importante distinguere le società di persone (SNC, SAS), anche quando configurate come “società familiare” ai fini dell’art. 5 TUIR, dalle società di capitali. Nelle società di persone non vige un obbligo formale di delibera per l’erogazione di compensi ai soci che lavorano (amministratori o semplici collaboratori), pertanto il costo sostenuto è in linea di principio deducibile in quanto inerente all’attività di impresa . La Cassazione ha infatti chiarito che “l’Amministrazione finanziaria, allo stato attuale della legislazione, non ha il potere di valutare la congruità dei compensi corrisposti agli amministratori delle società di persone, per cui tali compensi sono deducibili come costi” . In sintesi, le società di persone usufruiscono di maggiore flessibilità nel formalizzare i compensi, mentre per le società di capitali si applicano le regole rigide del codice civile e della giurisprudenza .
Altre norme rilevanti: Oltre ai principi di diritto sopra richiamati, rilevano le disposizioni del DPR 600/1973 (art. 39 c.2 in materia di accertamenti induttivi, spesso invocate nelle verifiche di utili occulti) e del D.Lgs. 546/1992 (processo tributario). In sede penale, l’art. 2 del D.Lgs. 74/2000 punisce la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture false, ipotesi spesso collegata a “utili occulti” e percezione di compensi impropri. Si ricorda inoltre che la recente riforma penale-tributaria (legge 130/2022) ha introdotto l’art. 13-bis nel D.Lgs. 74/2000, condizionando alcuni benefici (es. patteggiamento) all’avvenuto pagamento del debito tributario.
2. Compensi non deliberati: definizione e differenze giuridiche
Cosa sono i “compensi non deliberati”? In ambito fiscale, con “compensi non deliberati” si indica genericamente l’erogazione di somme agli amministratori o soci lavoratori che non risulta da un’apposita deliberazione assembleare (o da altra fonte statutaria equivalenti) sulla misura di tali compensi. Nel caso di società di capitali, l’art. 2389 c.c. e il meccanismo civilistico impongono esattamente questo: la decisione deve essere presa in un verbale assembleare o prevista dallo statuto . In pratica, se una S.r.l. paga all’amministratore compensi superiori a quanto deliberato, o senza delibera alcuna, tali somme sono “non deliberati”.
Effetti civilistici: In una S.r.l., la violazione dell’art. 2389 c.c. rende la delibera (o atto) relativa ai compensi nulla e invalida il pagamento. La Cassazione ha più volte sottolineato il carattere imperativo e inderogabile di questa norma, collegandola all’interesse pubblico alla trasparenza societaria . A titolo di esempio, le Sezioni Unite (Cass. n. 21933/2008) hanno sancito che in tema di compensi amministrativi è necessaria una “esplicita delibera assembleare”, non desumibile dalla mera approvazione del bilancio . In altre parole, la mera voce in bilancio non è sufficiente: l’assemblea deve approvare specificamente la proposta di compenso. A seguito di ciò, il pagamento di compensi non deliberati è civilmente inefficace (art. 1418 c.c.) e il socio o amministratore che li ha percepiti può doverli restituire.
Effetti fiscali e sanzionatori: Dal punto di vista tributario, la nullità civilistica del compenso si traduce in indeducibilità fiscale del costo per la società . Inoltre, l’erario può presumerlo come distribuzione di utili non tassati, contestando al socio percettore un “utile extracontabile” ai fini IRPEF. In sostanza, la società perde l’agevolazione fiscale (deduzione), mentre il socio subisce una doppia imposizione: reddito integrativo di utili per IRPEF e maggiori imposte (ed eventuali sanzioni) per la società. È anche possibile che l’Agenzia delle Entrate applichi sanzioni per violazioni contabili o contributive, e nel caso di frodi (fatture false, omissioni) può intervenire la Procura.
Differenza tra società di persone e capitali: Come anticipato, nelle società di persone (anche familiari) la percezione di compensi da parte dei soci coadiuvanti non comporta gli stessi vincoli formali. Infatti l’art. 62 TUIR (oggi incorporato nell’art. 109) prevedeva che i compensi agli amministratori di SNC/SAS fossero deducibili integralmente come costi d’impresa , senza richiedere delibere assembleari specifiche. La Cassazione ha confermato che nell’attuale ordinamento tributario i compensi ai soci lavoratori di società di persone sono deducibili ai sensi del TUIR senza ulteriori limitazioni di congruità . Pertanto, l’assenza di delibera non incide sulla deducibilità in un’impresa familiare; in questo caso, piuttosto, si applica il regime impositivo dell’art. 5 TUIR e i relativi criteri di imputazione dei redditi.
Diversamente, nelle società di capitali (S.r.l./S.p.A.) a base familiare o ristretta, l’amministratore e i soci lavoratori godono di un trattamento rigoroso: i corrispettivi a loro favore sono deducibili solo se riconducibili a una delibera statale o a una clausola statutaria conforme alle norme civilistiche . Tale deducibilità dipende dal possesso dei requisiti di certezza e determinabilità del costo .
3. Giurisprudenza recente e orientamenti consolidati
Nel corso degli ultimi anni la Corte di Cassazione – in particolare la Sezione Tributaria – ha emesso diverse pronunce fondamentali in materia di “compensi non deliberati”. Di seguito riportiamo i principali principi espressi, citando sentenze aggiornate al 2025.
- Cass. 25 marzo 2024, n. 8005 (Sez. Trib.): conferma che per le società di capitali la deducibilità fiscale dei compensi agli amministratori richiede una specifica previsione statutaria o una esplicita delibera assembleare. L’approvazione del bilancio che contenga la voce compensi non costituisce di per sé delibera, a meno che l’assemblea, convocata totalitariamente per l’approvazione del bilancio, abbia espressamente discusso e approvato la misura del compenso . In altri termini, “il difetto di specifica delibera … può essere sanato in sede di delibera di approvazione del bilancio, ma solo se detta delibera abbia espressamente approvato la relativa voce, non essendo sufficiente la semplice approvazione del bilancio” .
