Hai ricevuto un atto di pignoramento o di esecuzione forzata e ti stai chiedendo se puoi ancora fare opposizione all’esecuzione e in quali casi è possibile contestare tutto il procedimento? Vuoi capire quando puoi bloccare l’intera esecuzione e non solo singoli atti?
L’opposizione all’esecuzione è uno strumento potentissimo: serve a dire che non dovevi essere sottoposto ad esecuzione, perché il debito non esiste, è estinto, prescritto o il titolo esecutivo è invalido. Non riguarda i dettagli dell’atto, ma l’intero diritto di procedere forzatamente contro di te.
Che cos’è l’opposizione all’esecuzione?
È un tipo di opposizione che ti permette di contestare il diritto del creditore di agire esecutivamente nei tuoi confronti. In pratica, affermi che l’esecuzione non doveva neppure iniziare, perché non ci sono i presupposti legali per farlo.
Quando si può fare opposizione all’esecuzione?
– Quando il debito è già stato pagato o estinto
– Quando il titolo esecutivo non è valido o è nullo
– Quando è decorso il termine di prescrizione
– Quando il pignoramento colpisce beni impignorabili
– Quando non sei tu il soggetto obbligato o c’è stato un errore di persona
– Quando il titolo su cui si fonda l’esecuzione è stato annullato, revocato o è inesistente
Entro quanto tempo si deve presentare?
– Se l’atto di pignoramento ti è già stato notificato: entro 20 giorni dalla notifica
– Se l’opposizione si basa su fatti sopravvenuti (es. pagamento del debito): entro 20 giorni da quando ne hai prova
– In certi casi, se il vizio è assoluto (come un titolo inesistente), si può opporre anche successivamente, ma è sempre meglio agire subito
Cosa succede se il giudice accoglie l’opposizione all’esecuzione?
– L’intera procedura viene annullata
– Il pignoramento decade e i beni tornano liberi
– Se hai subito danni per un’esecuzione illegittima, puoi chiedere il risarcimento
Cosa NON puoi fare con questo tipo di opposizione?
– Contestare solo errori formali dell’atto: in quel caso serve l’opposizione agli atti esecutivi
– Sostenere motivi generici o infondati: serve una base giuridica concreta, come la prescrizione o l’inesistenza del titolo
E se c’è già una sentenza o un decreto ingiuntivo non impugnato?
In quel caso il titolo esiste, ma puoi comunque opporti se hai elementi nuovi (es. pagamento, prescrizione, nullità sopravvenuta) oppure se il titolo non è più efficace per ragioni specifiche.
Cosa NON devi fare se pensi che l’esecuzione sia illegittima?
– Aspettare che si concluda il pignoramento
– Sperare che “vada via da sola”
– Firmare piani di rientro senza verificare la validità del titolo
– Confondere i diversi tipi di opposizione e fare ricorsi sbagliati
L’opposizione all’esecuzione è la tua difesa più forte se il creditore non aveva diritto di agire contro di te.
Questa guida dello Studio Monardo – avvocati esperti in esecuzioni forzate e tutela del patrimonio – ti spiega quando puoi fare opposizione all’esecuzione, quali motivi puoi invocare, come funziona il procedimento e cosa fare subito per bloccare un pignoramento illegittimo.
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Introduzione
L’opposizione all’esecuzione è il principale strumento processuale con cui il debitore (o altro soggetto che subisce un’esecuzione forzata) può contestare la legittimità stessa dell’azione esecutiva intrapresa dal creditore. In termini semplici, con l’opposizione all’esecuzione il debitore contesta il diritto del creditore di procedere a esecuzione forzata, mettendo in discussione l’“an debeatur” del credito – ossia l’effettiva esistenza, validità o persistenza del titolo esecutivo o del debito in questione.
Da non confondere, invece, con l’opposizione agli atti esecutivi, che è rivolta a censurare vizi formali e irregolarità dei singoli atti del processo esecutivo (ad esempio la regolarità formale del precetto, della notifica o del pignoramento) – in altre parole il “quomodo” dell’esecuzione. Esiste poi l’opposizione di terzo all’esecuzione, esperibile da un soggetto estraneo (un terzo) che rivendica la proprietà o un diritto reale sui beni pignorati, distinta dalle opposizioni promosse dal debitore (focus della presente guida).
Questa guida – aggiornata a giugno 2025 – fornisce una trattazione avanzata e approfondita di tutti i tipi di opposizione nel processo esecutivo italiano, con particolare riguardo alla prospettiva e ai rimedi del debitore esecutato. Verranno esaminati i presupposti e i momenti in cui è possibile proporre opposizione all’esecuzione, le diverse forme (opposizione preventiva al precetto e successiva al pignoramento), gli aspetti processuali e difensivi collegati, nonché le peculiarità in materia di riscossione esattoriale/fiscale (cartelle esattoriali e crediti tributari). Il tutto sarà esposto con linguaggio giuridico ma chiaro, arricchito da domande e risposte frequenti, tabelle riepilogative, cenni alla normativa vigente e alle più recenti pronunce giurisprudenziali di rilievo.
In sintesi: l’opposizione all’esecuzione è uno strumento fondamentale a tutela del debitore per far valere che l’esecuzione forzata non doveva proprio avvenire (perché il debito è inesistente, estinto o comunque non esigibile nei confronti di quel soggetto o in quel momento). Nei paragrafi seguenti vedremo quando e come si può esercitare tale opposizione, in quali casi specifici, con quali limiti e con quali effetti, distinguendola dalle altre opposizioni esecutive e analizzandone l’applicazione anche nell’ambito delle procedure esattoriali gestite da Agenzia Entrate Riscossione (ex-Equitalia).
Nozione e tipi di opposizioni esecutive
Il codice di procedura civile disciplina tre forme principali di opposizione nel processo esecutivo (Libro III, Titolo V c.p.c.):
- Opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.): serve a contestare il diritto del creditore di eseguire coattivamente, dunque l’esistenza o la validità sostanziale del titolo esecutivo o del credito oggetto di esecuzione. In pratica è lo strumento per far valere che il debito non è dovuto o non può più essere preteso.
- Opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.): serve a contestare la regolarità formale dei singoli atti del processo esecutivo (es. vizi di notifica, errori procedurali nel precetto, nel pignoramento, nei successivi atti di vendita, ecc.), senza mettere in discussione il diritto sostanziale del creditore.
- Opposizione di terzo all’esecuzione (art. 619 c.p.c.): è l’opposizione promossa da un terzo estraneo all’esecuzione (non il debitore né i creditori procedenti), che rivendica la proprietà o un diritto reale sui beni pignorati, sostenendo che quegli stessi beni non dovevano essere assoggettati all’esecuzione forzata in quanto di sua proprietà (o comunque non del debitore). Si pensi al caso del pignoramento di un bene intestato a Tizio ma di proprietà di Caio: Caio potrà opporsi ex art. 619 c.p.c. per ottenere la liberazione del bene pignorato.
Altre forme di tutela nell’esecuzione, più particolari, sono previste dall’art. 591-ter c.p.c. (opposizione avverso atti del delegato alla vendita) o dall’art. 173-bis disp. att. c.p.c. (note di verifica del progetto di distribuzione, ecc.), ma esulano dall’ambito di questa guida.
Importante distinzione: L’opposizione all’esecuzione e l’opposizione agli atti esecutivi, pur avendo in comune la natura di rimedi processuali nell’ambito dell’esecuzione forzata, si differenziano radicalmente per presupposti, motivi deducibili e tempi/modalità di proposizione. Queste differenze saranno analizzate nel dettaglio nei paragrafi successivi (si veda la tabella riepilogativa più avanti). In breve: l’opposizione ex art. 615 c.p.c. riguarda motivi sostanziali (mancanza del diritto di procedere, inesistenza/estinzione del credito, invalidità del titolo, ecc.), mentre l’opposizione ex art. 617 c.p.c. riguarda motivi procedurali-formali (vizi degli atti esecutivi, errori di notifica, difformità dalle forme prescritte). Entrambe, comunque, mirano a tutelare il debitore (o le altre parti) da esecuzioni illegittime: la prima evitando un’esecuzione infondata, la seconda eliminando/annullando singoli atti esecutivi irregolari.
Nei prossimi paragrafi ci concentreremo soprattutto sull’opposizione all’esecuzione in senso stretto (art. 615 c.p.c.), ossia quando il debitore può contestare il diritto del creditore di eseguire, evidenziando all’occorrenza le differenze procedurali con l’opposizione agli atti. Successivamente affronteremo anche le specificità in materia di esecuzioni esattoriali, ambito nel quale intervengono norme e pronunce peculiari.