- Cass. 24 luglio 2024, n. 20613 (ordinanza, Sez. Trib.): ribadisce la natura imperativa ed inderogabile delle norme civilistiche sul compenso degli amministratori (artt. 2389 e 2364 c.c.), richiamando anche l’abrogato art. 2630 c.c. L’ordinanza afferma che in nessun modo si può eludere l’obbligo assembleare con contratti di consulenza onerosi stipulati dagli stessi amministratori in favore della società, se non si è provveduto alle formalità assembleari prescritte . Ne deriva che “sono perciò indeducibili i compensi corrisposti in favore degli amministratori per difetto di una preventiva delibera” .
- Cass. 3 marzo 2021, n. 5763 (Sez. Trib.): è una delle sentenze cardine sul tema. Conferma che una delibera di adeguamento dei compensi successiva all’esercizio non sanava la violazione delle formalità; per l’anno d’imposta rileva solo la delibera anteriore all’erogazione. La Cassazione ricorda che la giurisprudenza di legittimità (concentrata nel precedente delle Sezioni Unite n. 21933/2008 e successive pronunce) è univoca: senza delibera preventiva valida i compensi agli amministratori di società capitali non sono deducibili . In particolare afferma: «in tema di reddito d’impresa, non è deducibile la spesa sostenuta da una società di capitali per i compensi agli amministratori ove invalidamente deliberata» . Inoltre si sottolinea l’interesse pubblico che rende “impossibile considerare implicita” la delibera nel bilancio: l’approvazione del bilancio non è idonea a configurare la delibera richiesta ex art. 2389 c.c., salvo che (eccezionalmente) l’assemblea totalitaria abbia specificamente discusso la proposta compensi .
- Cass. Sez. Un., 29 agosto 2008, n. 21933 (Cassaz. trib.): va ricordata la storica pronuncia delle Sezioni Unite che ha posto le fondamenta dell’orientamento attuale. In tale sentenza si era stabilito il principio – poi fatto proprio dalle Sezioni tributarie – che qualora il compenso degli amministratori non sia determinato in statuto è necessaria una delibera assembleare apposita, che non può dirsi implicitamente contenuta nell’approvazione del bilancio . Le Sezioni Unite sottolineavano il carattere imperativo della norma e rammentavano l’art. 2630 c.c. (all’epoca vigente). Anche dopo le successive modifiche normative e giurisprudenziali, questo principio non è mutato: come ha confermato Cass. 8005/2024 , la Cassazione continua a ritenere insufficiente l’“approvazione tacita” nel bilancio.
- Cass. 26 febbraio 2025, n. 2464 (ordinanza, Sez. Trib.): questa recente ordinanza riguarda società di capitali a base sociale ristretta (es.: piccola S.r.l. familiare con 2 soci). Pur confermando la legittimità della presunzione di utile occulto in presenza di base ristretta, la Corte ha ammesso che il socio percettore può disattivarla provando la propria assoluta estraneità alla gestione. In altre parole, ha aderito all’orientamento secondo cui, se il socio dimostra in modo rigoroso di aver ricoperto solo un ruolo formale senza partecipare concretamente alla gestione, “la massima di comune esperienza perde il suo rilievo probatorio” e la presunzione viene superata . La Cassazione afferma chiaramente: “una volta dimostrata, a dispetto della ristretta base sociale, l’assoluta estraneità del socio alla gestione … la suddetta massima di esperienza perde il suo rilievo probatorio” . Questo principio apre uno spiraglio difensivo significativo per il socio che non ha beneficiato dei maggiori utili: potrà cercare di dimostrare la propria estraneità (ad es. via documentazione bancaria, dichiarazioni, ruoli formali) per evitare l’attribuzione di reddito aggiuntivo.
- Cass. 8 ottobre 2024, n. 26473 (ordinanza, Sez. Trib.) – e richiamo Sez. 5, n. 18764/2024: pronunce recentissime già citate in 2464/2025 ed in . Anche queste ordinanze di Cassazione ribadiscono il principio che il socio può “vincere la presunzione di distribuzione” dimostrando di aver avuto un mero ruolo formale . In sintesi, la giurisprudenza dell’ultimo biennio ha modulato l’applicazione della presunzione sui soci sulla base di prove specifiche di estraneità alla gestione.
In sintesi, la giurisprudenza tributaria conferma che nelle società di capitali il riconoscimento contabile di compensi agli amministratori richiede sempre deliberazione formale: in mancanza, la spesa non è deducibile e può scattare la presunzione di utili non tassati. Solo casi eccezionali (assemblea totalitaria con voto espresso, prova di estraneità) permettono di salvare il contribuente . Viceversa, nelle società di persone familiari non si applicano gli stessi rigori formali, ma occorre prestare attenzione alle implicazioni del regime di impresa familiare dell’art. 5 TUIR.
4. Effetti dell’accertamento: conseguenze per società e soci
Quando l’Amministrazione finanziaria contesta in fase di verifica o accertamento compensi ai soci/amministratori, di fatto agisce su due fronti: in capo alla società e in capo ai singoli soci.
- Verso la società: l’atto di accertamento ricostruisce l’utile imponibile (IRES e IRAP) della società eliminando i costi dei compensi in questione. Se i compensi non deliberati erano stati dedotti, l’accertamento recupera imposte supplementari (con sanzioni) su questa maggiore base imponibile. Ad esempio, se in bilancio erano stati dedotti €X di compensi, l’ufficio può recuperare IRES al 24% su €X e IRAP al 3,9% o altra aliquota, con sanzioni fino al 90%. L’indeducibilità genera un maggior reddito imponibile ai fini IVA e IRES, e l’IRAP (che considera il valore della produzione netta) viene aumentata di conseguenza. Spesso l’atto indirizza alla società anche sanzioni amministrative sulla mancata ritenuta o tenuta contabile (per ogni violazione rilevata).
- Verso i soci (utile occulti): contestualmente, l’agenzia presume che gli importi interni alla società costituiscano utili non distribuiti dell’esercizio. Per i soci familiari la base di presunzione è l’art. 5 TUIR (società familiare) o – in assenza di opzione – la base ristretta sui soci di S.r.l./S.p.A. Con avviso di accertamento l’ufficio addebita a ogni socio una quota di reddito corrispondente agli utili non contabilizzati e attribuiti a lui «pro quota». Di conseguenza, ciascun socio vede aumentare la propria base imponibile IRPEF/IRPEF con gli scaglioni progressivi.
- Se la società era nel regime società familiare (art.5 TUIR), l’accertamento spesso attribuisce i 49% spettanti ai soci familiari. Se il familiare lavoratore aveva già dichiarato un minore reddito, subirà ora tassazione come reddito “da impresa familiare”.
- Se invece si tratta di società a responsabilità limitata con base ristretta, l’accertamento assume che gli utili nascosti siano stati distribuiti (anche se in realtà non vengono effettivamente erogati contanti). In questo caso, come appena visto, il contribuente/socio può ribattere fornendo prove contrarie (estraneità, reinvestimento, etc.).
La doppia imposizione è il risultato pratico: l’utile va tassato due volte (IRES nella società + IRPEF nel socio). Questo spiega perché gli importi contestati possono essere rilevanti per il contribuente. In aggiunta, se dai controlli emergono violazioni penali (falsificazione di documenti, frode), l’azienda e l’amministratore possono incorrere in procedimenti penali tributari. Anche in questo ambito, tuttavia, il pagamento del debito può consentire a certe condizioni (patteggiamento) una definizione favorevole del reato.
5. Strategie difensive
La difesa del contribuente socio o dell’azienda controllata deve articolarsi su più livelli e fasi del procedimento. Di seguito si sintetizzano le azioni consigliabili nel diritto tributario (con cenni a eventuali profili penali collegati) secondo il punto di vista del contribuente.
5.1 Fase di verifica / precontenziosa
- Documentazione preventiva: Innanzitutto, occorre sin dalla fase di pianificazione porre in essere le formalità societarie richieste. Per le future delibere di compenso, consigliabile:
- Fissare eventuali compensi statutarili (art. 2389 c.c. permette di prevedere nel contratto sociale i compensi dell’organo amministrativo).
- Verbali assembleari chiari: quando si approva il bilancio, approvare espressamente anche i compensi degli amministratori (magari convocando l’assemblea con doppio oggetto: bilancio e compensi).
- Chiarire conti e prelievi: Documentare in modo trasparente i flussi di cassa in uscita verso i soci lavoratori (stipendi, rimborsi, etc.) e correlare ogni pagamento a prestazioni effettivamente svolte e a contratti (di lavoro o servizi) regolari. Evitare che familiari soci ritirino liquidità senza una registrazione contabile chiara (ciò facilita contestazioni di prelievi occulti).
- Reclamo e conciliazione: Fino al 2022 era obbligatorio – per importi sotto €50k – tentare il reclamo-medizione all’ufficio prima del ricorso. Tale obbligo è stato soppresso dal 2024 , quindi oggi in generale è possibile impugnare direttamente l’avviso in commissione tributaria senza passare dal reclamo. Tuttavia, ricorrere comunque all’ufficio può essere utile: si può chiedere chiarimenti, far presente elementi probatori, oppure adesione anche parziale del contribuente (accettare correzioni limitate). In sede di verifica si può ad esempio:
- Chiedere una rettifica preventiva per evitare l’accertamento ai soci (ottenendo magari dilazione o riduzione sanzioni).
- Sollecitare la prescrizione del potere d’imposta: ad es. il mancato pagamento del bollo di notificazione (art. 7 Legge 890/1982) può invalidare l’avviso.
- Atti integrativi societari (tardivi): In alcuni casi, si può tentare una “regolarizzazione” formale tardiva (per esempio far approvare all’unanimità dal CdA e dai soci, anche dopo l’inizio dell’accertamento, la quantificazione dei compensi). L’efficacia di tale sanatoria ex post è dubbia: la giurisprudenza prevalente rifiuta la sanatoria legale, ma il contribuente può comunque far presente all’ufficio l’avvenuta rettifica formale sperando in una valutazione favorevole. In ogni caso va usata solo in stratta coerenza con i fatti (non creare artatamente delibere fasulle).
- Consulenze e pareri: Prima di affrontare il contenzioso, consigliabile ottenere pareri legali e periti (commercialista, consulente di diritto tributario) che possano stimare solidità dell’accertamento e orientare la strategia. Occorre valutare se esistano lacune procedurali o nel metodo di accertamento (es. uso ingiustificato di indagini sintetiche anziché analitiche, vizi di notifica, omessa motivazione, etc.) che possano essere contestati.
5.2 In giudizio tributario (Commissioni Tributarie)
- Ricorso tempestivo: Il contribuente socio (o la società) deve impugnare l’avviso di accertamento entro 60 giorni dalla notifica . Il ricorso va presentato alla Commissione Tributaria competente con motivazioni dettagliate. In questa fase è essenziale mettere in evidenza tutti i fatti in proprio favore:
- Argomentazioni di merito: Per la società, se contesta l’accertamento, deve dimostrare che i costi contestati sono reali, inerenti e correttamente registrati, e che non esistono utili da distribuire. Se l’accertamento si basa su fatture false, l’azienda dovrà attendere dalla difesa penale (indagine GdF) eventuali alibi (ma spesso i due procedimenti si muovono insieme). Per i soci, si può cercare di dimostrare che non hanno ricevuto (materialmente o come valore) alcun vantaggio dalla frode fiscale dell’azienda.