Opposizione all’esecuzione (art. 615 c.p.c.) – Caratteristiche generali
Cos’è: L’opposizione all’esecuzione è l’atto con cui il debitore (oppure un terzo proprietario del bene pignorato, come ad esempio il terzo datore di ipoteca, che viene equiparato al debitore ai fini dell’opposizione) contesta il fondamento stesso dell’esecuzione forzata. Tale opposizione ha ad oggetto la “ragione d’essere” dell’esecuzione: si nega che il creditore istante abbia il diritto di procedere coattivamente nei confronti dell’opponente.
In particolare, ai sensi dell’art. 615 c.p.c., “quando si contesta il diritto della parte istante a procedere ad esecuzione forzata” – cioè si contesta l’esistenza o la validità del titolo esecutivo o la persistenza del diritto di credito in esso consacrato – il debitore può proporre opposizione. Il legislatore esemplifica alcune ipotesi tipiche di motivi di opposizione all’esecuzione, riconosciute dalla giurisprudenza:
- Inesistenza del titolo esecutivo: ad es. il creditore procede esecutivamente senza avere un titolo valido; oppure il titolo è inesistente o giuridicamente inesecutivo (si pensi a un documento privo di efficacia esecutiva spacciato per tale).
- Inidoneità del titolo a fondare l’esecuzione: ad es. titolo mancante di requisiti formali essenziali, titolo soggetto a condizione non avverata, titolo divenuto invalido.
- Mancanza di legittimazione/passività del debitore esecutato: si contesta che l’esecuzione sia intrapresa contro il soggetto giusto – es. l’esecuzione è promossa contro una persona che non è effettivamente il debitore indicato nel titolo, oppure contro un soggetto non più obbligato (come l’erede che abbia rinunciato all’eredità, ecc.). Rientra qui anche la situazione in cui il terzo proprietario del bene pignorato (che non è debitore personale del credito) si oppone all’esecuzione sul suo bene.
- Impignorabilità dei beni: rientra tra i motivi di opposizione all’esecuzione la deduzione che i beni aggrediti sono per legge impignorabili (o lo sono oltre certi limiti). Ad esempio: il debitore oppone che l’oggetto pignorato rientra tra i beni assolutamente impignorabili (letto, frigorifero, effetti di vita quotidiana, ecc., ex art. 514 c.p.c.), oppure che il credito pignorato è impignorabile (es. una pensione al di sotto del minimo vitale, uno stipendio nei limiti impignorabili, un sussidio pubblico non aggredibile, ecc.). Contestare l’impignorabilità equivale in sostanza a negare “il diritto di procedere su quei beni”, e pertanto si qualifica come opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. (diversamente, vizi specifici del pignoramento come atto formale – es. notifica tardiva del pignoramento – attengono all’opposizione agli atti).
- Soddisfazione (pagamento) del credito: il debitore oppone di aver già pagato (in tutto o in parte) quanto dovuto, o comunque di aver estinto l’obbligazione dopo la formazione del titolo. Il factum del pagamento avvenuto (o di altra causa estintiva) integra un fatto estintivo del diritto del creditore e, se avvenuto dopo la formazione del titolo esecutivo, può essere dedotto in ogni tempo con opposizione all’esecuzione. Esempio: Tizio ottiene un decreto ingiuntivo e notifica precetto, ma Caio (debitore) paga spontaneamente il dovuto prima dell’inizio del pignoramento – se il creditore procede ugualmente, Caio potrà opporsi all’esecuzione provando il pagamento. In tal caso si contesta un fatto (pagamento) sopravvenuto al titolo che toglie efficacia all’azione esecutiva.
- Estinzione o modifica del credito per fatti successivi: oltre al pagamento, rientrano qui la prescrizione sopravvenuta del diritto di credito, l’intervenuta transazione o rinuncia del creditore, l’adesione del debitore a un piano di risanamento o concordato che preveda la sospensione delle azioni esecutive, la cancellazione del debito per legge (es. condono, “stralcio” di cartelle esattoriali, esdebitazione nel sovraindebitamento, ecc.), o ancora l’annullamento sopravvenuto del titolo. In tutte queste situazioni vi è un fatto impeditivo o estintivo del diritto di credito verificatosi dopo la formazione del titolo, che può essere fatto valere dal debitore con opposizione ex art. 615 c.p.c.. Ad esempio, la Corte Costituzionale ha chiarito che se dopo che una cartella esattoriale è divenuta definitiva interviene un condono fiscale che estingue il debito, il contribuente deve poter opporsi all’esecuzione per far valere tale condono, nonostante le restrizioni dell’art. 57 DPR 602/73 (torneremo su questo aspetto nelle sezioni sull’esecuzione esattoriale).
- Difformità tra quanto richiesto e quanto dovuto in base al titolo: se il creditore procede per somme superiori o diverse rispetto al contenuto del titolo esecutivo, il debitore può contestare la corrispondenza tra il chiesto e il contenuto del titolo. Ad esempio, il titolo esecutivo prevede la sola sorte capitale ma il precetto include interessi o spese non dovuti; oppure il titolo era parzialmente ineseguibile; o ancora, il creditore agisce per obblighi non contemplati dal titolo. Anche tali contestazioni vanno riferite all’opposizione all’esecuzione, poiché attengono alla portata sostanziale del diritto di procedere in executivis.
Sintesi dei motivi opponibili ex art. 615 c.p.c.: in generale, ogni contestazione che investe l’“an” del diritto di procedere può essere veicolata con opposizione all’esecuzione. Nella pratica, le più frequenti sono l’inesistenza/nullità del titolo, la non esigibilità del credito, la sua estinzione (pagamento, prescrizione, ecc.) o la non pignorabilità dei beni aggrediti. Si tratta di motivi di natura per lo più sostanziale, benché talora intrecciati a profili processuali (es. nullità sopravvenuta del titolo, impignorabilità ex lege). L’opposizione all’esecuzione non serve invece a lamentare vizi formali di atti esecutivi (per i quali, come detto, la legge prevede la distinta opposizione agli atti ex art. 617 c.p.c.). Ad esempio, la mera nullità della notifica del precetto andrà fatta valere entro 20 giorni con opposizione agli atti; viceversa l’inesistenza del titolo esecutivo allegato al precetto è motivo di opposizione all’esecuzione (sostanziale). Se i confini tra le due opposizioni non sono chiari, sarà il giudice a riqualificare l’azione in base al suo contenuto effettivo, a prescindere dal nome attribuitole dalla parte.
Legittimazione a proporre opposizione all’esecuzione: è attiva in capo a chiunque subisca concretamente l’esecuzione. Tipicamente è il debitore indicato nel titolo esecutivo; può esserlo anche un terzo proprietario di un bene pignorato (come ad esempio il coniuge proprietario dell’immobile ipotecato per il debito del partner), oppure un soggetto che, pur non figurando formalmente come debitore nel titolo, di fatto subisce l’espropriazione (ciò avviene in rari casi – es. espropriazione contro il possessore di un bene immobile quando proprietario è un terzo e si contesta il titolo solo parzialmente relativo; in genere comunque i soggetti “colpiti” dall’esecuzione sono il debitore e l’eventuale terzo proprietario). Sono legittimati passivi dell’opposizione (cioè devono essere convenuti in giudizio) il creditore procedente e gli eventuali creditori intervenuti muniti di titolo esecutivo. In sostanza, l’opposizione va proposta contro chi sta portando avanti l’esecuzione (creditore/i).
Opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.) – Caratteristiche generali
Per completare il quadro, delineiamo brevemente l’opposizione agli atti esecutivi, evidenziandone la differenza dalla precedente, prima di passare agli aspetti procedurali e temporali.
Cos’è: L’opposizione agli atti esecutivi è il rimedio con cui si fanno valere vizi di forma o di procedura relativi agli atti del processo esecutivo. È uno strumento di tutela sia per il debitore sia (eventualmente) per altre parti del processo esecutivo, volto a garantire che ogni atto esecutivo rispetti le norme di legge. Non mette in dubbio il diritto del creditore di esigere, ma si concentra sul come l’esecuzione viene condotta.
Motivi tipici: alcuni esempi di situazioni in cui è esperibile opposizione agli atti:
- Vizi formali del titolo esecutivo o del precetto: es. il precetto manca di requisiti essenziali (mancata indicazione della data o del titolo, omissione dell’avvertimento ex art. 480 c.p.c., ecc.), oppure il titolo non è stato munito di formula esecutiva (ove occorrente) o presenta altre irregolarità formali che non ne inficiano la sostanza ma la forma di presentazione.