- Prova contraria della distribuzione: Di grande aiuto può essere la prova di estraneità del socio, cioè dimostrare di non aver usufruito in alcun modo dei presunti utili (es. estratti conto personali, scritture private, testimonianze). In caso di base ristretta azionaria, come visto, la Cassazione consente questa via difensiva . Se il socio comprova di aver svolto solo un ruolo formale, senza contatti economici con l’azienda, l’onere della prova dell’ipotesi alternativa (riinvestimento) decade.
- Onere della prova: Vale anche il principio che spetta al contribuente (società o socio) fornire elementi precisi e concordanti che scardinino le presunzioni di legge. Dunque, lavorare sulla raccolta di dati oggettivi (ad es. flussi di cassa, corrispondenza contabile, dichiarazioni giurate dei terzi) è cruciale.
- Elementi procedurali: Occorre inoltre contestare eventuali errori procedurali dell’ufficio (mancata citazione del fatto decisivo, vizi di notifica, decadenze non rispettate, omessa applicazione di riduzioni sanzionatorie favorevoli, etc.).
- Collaborazione e negoziazione: Anche in corso di giudizio può essere utile valutare un accordo con l’amministrazione (conciliabilità) o fare istanza di definizione agevolata, se consentito. Ad esempio, la transazione fiscale potrebbe ridurre sanzioni e interessi, accettando una parte della pretesa e focalizzando la contestazione sul socio. Viceversa, una strategia aggressiva di contraddizione può portare a sentenze favorevoli (Ct. Trib. che accolgono le eccezioni del contribuente).
- Esecuzione cautelativa: Se l’importo da versare è elevato, si può chiedere al giudice tributario la sospensione dell’avviso (art. 52 D.lgs. 546/92) fino a decisione di primo grado. In base a giurisprudenza consolidata, la sospensione può essere concessa se ne deriva «grave e irreparabile danno», ad es. rischio di pignoramenti personali sui soci . È un rimedio prezioso per difendere la liquidità del contribuente durante il giudizio.
- Contenzioso penale abbinato: Spesso l’accertamento fiscale per utili occulti è collegato a indagini penali per frode IVA o dichiarazione fraudolenta (D.Lgs. 74/2000, art. 2). In caso di procedimento penale, il contribuente (ad es. l’amministratore) dovrà difendersi parallelamente: un patteggiamento o un rito abbreviato potrebbero essere considerati, tenendo presente che la Legge 130/2022 subordina alcuni vantaggi penali al versamento del dovuto . Ovvero, pagare le imposte civili prima del patteggiamento può evitare una condanna penale più severa. Questa considerazione, se rilevante, va inserita nella strategia complessiva: talvolta è consigliabile procedere con un condono fiscale (già previsto in passato per certi periodi) o con ravvedimenti per ridurre il contenzioso tributario e penale.
5.3 In autotutela e after-market
- Istanza di autotutela: Se l’accertamento appare manifestamente infondato (ad es. per violazioni di legge gravi o errori materiali), il contribuente può tentare un’istanza di autotutela (art. 10-bis L. 212/2000). L’ufficio fiscale ha tuttavia scarso margine per revocare atti impugnati definitivamente, a meno di politiche di clemenza o errori formali evidenti.
- Mancata costituzione di ente tributario a propria difesa: In caso di società estinta o liquidata, si ricorda che l’art. 28, comma 4 del D.Lgs. 175/2014 consente di notificare atti di accertamento fino a 5 anni dopo la cancellazione dal Registro imprese . I soci, in questo scenario, si devono attivare immediatamente per tutelarsi: essendo l’atto indirizzato formalmente all’azienda ormai estinta, i soci diventano parte attiva nel difendere anche le posizioni che avrebbe avuto la società.
5.4 Elementi difensivi chiave da sviluppare
Nel concreto, il contribuente dovrebbe argomentare con forza:
- Esclusione della causa di imposizione: dimostrare che i presunti compensi non deliberati sono in realtà imputabili a spese effettivamente sostenute (ad es. rimborsi spese di bilancio) o non sono mai stati corrisposti effettivamente. Oppure che l’utile “occulto” è stato in gran parte assorbito da perdite o investimenti interni, nullificando la sua reale disponibilità.
- Buona fede e natura familiare: nei casi di piccole società familiari, evidenziare la coincidenza degli interessi (da un lato la famiglia, dall’altro la società) può mostrare l’assenza di dolo. Alcuni giudici di merito hanno tenuto conto della “sostanziale condivisione dell’amministratore” in società a ristretta base , benché la Cassazione richieda prove più puntuali.
- Regolarità contabile: se la contabilità è regolare e non vi sono stati segreti o false scritture, si può contestare l’adozione indebita del metodo induttivo puro o avanzare questioni di legittimità dell’accertamento sintetico . L’onere di prova spetta all’ufficio, e l’introduzione dell’art. 7, co.5-bis L. 212/2011 (richiamato nel processo tributario) evidenzia che le presunzioni devono essere gravi, precise e concordanti . Se si raccolgono documenti che confutano l’anomalia patrimoniale, il contribuente può sostenere che le presunzioni usate sono infondate.
- Linguaggio giuridico appropriato: nelle memorie difensive è importante richiamare i principi di diritto sopracitati (Cassazione, articoli civili, ecc.), utilizzando citazioni come quelle sopra estratte. Ciò dimostra al giudice di merito la solidità giurisprudenziale della posizione del contribuente. Per esempio: si può ricordare che “la disciplina degli artt. 2389 e 2364 c.c., nell’interesse pubblico, è imperativa e vincolante, non derogabile con contratti di consulenza senza delibera” ; oppure che “in mancanza di delibera i compensi sono nulli e indeducibili” .
6. Domande frequenti (FAQ)
D: Cosa succede se in una società familiare (SNC/SAS) un familiare amministratore riceve una retribuzione senza deliberazione?
R: Nelle società di persone, non esiste un obbligo formale analogabile a quello delle Spa/Srl. I compensi verso i soci amministratori – ove non siano già previsti dallo statuto – non richiedono una delibera formale per la loro erogazione e generalmente sono deducibili come costi d’impresa . Ciò detto, se la società ha optato per il regime di impresa familiare (art. 5 TUIR), il reddito va comunque imputato ai familiari lavoratori; pertanto i prelievi non deliberati si riflettono sull’attribuzione fiscale dei redditi e possono dar luogo a contestazioni sui profitti imputati.
D: In una S.r.l. “famigliare” (tutti soci parenti) l’amministratore si attribuisce compensi senza delibera. Quali difese posso proporre?
R: Occorre innanzitutto verificare se esistano delibere omesse (ad es. delibere a verbale non formalizzate). In sede di ricorso, si può far presente al giudice che i soci erano già a conoscenza e d’accordo sulla misura del compenso (prove: verbali interni, email, rendiconto interno). Tuttavia, in assenza di una regolare delibera ante pagamento, la Cassazione ritiene il compenso nullo e indeducibile . Una possibile difesa è tentare di “sanare” la delibera in sede assembleare successiva: alcune pronunce ammettono che, in caso di assemblea totalitaria convocata solo per il bilancio, questa possa espressamente approvare il compenso . Di fronte a un contenzioso, si può anche proporre una conciliazione offrendo la restituzione o un accordo di definizione in cambio della chiusura della vertenza.
D: Cosa significa la “presunzione di utili occulti” e come si applica ai compensi non deliberati?
R: Quando l’ufficio scopre utili non dichiarati in bilancio (spesso perché i costi sono sovrastimati o vi sono fatture false), in presenza di pochi soci familiari presume che tali utili siano stati distribuiti extrabilancio. I compensi non deliberati erogati a familiari (o amministratori-soci) rientrano in questa situazione: l’ufficio presumerà che la società abbia “risparmiato” gli utili e li abbia attribuiti agli amministratori soci . Tale presunzione è considerata ammissibile in società a base ristretta. Il contribuente-socio può rovesciare la presunzione dimostrando che quei fondi non gli sono arrivati (estraniandosi dalla gestione) o che sono stati reinvestiti nell’azienda .
D: È possibile “mettere a posto” la situazione dopo la constatazione del Fisco, anche tardivamente?
R: In linea generale le norme vietano la sanatoria a posteriori: la delibera assembleare sui compensi deve essere anteriore al pagamento e, di fatto, l’assemblea di rettifica dopo la notifica di un accertamento di norma non riesce a legittimare i compensi già erogati . Occasionalmente può essere tentata una ratifica formale, ma va usata con cautela (rischio di contestazione di ricostituzione di fatto di delibera non fatta). Tuttavia, per gli utili accertati si può procedere a ravvedimenti o transazioni: ad esempio, se i soci pagano le imposte mancanti volontariamente, potrebbero ridurre sanzioni e spuntare benefici penali (legge 130/2022) . In pratica, anticipare il pagamento può essere una strategia utile qualora la difesa giuridica sia debole e si voglia evitare un’accusa penale.
D: Qual è l’onere della prova in caso di utili presunti ai soci?
R: Nel contenzioso tributario l’atto d’accertamento è presuntivo: l’ufficio deve fornire indizi seri (contabilità anomala, base sociale ristretta, conti bancari insoliti, ecc.) che giustifichino la presunzione di utili occulti. Il contribuente ha il diritto di fornire prova contraria. La Cassazione ha chiarito che spetta al socio/società documentare in modo rigoroso la non distribuzione degli utili . In passato la giurisprudenza indicava prove come l’avvenuto reinvestimento o accantonamento degli utili; oggi, accanto a queste, si è affermato che la mera “estraneità alla gestione” del socio può anch’essa essere prova liberatoria . In ogni caso, vanno prodotti dati precisi e concreti (conti correnti, bilanci, perizie) non semplici asserzioni.
7. Tabelle riepilogative
Tabella 1: Compensi in società di persone vs società di capitali
| Aspetto | Società di persone (impresa familiare) | Società di capitali (S.r.l. / S.p.A.) |
|---|---|---|
| Formalità deliberativa | Non prevista. I soci possono attribuirsi compensi senza assemblea (salvo patti sociali). | Obbligatoria. Art. 2389 c.c. (S.r.l.), art. 2364 c.1,3 c.c. (S.p.A.): serve esplicita delibera assembleare (o clausola statutaria). |
| Deduzione fiscale | Deduzione ammessa se inerente. L’ufficio non valuta “congruità” (Cass. 6599/02, 21155/05) . | Deduzione subordinata: occorre che la delibera sia anteriore e valida, altrimenti il costo è indeducibile . |
| Accertamento sul socio | Il reddito (utile) è già imputato secondo art.5 TUIR. Se il socio non dichiara la quota di reddito familiare, l’ufficio può imputarla (utili occulti) . | L’ufficio presume che i maggiori utili non dichiarati siano distribuiti extraprofitti ai soci (art.5/implicitamente). Il socio viene tassato su tali somme come “utile occulto”. Può tentare di provare estraneità . |
| Responsabilità amministratori | Gestione fiduciaria/tradizionale. I soci rispondono come socio accomandatario, ecc. | Se delibera nulla, gli amministratori rischiano responsabilità verso la società (art. 2393 c.c.) e nella forma antecedente punibilità (art. 2630 c.c. abrogato). |
Tabella 2: Principali pronunce della Cassazione (2021-2025)
| Anno – Sentenza | Oggetto | Principio di diritto chiave |
|---|---|---|
| 2021, n. 5763 | Spesa compensi amministratori S.r.l. (bilanci 2005-06) | Senza delibera preventiva l’aumento di compensi è civilmente invalido e fiscalmente indeducibile. La delibera di bilancio non vale come atto deliberativo sui compensi . |
| 2008, Sez. Un. n. 21933 (rifer. storico) | Prec. fondamentale su compensi | Conferma che, ai fini fiscali, serve una delibera apposita; art. 2389 c.c. e art. 2630 c.c. (delitto) riflettono interesse pubblico. Delibera bilancio non basta . |
| 2024, 25/03/24 n. 8005 | Deducibilità compensi amministratori S.r.l. senza delibera | Riafferma che la deduzione del compenso richiede espressa indicazione in statuto o delibera. Solo una delibera di bilancio che approvi in modo esplicito la voce compensi può sanare il difetto . |
| 2024, 24/07/24 n. 20613 (Ordinanza) | Consulenze di amministratori S.r.l. come stratagemma | Ribadisce che gli artt. 2389 e 2364 c.c. sono inderogabili. I compensi mediante contratti di consulenza stipulati dagli amministratori stessi, senza delibere, sono nulli ed indeducibili . |
| 2025, 26/02/25 n. 2464 (Ordinanza) | Utili occulti in S.r.l. ristretta (2 soci) | Conferma la presunzione di utile occulto con base azionaria ristretta, ma ammette la prova contraria per estraneità del socio. Se provato che un socio era solo formale, la presunzione decade . |
| 2025, 10/02/25 n. 7739 (non repert.) | (Simulazione: finanziamento soci) | La Cassazione ha chiarito che è sufficiente per il contribuente dimostrare la provenienza lecita dei finanziamenti e la capacità economica dei soci (onere della prova del contribuente nel chiarire i versamenti) – v. scenario simile in Eutekne. |
(Nota: l’ultima ordinanza è indicativa sulla prova dei finanziamenti soci; per approfondimenti si rimanda a pronunce analoghe – ad es. Cass. Sez. Trib. ord. 7739/2025, commentata in dottrina fiscale, sul tema dell’onere probatorio in società a base familiare).