- Vizi di notificazione del titolo o del precetto: es. notifica nulla o inesistente del titolo esecutivo o del precetto (erronea individuazione del destinatario, inesistenza della relata, notifica oltre i termini, ecc.). Attenzione: occorre distinguere se si intende far valere l’omessa notifica del titolo in sé (il che può riflettersi sulla possibilità di procedere, quindi attiene all’esecuzione) oppure la nullità di una notifica come irregolarità sanabile; in genere, comunque, le nullità delle notifiche di titolo e precetto rientrano tra i motivi di opposizione agli atti – salvo casi limite come la totale omissione di notifica del titolo presupposto, che potrebbero essere inquadrati anche come carenza di titolo esecutivo efficace, sfociando nell’art. 615.
- Vizi del pignoramento o di altri atti esecutivi successivi: es. il verbale di pignoramento mobiliare è nullo perché redatto fuori dagli orari consentiti o senza sottoscrizione; l’atto di pignoramento immobiliare è affetto da irregolarità formali (mancata indicazione del debitore, errore nell’individuazione del bene, notifica presso un indirizzo errato, ecc.); ancora, irregolarità nelle forme della vendita (es. avviso di vendita non pubblicato come prescritto, violazione delle norme sulla pubblicità aste). Qualsiasi violazione delle norme processuali riguardante lo svolgimento degli atti esecutivi può essere oggetto di opposizione agli atti, in quanto incidente sulla regolarità del procedimento. Persino dopo la conclusione, è ammissibile opposizione agli atti contro il decreto di trasferimento immobiliare se si contesta un vizio formale radicale di un atto (ipotesi estrema e non comune).
- Atti esecutivi inopportuni o prematuri: la legge consente opposizione agli atti anche in caso di cosiddetta “inopportunità” dell’atto, concetto elaborato dalla dottrina/giurisprudenza soprattutto in passato. Ad esempio, se il giudice dell’esecuzione dispone la vendita all’asta in un momento sfavorevole (immobile di valore con mercato stagnante) il debitore potrebbe teorizzare un’opposizione ex art. 617 sostenendo che quella vendita immediata è “inopportuna” perché causa un danno (anche se in pratica tali censure hanno scarso successo). L’esempio tipico di “inopportunità” citato in dottrina è la richiesta di rinvio della vendita per ottenere un prezzo migliore. Si tratta comunque di ipotesi marginali: nella prassi, l’opposizione agli atti verte quasi sempre su vizi formali veri e propri più che su profili di opportunità.
In sintesi, l’opposizione agli atti esecutivi tutela il regolare svolgimento del processo esecutivo, sanzionando gli atti affetti da nullità o irregolarità. Non mette in discussione il merito del credito, ma solo la legittimità formale degli atti (da qui l’adagio: art. 615 contesta l’an debeatur, art. 617 il quomodo della procedura).
Legittimazione: può proporre opposizione agli atti in genere chiunque sia destinatario o pregiudicato dall’atto viziato. Nel 99% dei casi è il debitore stesso a dolersi di vizi nelle notifiche o negli atti (ad esempio, notifica del pignoramento nulla per vizio di forma: il debitore si oppone ex 617 entro 20 giorni dalla conoscenza, chiedendo l’annullamento di quell’atto). In altri casi anche i creditori possono fare opposizione agli atti – tipicamente in sede di distribuzione del ricavato, un creditore può opporsi al progetto di distribuzione ex art. 617 se rileva errori (ma qui entriamo in tecnicismi oltre lo scopo attuale). La legittimazione passiva è in capo alla parte che ha compiuto l’atto viziato (es. il creditore procedente, se si tratta di precetto o pignoramento da lui compiuto, oppure i delegati/ausiliari se l’atto impugnato è a loro attribuibile).
Effetti e provvedimenti: se l’opposizione agli atti è accolta, il giudice dichiara la nullità/inefficacia dell’atto impugnato e, se necessario, ne ordina la rinnovazione o adotta i provvedimenti conseguenti (art. 618 c.p.c.). Ad esempio, se viene annullato il precetto, gli atti successivi potranno essere invalidati a catena (non avendo precetto valido, anche il pignoramento eventualmente eseguito potrebbe dover essere dichiarato nullo); se è annullato un pignoramento, tutta la procedura esecutiva in corso viene caducata, salva riproposizione da zero; se è annullata la vendita, questa andrà rifatta, e così via. L’opposizione agli atti è dunque uno strumento delicato: per questo il legislatore ha imposto termini perentori brevissimi per attivarla, onde garantire certezza e speditezza alla procedura esecutiva (come vedremo a breve, di regola 20 giorni dall’atto). Decorso il termine senza opposizione, l’atto viziato viene “convalidato” (sanato) per mancata tempestiva contestazione.
Opposizione di terzo (cenno): Come detto, l’opposizione di terzo ex art. 619 c.p.c. è un istituto diverso, attivabile da chi afferma che un bene pignorato in realtà non appartiene al debitore ma a sé medesimo (o su di esso vanta un diritto reale tale da escludere il pignoramento). Classico esempio: l’ufficiale giudiziario pignora beni mobili in un appartamento credendo siano del debitore, ma in realtà appartengono a un coinquilino o familiare; quest’ultimo può proporre opposizione di terzo per escludere quei beni dall’esecuzione. Questa opposizione si propone con atto di citazione davanti al giudice dell’esecuzione (Tribunale) e va esercitata nel corso del processo esecutivo, preferibilmente prima che i beni siano venduti o assegnati (pena perdere l’effetto utile). Se proposta tempestivamente, determina in genere la sospensione dell’esecuzione limitatamente ai beni oggetto di contestazione fino alla decisione. Poiché però qui trattiamo il punto di vista del debitore, non approfondiremo oltre l’opposizione di terzo (che è più rara e coinvolge soggetti terzi).
Tabella riepilogativa: Tipi di opposizioni nel processo esecutivo
Tipo di opposizione | Norma | Chi la propone | Oggetto/Motivi | Termine | Forma e giudice competente |
---|---|---|---|---|---|
Opposizione all’esecuzione | art. 615 c.p.c. | Debitore (o terzo proprietario espropriato) | Contestazione del diritto di procedere all’esecuzione: inesistenza/invalidità del titolo, cessazione del credito, fatti estintivi o impeditivi sopravvenuti, impignorabilità dei beni, ecc.. | Nessun termine fisso (v. testo): può proporsi in qualsiasi momento prima che sia disposta la vendita o assegnazione dei beni pignorati. Dopo la vendita/assegnazione è inammissibile, salvo che fondata su fatti sopravvenuti o per cause non imputabili di ritardo. | – Se esecuzione non iniziata (fase di precetto): atto di citazione dinanzi al giudice competente per materia/valore/territorio (giudice di cognizione ordinaria, tipicamente il Tribunale). – Se esecuzione già iniziata (dopo pignoramento): ricorso al giudice dell’esecuzione (Tribunale – sezione esecuzioni). Il G.E. tratta l’opposizione in via sommaria e poi fissa termini per l’eventuale giudizio di merito. |
Opposizione agli atti esecutivi | art. 617 c.p.c. | Parte del processo che subisce l’atto viziato (di solito il debitore; talora altri creditori) | Contestazione di vizi formali/procedurali di atti dell’esecuzione: irregolarità del titolo o precetto, nullità di notifiche, nullità del pignoramento o di atti di vendita, ecc.. Non riguarda il merito del diritto di credito, ma la regolarità degli atti (il “quomodo”). | 20 giorni dal compimento o dalla notifica dell’atto impugnato. Precisamente: – se riguarda titolo o precetto (atti pre-esecutivi) il termine decorre dalla loro notificazione; – se riguarda atti esecutivi successivi, 20 giorni dalla data dell’atto (o dalla conoscenza legale dello stesso). Termine perentorio e di decadenza. | – Se riguarda titolo esecutivo o precetto (quindi prima che inizi l’esecuzione): atto di citazione al giudice competente (lo stesso del titolo o ex art. 480 co.3 c.p.c.) da notificarsi entro 20 gg dalla notifica del titolo/precetto. – Se riguarda atti a esecuzione iniziata: ricorso al giudice dell’esecuzione entro 20 gg dall’atto. Procedimento camerale dinanzi al G.E., analogo a quello ex art. 615 co.2. NB: Decisione del G.E. su 617 tipicamente con ordinanza ex art. 618 c.p.c. (non una sentenza). |
Opposizione di terzo | art. 619 c.p.c. | Terzo estraneo all’esecuzione che rivendica la proprietà o altro diritto sui beni pignorati | Affermazione che i beni pignorati non appartengono al debitore ma al terzo opponente (o sono gravati da diritto reale del terzo che esclude il pignoramento). | Tempestività: va proposta preferibilmente prima che i beni siano venduti o assegnati. Non c’è un termine fisso in giorni, ma se proposta dopo la vendita perde efficacia pratica (il bene potrebbe essere già trasferito a terzi). Entro la distribuzione del ricavato il terzo può ancora far valere diritti sul ricavato stesso in certi casi. | Atto di citazione dinanzi al giudice dell’esecuzione (Tribunale). Procedimento a cognizione piena (non sommario), sebbene il G.E. possa disporre la sospensione parziale della procedura in attesa della decisione. |
(Legenda: G.E. = Giudice dell’Esecuzione, ovvero il giudice investito della procedura esecutiva, di regola un giudice del Tribunale competente.)
Quando e come proporre opposizione all’esecuzione: fasi e termini
Vediamo ora quando il debitore può utilmente proporre opposizione ex art. 615 c.p.c., distinguendo due momenti fondamentali: prima che l’esecuzione inizi (fase pre-esecutiva, tipicamente dopo il precetto) e dopo che l’esecuzione è iniziata (dopo il pignoramento). La disciplina infatti varia leggermente a seconda della fase in cui ci si trova.
Opposizione preventiva (prima dell’inizio dell’esecuzione – opposizione a precetto)
Fase pre-esecutiva: l’esecuzione forzata in senso tecnico si considera iniziata solo con il pignoramento (notifica e/o esecuzione dell’atto di pignoramento). Prima di allora, però, il creditore deve aver compiuto atti preparatori: in particolare la notifica del titolo esecutivo (se richiesta, ad es. nel caso di decreto ingiuntivo notificato come titolo) e la notifica dell’atto di precetto. Il precetto è l’intimazione che il creditore fa al debitore di adempiere entro un termine (minimo 10 giorni) con l’avvertimento che, in difetto, si procederà forzatamente (art. 480 c.p.c.). Dunque il precetto preannuncia l’esecuzione.
Se il debitore intende opporsi sostenendo che l’esecuzione non deve proprio avere luogo, può farlo fin da questa fase, senza attendere il pignoramento. L’art. 615 comma 1 c.p.c. prevede espressamente che l’opposizione “si può proporre al precetto” quando ancora l’esecuzione non è iniziata. Questa è detta anche opposizione a precetto o opposizione preventiva.
Termini: Non esiste un termine perentorio di legge per l’opposizione all’esecuzione preventiva – può essere proposta anche immediatamente dopo la notifica del precetto o comunque prima che il pignoramento sia compiuto. In teoria potrebbe proporsi pure oltre il termine indicato nel precetto (che ha efficacia 90 giorni ex art. 481 c.p.c.), finché l’esecuzione non parte. Tuttavia, è rischioso attendere troppo: se il creditore trascorsi i 10 giorni procede a pignoramento, l’opposizione sarà considerata successiva (rientrando nel comma 2). Pertanto, in pratica il debitore che riceve un precetto e vuole opporsi farebbe bene a notificare l’opposizione subito, entro i 10 giorni o poco dopo, per poter eventualmente ottenere la sospensione prima che il creditore avvii il pignoramento. Non vi è un termine di decadenza (non è l’art. 617, quindi niente “20 giorni” qui), ma va considerato che il precetto scade dopo 90 giorni dalla notifica se non è seguito dal pignoramento (art. 481 c.p.c.). Difficilmente quindi un’opposizione al precetto avrebbe senso oltre quel periodo, se l’esecuzione non è stata iniziata (in tal caso il precetto è inefficace).
Forma e competenza: L’opposizione a precetto si propone con atto di citazione davanti al giudice competente per materia, valore e territorio secondo le regole ordinarie. In genere sarà il Tribunale civile, salvo casi di competenza del Giudice di Pace (importi fino a €5.000 se trattasi di materia di sua competenza, ad esempio opposizione a precetto su un credito per danni di €3.000 – ipotesi rara; nella prassi quasi sempre è Tribunale). Il territorio: di regola coincide con il foro dove dovrebbe svolgersi l’esecuzione, quindi il luogo indicato nel precetto per l’adempimento (ad esempio, precetto intimato a Milano per esecuzione lì, competenza al Tribunale di Milano), ma potrebbe essere anche diverso a seconda delle regole generali sul forum destinatae executionis (art. 26 c.p.c. e ss.). In ogni caso l’opposizione ex art. 615 co.1 è una causa di cognizione ordinaria, perciò soggetta alle norme generali di procedura (sia pur con alcune particolarità di rito di cui diremo a breve).
Effetti sul processo esecutivo: Poiché in questa fase il processo esecutivo non è ancora pendente (non c’è pignoramento né fascicolo di esecuzione aperto), l’opposizione si iscrive a ruolo come causa autonoma (contenzioso civile ordinario). Non sospende automaticamente il corso del precetto: il debitore deve chiedere espressamente la sospensione e il giudice può, se ricorrono gravi motivi, sospendere l’efficacia esecutiva del titolo. In pratica, l’opponente può chiedere al giudice un provvedimento d’urgenza che blocchi temporaneamente la possibilità del creditore di procedere (inibendo il pignoramento). L’art. 615 co.1 conferisce al giudice il potere di sospendere l’esecutorietà del titolo in presenza di “gravi motivi” su istanza di parte. Ad esempio, se l’opponente presenta prova evidente di aver già pagato, il giudice monocratico può emettere ordinanza di sospensione del precetto, così impedendo il pignoramento finché non si decide la causa. Senza sospensione, il creditore può comunque procedere a esecuzione durante il tempo del giudizio di opposizione, col rischio però che poi l’esecuzione sia dichiarata illegittima e debba essere revocata.
Svolgimento: L’opposizione a precetto, pur introdotta con citazione, ha una sua specificità procedurale: il giudice può trattarla con modalità accelerate. Spesso, infatti, l’opponente chiede subito la sospensione: il tribunale fissa in tempi brevi un’udienza per la comparizione delle parti (anche inaudita altera parte in caso di urgenza, potendo emettere un provvedimento interinale), e assume sommarie informazioni. È frequente che il tribunale definisca l’opposizione già con un’unica udienza se la questione è matura (ad es. se basta verificare un pagamento da quietanza). Altrimenti, l’opposizione a precetto può proseguire come un normale giudizio civile a cognizione piena, con istruttoria, ecc. In passato l’art. 616 c.p.c. prevedeva che la sentenza del giudice dell’opposizione a precetto fosse non appellabile, ma questa preclusione è stata eliminata: oggi la sentenza sull’opposizione ex art. 615, co.1 è appellabile come le altre (l’abrogazione del divieto è avvenuta con L. 69/2009). Quindi la decisione finale può essere impugnata in appello dal soccombente, e poi in Cassazione.
In sintesi: il debitore può fare opposizione fin da subito, appena ricevuto il precetto, se ha motivi validi per negare il diritto del creditore di procedere. Ciò ha il vantaggio di prevenire il pignoramento e le sue conseguenze, purché si ottenga un provvedimento di sospensione tempestivo. L’opposizione a precetto è la sede ideale per far valere, ad esempio, che il debito è già stato saldato o che il titolo è invalido, prima che scatti l’esecuzione vera e propria.
Opposizione successiva (a esecuzione iniziata – dopo il pignoramento)
Fase esecutiva iniziata: se il creditore ha già dato corso all’esecuzione notificando (e depositando) un atto di pignoramento, l’opposizione all’esecuzione rientra nella previsione dell’art. 615 comma 2 c.p.c. In tal caso l’esecuzione è pendente davanti a un giudice dell’esecuzione (di regola il Tribunale del luogo), e l’opposizione si innesta come incidente nel processo esecutivo in corso.
Esempi di situazioni tipiche: il debitore non ha fatto opposizione al precetto (o non vi era precetto, come nelle esecuzioni esattoriali), e si vede notificare un pignoramento (mobiliare, immobiliare o presso terzi). Oppure addirittura il pignoramento viene eseguito senza previa notifica (casi di urgenza o esecuzioni in tempo reale su cose in possesso del debitore). In ogni caso, dopo l’atto di pignoramento l’esecuzione è formalmente iniziata e c’è un fascicolo esecutivo. Il debitore, a questo punto, può ancora opporsi ex art. 615, ma seguendo la procedura del comma 2.
Termini: L’opposizione all’esecuzione successiva non è soggetta a un termine di decadenza rigido (diversamente dall’opposizione agli atti). Tuttavia, come già accennato, l’art. 615 c.p.c. stabilisce che non si può proporre opposizione dopo che sia stata disposta la vendita o l’assegnazione dei beni pignorati, salvo che si invochino fatti sopravvenuti o si provi di non aver potuto proporla prima per causa non imputabile. In altre parole, c’è un limite temporale funzionale: il debitore deve attivarsi prima che l’esecuzione giunga alla fase finale di liquidazione dei beni. Se l’opposizione viene tardivamente introdotta quando ormai l’asta è stata tenuta e il giudice ha già emesso l’ordinanza di vendita o di assegnazione, di regola è inammissibile. Questo per evitare che si blocchi a posteriori una procedura ormai in chiusura.