8. Simulazioni pratiche
Simulazione A – Fatture false in società familiare: La “Beta SNC” è una società in nome collettivo familiare (marito moglie, figli), che nel 2022 subisce verifica da parte della GdF. Durante la verifica emerge che la società ha registrato fatture di acquisto per €50.000 inerenti merci mai ricevute (per abbattere il reddito). In bilancio 2021, il reddito netto era quasi nullo grazie a queste spese fittizie. L’azienda contesta: i familiari amministratori spiegano di aver utilizzato quelle somme per oneri aziendali reali (fornitori autentici, pagamenti stipendi).
– Contesto fiscale: L’ufficio emette accertamento verso Beta SNC ricalcolando il reddito aumentato di €50k e recuperando IRES (24%) e IRAP (3,9%), con sanzioni al 90% su entrambe. Poiché è società familiare a base ristretta (due soci famigliari), vengono notificati avvisi anche a ciascun socio (presunzione: €25k utile a testa, tassato in IRPEF).
– Difesa in sede CTP: La società oppone la mancanza di prove documentali (le fatture false erano riconducibili ad un fornitore esterno alla famiglia) e contesta l’assunto della distribuzione. I soci presentano dichiarazioni giurate e conti correnti: uno dei soci (marito/amministratore) ammette il coinvolgimento nella frode, mentre l’altro (moglie/socia) prova di non aver percepito alcun beneficio (non è coinvolta nella gestione corrente).
– Esito ipotetico: La Commissione Tributaria potrebbe accogliere in parte le ragioni del contribuente: ad esempio, stornare l’avviso alla moglie, riconoscendo che era estranea alla frode (anche Cass. 15274/2025 ha escluso un socio estraneo dalle imposte sugli utili occulti ). Invece l’amministratore, ritenuto responsabile, vede mantenuta l’imputazione del suo 50%. Se la sorella aveva già pagato, le viene rimborsato quanto corrisposto. Nell’appello la Cassazione conferma che in presenza di prova forte di estraneità il socio può evitare la presunzione . Nella realtà, la Cassazione (ordinanza 15274/2025) ha evidenziato che, anche se i soci sono società holding, la presunzione rimane ma si può modulare caso per caso.
Simulazione B – Finanziamenti soci sospetti: La “Gamma S.r.l.”, familiare (3 soci: padre, madre, figlio), versa in crisi di liquidità nel 2023. I soci finanziano la società versando in tutto €300.000 in contanti sul conto aziendale, formalizzati come prestiti fruttiferi. L’ufficio nota che i redditi ufficiali dei soci non giustificano quei versamenti e sospetta un rientro di ricavi in nero.
– Controllo fiscale: Accertamento per €300k di ricavi non dichiarati di Gamma, con IRES (€72k) e IVA (€66k) evasi più sanzioni del 90%. Inoltre l’agenzia emette avvisi per utili extrasocio: stima che i soci abbiano autoconsumato gli €300k, quindi li tassa come utili distribuiti (ad esempio €120k a padron socio, €120k a seconda, €60k a figlio).
– Linee difensive: Gamma impugna dicendo che i versamenti erano legittimi: il socio padron proveniva da vendite di immobili (prova notarile e bonifici), gli altri due da risparmi familiari (documentazione bancaria). Sostiene inoltre che nessun altro elemento giustifica ricavi in nero (contabilità ordinata, margini normali). Ciascun socio raccoglie prove (estratti conto personali) che mostrano l’origine dei fondi (ad es. vendite, prelievi da conti dei genitori). Gli avvisi verso i soci contestano utili mai percepiti: i contribuenti insistono di aver solo “versato”, non “incassato”.
– Ipotesi di pronuncia: Il Tribunale Tributario potrebbe dar retta ai contribuenti per alcuni soci (ad es. accettare che €250k derivino da vendite immobiliari e non concorrono a utili del figlio). Tuttavia la Cassazione (ord. 7739/2025) puntualizza che spetta al contribuente provare non solo la legittimità dell’origine dei fondi, ma anche la capacità economica a sostenerli . Se mancasse totale reddito, l’ufficio potrebbe ridurre solo a €50k la provenienza lecita (restanti €250k come utili), mantenendo pretesa sui soci. In definitiva, la società e i soci dovranno puntare sulle prove (dichiarazioni giurate, estratti conto) e, se necessario, aspettarsi una Cassazione che fa pesare la sproporzione reddituale ai soci come indice probatorio (come avvenuto nell’ordinanza 2464/2025).
(Le simulazioni sono puramente esemplificative e illustrate secondo casi tipici. Ogni situazione concreta richiede analisi specifiche.)
9. Conclusioni
L’accertamento fiscale relativo a compensi non deliberati alle società familiari è disciplinato da regole stringenti quando si tratta di società di capitali, mentre ammette maggiore elasticità in una società di persone familiare. Ad ogni modo, la conseguenza per il contribuente è comune: attivare tempestivamente le strategie difensive più adatte al proprio caso, puntando sulla prova e sulla correttezza contabile. Ricordiamo i punti chiave emersi:
- Nelle S.r.l./S.p.A., mai pagare compensi ai soci amministratori senza adeguata delibera. In sede di contenzioso, la giurisprudenza impone che tali compensi siano espressamente approvati . L’unico “salvacondotto” è un’assemblea straordinaria totalitaria in cui si sveli la quantificazione, o la dimostrazione dell’estraneità di un socio preso di mira .
- Nelle società di persone, pur non essendo obbligatoria la delibera, attenzione al regime fiscale: vanno osservate le regole dell’art. 5 TUIR . In una contesa, bisognerà provare che i prelievi effettuati siano coerenti con la reale partecipazione ai risultati d’impresa.
- La Cassazione più recente ci consegna un orientamento favorevole al contribuente soccorso da prove concrete: in particolare, la dimostrazione documentale dell’estraneità alla gestione può non solo evitare la tassazione del socio, ma anche ridimensionare le pretese complessive dell’ufficio .
- In ogni caso, il contribuente deve essere proattivo: dal momento del controllo, ottenere e conservare ogni documentazione utile (volantini di contabilità, delibere, estratti, contratti) e non trascurare la possibilità di mediare o definire amichevolmente la controversia.
Infine, rimane fondamentale il supporto di consulenti e avvocati specializzati, capaci di combinare le norme (civilistiche e tributarie) con la più recente giurisprudenza per costruire la miglior difesa personalizzata. Questa guida ha raccolto gli strumenti di base: ma ogni situazione ha sfumature proprie, ed è quindi consigliabile una verifica professionale approfondita.
Fonti normative e giurisprudenziali
Normativa principale: – D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Testo Unico Imposte sui Redditi), art. 5 (imprese familiari), art. 109 (deduzione costi per società di capitali); – Codice Civile, artt. 2364 n.3, 2389 (compensi organi sociali), 230-bis (impresa familiare), 2630 (delitti societari, ex abrogato), 2393 (liberazione amministratori), 1418 (nullità atti); – D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 (processo tributario), in particolare art. 2, 52 (sospensione), art. 115 c.p.c. (non contestazione); – D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 (penal-tributario), artt. 2 (frode IVA/dichiarativa), 13-bis introdotto da L.130/2022; – Legge 11 febbraio 1990, n. 89 (notifiche a mezzo posta e impugnazione); – D.Lgs. 175/2014, art. 28 co.4 (esterna – scadenza di accertabilità post estinzione società); – L. 130/2022 (riforma Cartabia), art. 13-bis D.Lgs. 74/2000 (patteggiamento); – DPR 600/1973, art. 39 c.2 (accertamento induttivo).
Giurisprudenza citata: – Cass. Civile, Sez. Trib., 3 marzo 2021, n. 5763 ; – Cass. Civ., Sez. Un., 29 agosto 2008, n. 21933 (cfr. testo e motivazione descritti) ; – Cass. Civile, Sez. Trib., 25 marzo 2024, n. 8005 ; – Cass. Civ., Sez. Trib., ordinanza 24 luglio 2024 n. 20613 ; – Cass. Civ., Sez. Trib., ordinanza 2 febbraio 2025 n. 2464 ; – Cass. Civile, Sez. Trib., sent. 9 agosto 2022 n. 24471 (e ordinanze collegate: 18764/2024, 26473/2024) ; – Cass. Civ., Sez. Trib., sent. 25 ottobre 2019 n. 27335 (richiamata in dottrina per delibere assembleari); – Cass. Civ., Sez. Trib., sent. 28 ottobre 2015 n. 21953 e 2 dicembre 2008 n. 28595 (non riferite ai compensi, ma a confini con costi deducibili, citate in dottrina ); – Cass. Civ., Sez. VI-5, ord. 7 giugno 2024 n. 15991; ord. 9 luglio 2024 n. 18764 (sulla prova di estraneità) ; – Commissioni tributarie (ad es. CTR Lombardia, 12 aprile 2024 n. 7310, che ammetteva già prova dell’estraneità; CTR Marche, 15 nov. 2018 n. 27369, sul concetto di reddito).
Il Fisco contesta compensi ai familiari perché non risultano deliberati formalmente e li considera indeducibili o utili mascherati? Sai che il rischio è doppio: per la società e per i soci? Fatti Aiutare da Studio Monardo
Nel 2026 l’Agenzia delle Entrate intensifica gli accertamenti sulle società familiari quando rileva:
– compensi corrisposti a soci o familiari senza delibera assembleare,
– pagamenti ritenuti privi di titolo giuridico,
– commistione tra lavoro familiare, utili e compensi,
– assenza di contratti, incarichi o deleghe chiare,
– rischio di riqualificazione come utili distribuiti.
Le conseguenze possono essere molto pesanti:
👉 indeducibilità dei compensi per la società,
👉 recupero di IRES/IRPEF/IRAP,
👉 sanzioni e interessi,
👉 tassazione in capo ai percettori,
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La domanda decisiva è questa:
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👉 nel 2026 questi accertamenti sono difendibili,
👉 la mancanza di una delibera non rende automaticamente il compenso indeducibile,
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Questa guida ti spiega:
– perché il Fisco contesta i compensi nelle società familiari,
– quando un compenso è considerato “non deliberato”,
– quali difese funzionano davvero,
– come impostare una strategia efficace con l’avvocato.