Eccezioni al limite: Due importanti eccezioni sono però previste dalla legge (frutto di una modifica normativa recente, introdotta con la riforma di cui al D.lgs. 149/2022): l’opposizione post-vendita sarà comunque ammissibile se: (a) si basa su fatti sopravvenuti (dunque ragioni emerse solo dopo la vendita, es. il credito si è estinto per un evento appena accaduto); (b) l’opponente dimostra che non ha potuto proporla tempestivamente per ragioni a lui non imputabili. Quest’ultimo caso copre situazioni di forza maggiore o di conoscenza tardiva non dovuta a inerzia – es. se il debitore era totalmente ignaro del pignoramento per un vizio non dipendente da lui e scopre l’esecuzione solo dopo la vendita, potrebbe invocare l’ammissibilità tardiva. Tali eccezioni tuttavia non garantiscono che la vendita già avvenuta venga annullata: offrono solo la chance di far valere comunque le proprie ragioni (al limite per ottenere il ricavato anziché farlo assegnare al creditore, o per un ristoro economico). In pratica, il debitore deve cercare di opporsi prima che si arrivi alla vendita/assegnazione; oltre quel momento, l’opposizione potrà sì essere esaminata se rientra nelle eccezioni, ma difficilmente potrà “riavvolgere” gli effetti dell’esecuzione conclusa (salvo appunto interventi sul piano distributivo).
Forma e rito: L’opposizione successiva all’inizio dell’esecuzione si propone con ricorso al giudice dell’esecuzione. Questo ricorso si deposita nel fascicolo della procedura esecutiva pendente (indicando il numero di ruolo dell’esecuzione). Il giudice dell’esecuzione (G.E.) fissa quindi con decreto un’udienza di comparizione delle parti davanti a sé e un termine perentorio per notificare il ricorso e il decreto al creditore procedente (e agli eventuali altri creditori intervenuti). Tale notifica vale a informare la controparte dell’avvenuta opposizione e della fissazione dell’udienza.
Rito camerale sommario: La fase iniziale davanti al G.E. avviene con le forme semplificate del rito camerale (artt. 737 ss. c.p.c., richiamati dall’art. 185 disp. att. c.p.c.). L’udienza si svolge in modo informale: il G.E. sente le parti e può assumere sommarie informazioni o acquisire documenti. Contestualmente, decide sull’eventuale istanza di sospensione dell’esecuzione presentata dal debitore. Se il debitore ha richiesto la sospensione, il giudice valuta la sussistenza di “gravi motivi” analogamente a quanto avviene nell’opposizione a precetto, e può sospendere in tutto o in parte l’esecuzione con ordinanza motivata. Spesso, in situazioni urgenti, il G.E. può anche concedere una sospensione provvisoria inaudita altera parte subito all’atto del deposito del ricorso (soprattutto nell’esecuzione immobiliare, per evitare vendite imminenti), per poi confermarla o revocarla in udienza dopo aver sentito il creditore.
Ordinanza decisoria e fase di merito: All’esito dell’udienza camerale, il G.E. emette un’ordinanza con cui può accogliere o rigettare l’opposizione (in tutto o in parte). Ad esempio, se riscontra che il credito era effettivamente già pagato, il G.E. potrà accogliere l’opposizione e dichiarare improcedibile l’esecuzione; se invece giudica infondato il motivo (es. il presunto pagamento non risulta valido), respingerà l’opposizione e l’esecuzione proseguirà. Questa ordinanza, ai sensi dell’art. 616 c.p.c., deve fissare il termine per l’introduzione del giudizio di merito. Ciò perché il modello delle opposizioni esecutive successive è caratterizzato dalla struttura bifasica: una prima fase sommaria davanti al G.E., seguita – se la questione non viene definita o se la parte soccombente insiste – da una seconda fase a cognizione piena davanti al giudice competente per la causa di merito. In sostanza, l’opposizione all’esecuzione proposta dopo il pignoramento non si esaurisce (di regola) con l’ordinanza del G.E.: quest’ultima risolve solo la fase “cautelare” o sommaria, ma le parti, entro il termine fissato (di norma 60 giorni ex art. 616 c.p.c.), devono riassumere la causa di merito davanti al giudice competente (spesso lo stesso Tribunale in funzione di giudice di cognizione, ma in composizione diversa). In tale giudizio di merito si deciderà in via definitiva sulla sussistenza del diritto di procedere a esecuzione forzata, con sentenza. Se nessuna delle parti riassume la causa nel termine, l’opposizione si estingue e l’ordinanza sommaria resta sostanzialmente definitiva (paragonabile a un rigetto non contestato).
Improcedibilità se si salta la fase sommaria: è fondamentale seguire questo iter. La Corte di Cassazione ha chiarito che la fase davanti al G.E. non può essere saltata: se il debitore, a esecuzione iniziata, introducesse direttamente un giudizio di merito (es. con citazione in Tribunale senza passare per il ricorso al G.E.), tale azione sarebbe improcedibile. La ragione è che la legge prevede obbligatoriamente la fase preventiva sommaria dinanzi al giudice dell’esecuzione, per una serie di finalità (coordinamento con la procedura esecutiva, eventuale sospensione immediata, filtro alle opposizioni infondate, ecc.). La Cassazione (Sez. III, sent. n. 25170/2018) ha statuito che l’omissione di tale fase rende improponibile la domanda di merito. Quindi il debitore deve prima depositare il ricorso in opposizione al G.E., ottenere l’ordinanza, e solo dopo introdurre la causa ordinaria. Unica eccezione a questa regola è l’opposizione a precetto (fase preventiva) dove di fatto la fase sommaria coincide con la fase di merito dinanzi allo stesso giudice.
Competenza del giudice di merito: se il G.E. appartiene allo stesso ufficio giudiziario competente anche per la causa di merito, allora – come da art. 616 c.p.c. – nell’ordinanza egli fissa un termine per la riassunzione davanti a sé medesimo in funzione di giudice della cognizione. Se invece la competenza per il merito spetta ad un giudice diverso (ad es. un Giudice di pace, oppure un altro Tribunale per ragioni di valore/materia/territorio), il G.E. rimette la causa a quel giudice e fissa un termine per la riassunzione. In pratica, oggi la maggior parte delle opposizioni all’esecuzione post-pignoramento resta di competenza del Tribunale (lo stesso del G.E.), quindi spesso l’ordinanza invita semplicemente a iscrivere a ruolo la causa in Tribunale entro tot giorni. Se invece – ipotesi rara – l’esecuzione riguardasse ad esempio un titolo di competenza del Giudice di Pace (credito entro €5.000 non derivante da titolo esecutivo tribunale) e il GdP fosse giudice di merito, il G.E. (Tribunale) rimetterebbe la causa al GdP fissando termine di riassunzione.
Sospensione dell’esecuzione: come già accennato, anche in sede di opposizione successiva il debitore può chiedere la sospensione. L’art. 624 c.p.c. regola la sospensione in generale. Il G.E., verificati i gravi motivi, può disporre la sospensione dell’intera esecuzione o di parte di essa (ad es. limitatamente ad alcuni beni, se i motivi riguardano solo quelli). La sospensione è resa con ordinanza motivata, anche prima dell’udienza se l’urgenza lo richiede. Se l’opposizione è solo parziale (es. il debitore contesta solo una parte del credito), il giudice può sospendere l’efficacia esecutiva del titolo limitata a quella parte contestata. Ciò evita di paralizzare indebitamente l’esecuzione per la parte non controversa. La sospensione ha effetto immediato: comporta in sostanza che la procedura esecutiva resti ferma in attesa dell’esito del giudizio. Se concessa prima di una vendita, impedisce che la vendita abbia luogo finché pende la sospensione; se concessa dopo l’aggiudicazione, blocca gli atti successivi (ad es. il decreto di trasferimento e la distribuzione, finché la causa non è definita). Si noti che la sospensione può essere revocata dal giudice in qualsiasi momento, se mutano le circostanze (art. 624 co.3 c.p.c.). Se invece la sospensione è negata, l’esecuzione prosegue normalmente durante il giudizio: il debitore può eventualmente riproporre l’istanza in appello o in Cassazione in caso di impugnazioni cautelari, ma in linea di principio una volta rigettata la sospensione, l’asta e gli atti vanno avanti.
Esito e provvedimenti finali: se l’opposizione viene accolta nel merito (dal giudice a cognizione piena, o prima dal G.E. se il creditore soccombe e non prosegue), l’esecuzione viene dichiarata improseguibile (quando il vizio è originario) oppure estinta (se il credito si è estinto) o limitata/ridotta (se l’opposizione è parzialmente fondata). Il provvedimento finale tipico è una sentenza che accerta ad esempio che nulla è dovuto e che quindi l’esecuzione non doveva aver luogo. Conseguentemente, il giudice “cassa” gli atti esecutivi compiuti e dispone l’eventuale restituzione di beni o somme già prese al debitore. Se invece l’opposizione è respinta, l’esecuzione riprende (se era sospesa) o prosegue fino alla soddisfazione del creditore. La sentenza che definisce l’opposizione all’esecuzione (a differenza di quella sull’opposizione agli atti) è ordinariamente appellabile in quanto proviene da un giudizio di cognizione piena. Dunque si potrà impugnare in appello e poi eventualmente in Cassazione. Ciò però avviene di rado, perché spesso a quel punto l’esecuzione stessa ha già trovato una definizione (ad es. il bene è stato liberato o venduto) e le parti transigono; ma qualora vi sia ancora interesse (ad esempio per questioni di spese o di ristoro del debitore) è ammessa l’impugnazione di merito.
Appellabilità vs. inappellabilità (nota): come anticipato, esiste una differenza netta: la sentenza finale ex art. 615 (opposizione all’esecuzione) è appellabile, mentre la sentenza finale ex art. 617 (opposizione agli atti) non è appellabile, essendo ricorribile solo per Cassazione ex art. 111 Cost.. Questo perché l’opposizione agli atti, anche se finisse in un giudizio a cognizione piena (raro, spesso si chiude col provvedimento sommario), per tradizione è ritenuta di volontaria giurisdizione o comunque a impugnazione limitata. Il debitore deve tenerne conto: se ha motivi sia formali che sostanziali è preferibile incardinarli nell’opposizione sostanziale (615) per non perdere un grado di giudizio sull’esito. Ad ogni modo, il giudice può decidere entrambi i tipi di opposizione congiuntamente se sono proposte insieme, emettendo un’unica sentenza; in tal caso, secondo la giurisprudenza, prevale il regime impugnatorio dell’opposizione all’esecuzione (quindi appello ammesso).
Riassumendo i “quando” principali: il debitore può fare opposizione all’esecuzione:
- Subito dopo il precetto, per prevenire il pignoramento (opposizione a precetto, art. 615 co.1).
- Dopo il pignoramento, ma prima che i beni siano aggiudicati/assegnati (opposizione in corso di esecuzione, art. 615 co.2).
- Eccezionalmente dopo la vendita, solo se ricorrono fatti nuovi o scusanti di ritardo non imputabili (situazione straordinaria prevista dalla nuova formulazione dell’art. 615 c.p.c. – raramente applicabile in concreto, se non per questioni relative alla distribuzione del ricavato).
In tutti i casi, è opportuno agire tempestivamente: più si attende, più l’esecuzione avanza e minori sono le chance di tutelare pienamente i propri diritti (ad esempio recuperando un bene già trasferito a terzi all’asta).
Opposizione all’esecuzione e crediti fiscali (cartelle esattoriali)
Un capitolo a sé merita la materia delle esecuzioni esattoriali e delle cartelle di pagamento (riscossione coattiva di tributi, multe e altre entrate a mezzo ruolo). In questo ambito si intersecano il procedimento ordinario ex art. 615 c.p.c. e le norme speciali della riscossione pubblica (D.P.R. 602/1973), nonché la giurisdizione tributaria per le contestazioni sul merito dei tributi. La domanda frequente è: “Si può fare opposizione all’esecuzione contro una cartella esattoriale? E se sì, quando?”. La risposta va articolata distinguendo ciò che attiene al merito del debito tributario (competenza delle commissioni tributarie) da ciò che attiene alla fase esecutiva vera e propria (competenza del giudice ordinario).
Cartella esattoriale e precetto: analogie e differenze
La cartella di pagamento (o “cartella esattoriale”) è l’atto con cui l’Agente della Riscossione (oggi Agenzia Entrate Riscossione, ex Equitalia) notifica al debitore la registrazione a ruolo di un debito tributario o sanzionatorio, intimando il pagamento entro 60 giorni. Ha funzione simile a un precetto nel sistema della riscossione coattiva pubblica. Infatti, la cartella contiene già l’intimazione ad adempiere entro un termine, trascorso il quale l’Agente può avviare misure esecutive (espropriazione) senza bisogno di un separato precetto. In questo senso, la Cassazione ha affermato che “le cartelle di pagamento hanno la medesima funzione svolta, nell’esecuzione ordinaria, dall’atto di precetto”.
Tuttavia, la cartella si inserisce in un procedimento a cavallo tra giudice tributario e giudice ordinario. Se un contribuente ritiene infondato il debito iscritto in cartella (es. imposta non dovuta, sanzione amministrativa illegittima), deve normalmente impugnare la cartella davanti al giudice tributario o al Giudice di Pace (per le multe stradali) entro i termini di legge (60 giorni per tributi, 30 giorni per multe stradali). Decorso tale termine senza ricorso, la cartella diviene definitiva (cristallizzando il debito). A quel punto, il debitore non può più contestare il merito originario della pretesa: il debito è considerato “irretrattabile” (non più discutibile quanto alla sua fondatezza intrinseca). Ad esempio, se arriva una cartella IRPEF e il contribuente non la impugna entro 60 giorni, non potrà più eccepire questioni sull’errata tassazione di quel tributo in sede di esecuzione; oppure, se riceve una cartella per multa stradale e non fa opposizione entro 30 giorni davanti al Giudice di Pace, non potrà successivamente far valere motivi di illegittimità della multa.
Opposizione nella fase esecutiva: Ciò premesso, resta la possibilità per il debitore di agire in sede di opposizione all’esecuzione quando l’Agente della riscossione inizia concretamente l’esecuzione (pignoramenti, fermi, ipoteche). Storicamente, l’art. 57 del D.P.R. 602/1973 (normativa fiscale) limitava fortemente queste opposizioni: stabiliva originariamente che non erano ammesse le opposizioni ex artt. 615 e 617 c.p.c. nell’esecuzione tributaria, salvo quelle sulla pignorabilità dei beni. In altre parole, fino a pochi anni fa, un contribuente che subiva un pignoramento per tasse non poteva opporsi in Tribunale negando il debito (questioni di merito riservate al giudice tributario) né eccependo vizi formali riguardanti la cartella o altri atti precedenti (doveva semmai farlo al giudice tributario impugnando quegli atti). Poteva solo eventualmente opporsi per questioni attinenti ai limiti di pignorabilità (es. bene impignorabile).
Tale preclusione è stata però dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 114/2018. La Consulta ha infatti ritenuto che negare del tutto al contribuente la possibilità di opporsi all’esecuzione sarebbe lesivo del diritto di difesa, almeno in riferimento ai fatti estintivi o impeditivi sopravvenuti alla formazione del titolo (cartella). Ha quindi aperto la via all’opposizione ex art. 615 c.p.c. in ambito fiscale quando dopo la definitività della cartella si verifica un evento che estingue il debito (ad es. il decorso del termine di prescrizione, un pagamento, un provvedimento legislativo di condono). In tali casi il contribuente “deve avere un rimedio” per far valere l’estinzione del credito ed evitare un’esecuzione ingiusta. La Corte ha individuato questo rimedio proprio nell’opposizione all’esecuzione innanzi al giudice dell’esecuzione (Tribunale ordinario), pur in presenza dell’art. 57 D.P.R. 602/73, che va disapplicato in parte qua perché costituzionalmente illegittimo nella parte in cui lo impediva.
Situazione attuale (dopo Corte Cost. 2018 e Cass. SS.UU.): Possiamo sintetizzare così le regole oggi vigenti per opposizioni in materia di cartelle esattoriali:
- Opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.: è ammessa ma solo per far valere fatti estintivi o impeditivi del credito sopravvenuti dopo la formazione del titolo (cartella/ruolo). Esempi ricorrenti:
- Il debitore, scaduti i 60 giorni, paga interamente il dovuto, ma per un disguido l’Agente avvia lo stesso il pignoramento – il debitore potrà opporsi al G.E. esibendo la quietanza di pagamento.
- Il debito è stato oggetto di condono o “rottamazione” (stralcio delle somme) a cui il debitore ha aderito, ma l’Agente procede ugualmente – opposizione ex art. 615 per far dichiarare l’inesistenza sopravvenuta del credito. La Cassazione già nel 2014 (ante Corte Cost.) aveva ammesso l’opposizione se l’esattore ignorava l’intervenuta definizione agevolata di un debito.