Perché il Fisco Contesta i Compensi nelle Società Familiari
L’Agenzia delle Entrate contesta quando ritiene che:
– i compensi siano stati decisi informalmente,
– manchi una delibera preventiva dell’organo competente,
– non sia dimostrabile l’attività effettivamente svolta,
– i pagamenti mascherino una distribuzione di utili,
– il rapporto familiare prevalga su quello professionale.
👉 Il Fisco guarda alla sostanza del rapporto,
👉 non solo al legame di parentela.
Quando un Compenso è Considerato “Non Deliberato”
Nel 2026 un compenso viene qualificato come “non deliberato” quando:
– non esiste una delibera assembleare o consiliare,
– la delibera è tardiva rispetto al pagamento,
– non sono definiti ruolo, funzioni e criteri di remunerazione,
– i compensi variano senza giustificazione,
– i pagamenti avvengono in modo continuativo ma informale.
👉 Ma l’assenza di forma non equivale automaticamente a inesistenza del rapporto.
Il Rischio Maggiore: Riqualificazione come Utili
Il pericolo concreto è che il Fisco:
– disconosca il costo per la società,
– riqualifichi le somme come utili distribuiti,
– applichi tassazione sia alla società che ai soci,
– contesti sanzioni aggravate.
👉 La difesa deve prevenire questa riqualificazione.
Le Strategie Difensive Più Efficaci nel 2026
🔹 1. Dimostrare l’Effettività dell’Attività Svolta
La difesa parte dalla prova che il familiare:
– svolge attività reali e continuative,
– contribuisce concretamente alla gestione o operatività,
– assume responsabilità coerenti con il compenso.
👉 L’attività va dimostrata con fatti, non con dichiarazioni generiche.
🔹 2. Dimostrare l’Inerenza del Compenso
Un principio fondamentale è questo:
👉 un compenso è deducibile se inerente all’attività, anche in assenza di delibera perfetta.
Questo significa che:
– conta il nesso tra attività e remunerazione,
– la società può remunerare il lavoro effettivo,
– il Fisco non può ignorare la realtà operativa.
👉 Qui si vincono molte difese.
🔹 3. Rafforzare Delibere, Incarichi e Assetto Organizzativo
È decisivo dimostrare:
– esistenza di incarichi, deleghe o ruoli di fatto,
– coerenza con statuto e prassi aziendale,
– successiva regolarizzazione formale coerente (non strumentale).
👉 La sostanza può prevalere sulla forma, se ben dimostrata.
🔹 4. Distinguere Compensi, Utili e Rimborsi
Molte contestazioni nascono dalla confusione tra:
– compensi per attività lavorativa,
– utili societari,
– rimborsi spese.
👉 La corretta qualificazione contabile e fiscale è una difesa chiave.
Gli Strumenti di Difesa nel 2026
🔹 Risposta a Questionari e PVC
È il primo snodo decisivo.
Serve per:
– descrivere l’attività dei familiari,
– produrre documentazione integrativa,
– evitare l’accertamento definitivo.
👉 Una risposta generica rafforza la tesi del Fisco.
🔹 Accertamento con Adesione
Utile quando:
– alcune criticità formali sono difficili da superare,
– conviene ridurre sanzioni e recuperi,
– serve una soluzione controllata.
👉 Va valutato strategicamente, non accettato per timore.
🔹 Ricorso Tributario
Necessario quando:
– il compenso è reale e giustificato,
– il Fisco applica automatismi formali,
– la riqualificazione come utili è forzata.
👉 Molti accertamenti nelle società familiari vengono annullati o ridotti.
Il Punto Chiave: La Delibera è Importante, ma Non è Tutto
Un principio fondamentale è questo:
👉 la mancanza di una delibera non cancella un rapporto di lavoro effettivo.
Questo significa che:
– il Fisco deve provare l’inesistenza dell’attività,
– la società può dimostrare la realtà operativa,
– la difesa si gioca sui fatti concreti.
👉 Dove il Fisco semplifica, la difesa può vincere.
Gli Errori Più Gravi da Evitare
Nel 2026 molte società familiari sbagliano perché:
– non documentano l’attività dei familiari,
– sottovalutano l’importanza della forma,
– rispondono senza una strategia tecnica,
– accettano riqualificazioni non dovute.
👉 Così il danno fiscale si moltiplica.
Il Ruolo dell’Avvocato Tributarista
La difesa nelle società familiari è giuridica e strategica.
L’avvocato:
– analizza rapporti familiari e ruoli aziendali,
– costruisce la prova dell’attività effettiva,
– smonta le presunzioni del Fisco,
– tutela società e familiari da doppia imposizione.
👉 Qui la differenza la fa la strategia, non solo la contabilità.
Cosa Può Fare Concretamente l’Avvocato
Con assistenza qualificata puoi:
– difendere la deducibilità dei compensi,
– evitare la riqualificazione come utili,
– ridurre o annullare sanzioni,
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👉 Agire subito cambia l’esito.
Le Specializzazioni dell’Avv. Giuseppe Monardo
La difesa nelle società familiari richiede competenze avanzate.
L’Giuseppe Monardo è:
– Avvocato Cassazionista
– Esperto in contenzioso tributario
– Specializzato in fiscalità delle società familiari
– Difensore di società, soci e amministratori
– Coordinatore nazionale di avvocati e commercialisti
Conclusione
Nel 2026, un accertamento fiscale alle società familiari per “compensi non deliberati”:
👉 non va subito,
👉 può essere difeso,
👉 richiede una strategia giuridica solida e documentata.
La regola è chiara:
👉 dimostrare l’attività svolta,
👉 rafforzare forma e sostanza,
👉 agire subito con un avvocato esperto.
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Nel 2026, difendersi correttamente da un accertamento sui compensi nelle società familiari può evitare gravi conseguenze fiscali, economiche e personali.