- È maturata la prescrizione del credito dopo la notifica della cartella: caso frequentissimo, ad esempio per multe stradali dove la cartella fu notificata, poi passano più di 5 anni senza atti interruttivi e improvvisamente arriva un pignoramento – il debitore può opporsi eccependo la sopravvenuta prescrizione. La Cassazione ha confermato che tale eccezione di prescrizione può essere sollevata “senza limiti temporali” in sede di opposizione all’esecuzione, anche se la cartella non fu impugnata a suo tempo.
- Analogamente, qualsiasi altro fatto successivo che estingua o sospenda il diritto di credito (es. sospensione da provvedimento giudiziario: si pensi a un piano del consumatore omologato che blocca le azioni esecutive su certi debiti – se l’Agente procede lo stesso, l’esecuzione è illegittima; il debitore può opporsi ex art. 615 per farla dichiarare improcedibile finché vige la sospensione).
Non è invece ammessa (e sarebbe dichiarata inammissibile) l’opposizione all’esecuzione “preventiva” contro la cartella, prima che inizi l’espropriazione: questo perché, finché non vi è pignoramento, la giurisdizione appartiene ancora al giudice tributario. In altri termini, non si può fare opposizione ex art. 615 solo contro la cartella nei 60 giorni, sperando di allungare i tempi: la cartella va impugnata nelle sedi proprie (commissione tributaria o GdP) entro i termini, altrimenti diventa definitiva. L’opposizione all’esecuzione davanti al tribunale ordinario scatta solo dopo l’inizio dell’esecuzione (pignoramento) e solo per i motivi ammessi (fatti sopravvenuti, ecc.). - Opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.: è teoricamente possibile per vizi formali degli atti dell’esecuzione esattoriale, ma con limitazioni. Cassazione Sezioni Unite n. 13913/2017 e 7822/2020 hanno stabilito che se il vizio riguarda la notifica del titolo esecutivo (es. cartella non notificata o notificata nulla), tale questione rientra nella giurisdizione tributaria e non può essere fatta valere con 617 davanti al giudice ordinario. In sostanza, non si può usare l’opposizione agli atti per questioni che avrebbero dovuto essere trattate dal giudice tributario: ad esempio, la mancata notifica della cartella deve essere eccepita impugnando la cartella appena se ne viene a conoscenza, tramite il primo atto utile (solitamente l’intimazione di pagamento ex art. 50 DPR 602/73 o l’estratto di ruolo) dinanzi alla Commissione Tributaria. Quindi, se il contribuente scopre che una cartella mai notificata gli è stata iscritta a ruolo solo quando riceve un intimazione di pagamento (avviso che preannuncia esecuzione), dovrà impugnare quell’intimazione in Commissione eccependo la nullità/omessa notifica della cartella, anziché aspettare e fare opposizione agli atti in tribunale.
Restano possibili invece le opposizioni ex art. 617 per vizi puramente procedurali del pignoramento stesso o degli atti esecutivi che non toccano la pretesa tributaria. Ad esempio: un pignoramento esattoriale notificato senza rispettare le forme (mancata indicazione delle cose pignorate, assenza di un avviso dovuto, ecc.) può essere impugnato in tribunale ex art. 617 entro 20 giorni. Oppure, irregolarità nella vendita (anche se raro in esecuzioni esattoriali, che spesso sono mobiliari presso terzi) potrebbero essere oggetto di opposizione agli atti.
Le Sezioni Unite n. 4845-4846/2021 hanno inoltre chiarito che se un’opposizione viene proposta lamentando sia vizi formali del pignoramento che vizi attinenti al titolo (notifica della cartella), il giudice ordinario può decidere sul vizio formale e ciò assorbe il resto. In pratica: se un debitore presenta un 617 in cui dice “il pignoramento è nullo perché manca la nota di iscrizione a ruolo, e comunque la cartella non mi fu notificata”, il Tribunale può limitarsi a constatare che effettivamente il pignoramento è nullo per difetto di formalità e annullarlo – a quel punto cade l’esecuzione e non serve affrontare la questione della cartella non notificata (che rimane teoricamente di competenza tributaria). Questo per evitare rimpalli di giurisdizione e risolvere la vicenda col vizio palese. In generale però, l’opposizione agli atti in ambito esattoriale è ammissibile solo per aspetti procedurali che non incidono sul rapporto tributario. - Opposizione di terzo: non ha peculiarità speciali; un terzo proprietario di beni pignorati per debiti tributari può opporsi come in ogni esecuzione (caso raro, es. Agenzia pignora un’auto sostenendo che è del debitore ma il terzo rivendica la proprietà – Caio fa opposizione ex 619 al tribunale).
- Giudice competente: tutte le opposizioni 615/617/619 in materia esattoriale vanno presentate al Tribunale civile – sezione esecuzioni del luogo competente (di norma, per immobili il tribunale dove l’immobile è sito; per mobili e crediti, il tribunale del luogo dove si procede/presso terzi domiciliati). Questo perché, come visto, la giurisdizione tributaria “cede il passo al giudice ordinario” per gli atti dell’esecuzione forzata successivi alla notifica della cartella e, ove prevista, dell’intimazione di pagamento. Le Commissioni Tributarie (oggi “Corti di Giustizia Tributaria”) non hanno giurisdizione sugli atti dell’esecuzione forzata in senso stretto (pignoramenti, aste, ecc.). Dunque il giudice ordinario – il Tribunale – è competente per le opposizioni in questa fase finale. Fanno eccezione solo le multe stradali: poiché il giudice naturale delle sanzioni amministrative è il Giudice di Pace (ai sensi della L. 689/1981), in alcuni casi la giurisprudenza ha ritenuto ammissibile che l’opposizione esecutiva su multe venga proposta al Giudice di Pace (ad esempio, opposizione contro un’intimazione di pagamento per multe eccependo la prescrizione, come nel caso riportato di Cassazione 2024). In effetti, la Cassazione nella pronuncia n. 18152/2024 ha confermato che l’opposizione all’esecuzione per multe stradali può essere proposta innanzi al Giudice di Pace competente per valore (trattandosi di materia di sua competenza originaria), ed è priva di termini di decadenza per eccepire la prescrizione maturata dopo. Nel caso specifico, un’automobilista aveva impugnato davanti al GdP un’intimazione di pagamento per violazioni stradali, eccependo la prescrizione quinquennale del credito maturata tra la notifica del verbale e la cartella. GdP e Tribunale le avevano dato torto ritenendo tardiva l’eccezione; la Cassazione invece ha cassato affermando che l’eccezione era proponibile senza limiti di tempo ex art. 615 c.p.c.. Questo conferma che, in materia di sanzioni codice della strada, il Giudice di Pace è competente per l’opposizione esecutiva (anche se la cartella non fu impugnata) e che la prescrizione sopravvenuta è opponibile in ogni momento prima o durante l’esecuzione.
- Ruolo ed estratto di ruolo non notificati: va accennato al tema dell’estratto di ruolo (il documento che il contribuente ottiene dall’Agente della Riscossione con l’elenco delle cartelle a suo carico). Molti debitori in passato usavano impugnare direttamente l’estratto di ruolo davanti al giudice (spesso tributario) per far dichiarare prescritti o nulli i crediti in esso indicati, pur non avendo mai ricevuto le cartelle. Nel 2021 il legislatore (DL 146/2021, art. 3-bis) ha introdotto il comma 4-bis all’art. 12 DPR 602/73, prevedendo che non sono impugnabili direttamente né l’estratto di ruolo né la cartella non notificata, salvo tre casi tassativi: 1) per evitare un pregiudizio alla partecipazione a pubbliche gare/appalti; 2) per evitare un blocco di pagamenti da parte di PA; 3) per evitare la perdita di un beneficio nei rapporti con la PA. Fuori da queste ipotesi, il contribuente non può più ricorrere subito in giudizio appena scopre di avere un debito su estratto di ruolo; deve attendere un atto della riscossione (come l’intimazione o il pignoramento) e impugnare quello. Le Sezioni Unite n. 26283/2022 hanno confermato la legittimità costituzionale di questa norma e la sua applicabilità retroattiva ai ricorsi pendenti. Hanno cioè stabilito che i ricorsi avverso estratti di ruolo sono inammissibili alla luce del nuovo art. 12, comma 4-bis, e ciò vale anche per i giudizi in corso, purché il debitore non rientri nelle tre condizioni eccezionali. In pratica, questo vuol dire che se il debitore viene a conoscenza di un vecchio debito tramite estratto di ruolo, ma non riceve alcun atto esecutivo, non può agire né in Commissione né in Tribunale ordinario per far dichiarare la prescrizione. Dovrà attendere un atto della riscossione (come una intimazione di pagamento o un pignoramento) e solo allora potrà reagire: se l’atto è un’intimazione, potrà impugnarla in Commissione per far valere l’omessa notifica della cartella e chiedere l’annullamento per intervenuta decadenza/prescrizione; se l’atto è già un pignoramento, potrà agire in Tribunale con opposizione agli atti (per la nullità del pignoramento in assenza di intimazione) e/o opposizione all’esecuzione (per la prescrizione sopravvenuta) secondo i casi. Le SU 2022 hanno sancito che questa disciplina speciale non lede il diritto di difesa, in quanto resta comunque la possibilità di agire quando c’è un atto esecutivo e se si subisce un pregiudizio concreto.
In sintesi per il debitore in ambito fiscale:
- Se ritieni che il debito indicato nella cartella non sia dovuto in origine (es: imposta sbagliata, multa ingiusta) – devi impugnare la cartella (o l’atto presupposto) entro i termini nelle sedi proprie (Commissione Tributaria per tributi, Giudice di Pace per multe). Se non lo fai, quel debito diventa definitivo e non potrai più contestarne la fondatezza. L’opposizione all’esecuzione non serve a rimettere in discussione il merito originario del tributo.
- Se hai scoperto di avere un debito da cartella mai notificata – non puoi rivolgerti subito al Tribunale; se ne hai notizia tramite un estratto di ruolo, verifica se rientri nelle eccezioni di legge per agire subito (gare, pagamenti PA, benefici); altrimenti devi attendere un atto esecutivo e contestare quello (intimazione in Commissione, pignoramento in Tribunale).
- Se il creditore inizia l’esecuzione (pignoramento) su una cartella ormai definitiva, puoi:
- Opposizione ex art. 615 c.p.c. al Tribunale per far valere eventuali fatti successivi che hanno estinto il debito (es. pagamento, prescrizione dopo cartella, sanatoria legislativa). Esempio concreto: cartella per contributi INPS notificata 10 anni fa e mai pagata; l’INPS inizia ora pignoramento su conto corrente; tu eccepisci che il credito è ormai prescritto (prescrizione quinquennale dei contributi, maturata perché per 10 anni nessuno ha inviato atti interruttivi) – lo puoi fare con opposizione all’esecuzione, senza limiti di tempo, perché la prescrizione è maturata dopo la notifica della cartella. Cassazione ha infatti ribadito che la cartella può essere prescritta anche se non impugnata inizialmente, e l’eccezione di prescrizione è proponibile in qualunque momento in sede esecutiva. L’unico limite è la verifica dell’interesse ad agire: devi cioè avere un concreto rischio (un atto esecutivo in corso) per poterti opporre, non un semplice timore astratto.
- Opposizione ex art. 617 c.p.c. al Tribunale per vizi procedurali del pignoramento (o di atti successivi). Esempio: il pignoramento immobiliare esattoriale non è preceduto dall’intimazione di pagamento prevista dall’art. 50 DPR 602/73 (se sono trascorsi più di 1 anno dalla cartella); la Cassazione ha detto che la mancanza dell’intimazione rende il pignoramento illegittimo, ma tale vizio va fatto valere in sede di opposizione agli atti al Tribunale ordinario, purché nei 20 giorni dal pignoramento. Oppure: il pignoramento è viziato perché la cartella di cui è esecuzione non fu mai notificata – attenzione, questo specifico vizio secondo le SS.UU. 2017/2020 attiene al difetto di notifica del titolo e come tale andrebbe portato al giudice tributario (impugnando la prima intimazione utile). Quindi in sede di 617 innanzi al G.E. conviene concentrarsi sui vizi interni al pignoramento (formali o procedurali).
- Se il pignoramento colpisce beni impignorabili (ad es. stipendio sotto soglia, prima casa esentata se ricorrono le condizioni di legge) – questo è un tipico motivo da far valere con opposizione all’esecuzione ex art. 615 (pignorabilità dei beni), come riconosciuto espressamente dall’art. 615 co.2. L’art. 57 DPR 602/73 infatti già originariamente ammetteva le opposizioni limitatamente alla pignorabilità dei beni, e ciò è tuttora pacifico. Quindi se Agenzia Entrate Riscossione pignora la tua prima casa violando l’art. 76 DPR 602/73 (che sotto certe condizioni vieta l’esproprio dell’abitazione principale per debiti fiscali), potrai proporre opposizione all’esecuzione chiedendo la declaratoria di improcedibilità dell’esecuzione su tale immobile.
Concludendo sul punto fiscale: Le opposizioni civili sono per il contribuente rimedi di ultima istanza. Si utilizzano quando non è più possibile (o non è stato possibile) agire per vie “ordinarie” in sede tributaria, oppure quando si sono verificate circostanze successive che l’ente riscossore non ha considerato. È sempre preferibile prevenire l’esecuzione impugnando per tempo le cartelle o chiedendo sospensioni all’Agente della Riscossione (es. con istanza di rateazione, che blocca i pignoramenti finché si paga regolarmente). Ma se l’esecuzione parte, il debitore ha comunque strumenti di difesa: può contestare sia il fumus del diritto del Fisco (se il debito è nel frattempo cessato o sospeso) sia eventuali violazioni procedurali. Le più recenti pronunce, come visto, sono favorevoli al debitore: ad esempio la Cassazione 2024 ha confermato che la prescrizione delle multe può essere eccepita in qualsiasi momento in opposizione all’esecuzione, senza decadere nemmeno se la cartella non fu impugnata. E la Cassazione 2022 a Sezioni Unite ha chiarito che il contribuente non può agire troppo presto (su estratti di ruolo) ma neppure resterà senza tutela: dovrà attendere un atto esecutivo e poi potrà far valere le sue ragioni con i mezzi opportuni.
Domande frequenti (FAQ) sull’opposizione all’esecuzione
D1: Chi può fare opposizione all’esecuzione?
R: Può proporla il debitore contro cui si procede forzatamente, nonché eventuali soggetti che subiscono l’esecuzione pur non essendo debitori diretti (es. terzo proprietario di bene pignorato). In pratica, chiunque abbia la legittimazione passiva nel processo esecutivo e voglia contestarne il fondamento. I creditori invece non fanno opposizione all’esecuzione (semmai possono contestare il modo di distribuzione o l’ammissibilità di altri creditori, con altri strumenti). Discorso a parte per l’opposizione di terzo (art. 619 c.p.c.), che può proporla un terzo estraneo che rivendica un bene pignorato come suo. Ma l’opposizione “all’esecuzione” in senso stretto è tipicamente uno strumento del debitore esecutato.
D2: In quali casi un debitore può opporsi all’esecuzione forzata?
R: Quando contesta che il creditore procedente non ne abbia il diritto. I casi più comuni: (i) il debitore ha già pagato o il debito si è estinto (prescrizione, compensazione, novazione, transazione, ecc.); (ii) il titolo esecutivo è invalido o inesistente (es. titolo mancante, provvedimento revocato, documento non avente forza esecutiva); (iii) il debitore non è in realtà tenuto (errore di persona, difetto di legittimazione, ecc.); (iv) i beni colpiti sono per legge impignorabili; (v) l’importo richiesto è superiore al dovuto secondo il titolo (e quindi si chiede di ridurre l’esecuzione a quanto eventualmente dovuto). In sintesi, ogni volta che il presupposto sostanziale dell’esecuzione manca o è venuto meno. Non è invece possibile opporsi (ex art. 615) per motivi puramente dilatori o formali: se non si contesta il diritto di procedere ma solo un vizio dell’atto, l’azione è un’altra (opposizione agli atti ex art. 617). Ad esempio, se il precetto contiene errori formali ma il debito è incontestato, si dovrà semmai fare opposizione agli atti entro 20 giorni, non opposizione all’esecuzione.
D3: L’opposizione all’esecuzione sospende automaticamente il pignoramento e la vendita?
R: No. L’opposizione non produce effetti sospensivi ipso iure. Per bloccare la procedura, il debitore deve presentare una specifica istanza di sospensione al giudice dell’esecuzione (o al giudice dell’opposizione, se prima dell’esecuzione) indicando i motivi di gravità. Sarà poi il giudice, se ravvisa gravi motivi, a emettere un’ordinanza di sospensione dell’esecuzione. Fino a quel momento, l’esecuzione può proseguire. Esempio: Caio oppone il pignoramento sostenendo di aver pagato, ma il giudice non concede subito la sospensione – l’asta fissata potrebbe comunque avvenire, e solo se e quando Caio otterrà una sospensione la procedura si arresterà. Dunque, è essenziale richiedere la sospensione nell’atto di opposizione (o con ricorso urgente successivo) e fornire elementi convincenti. In caso di rigetto della sospensione, l’esecuzione continuerà il suo corso durante la pendenza della causa (con il rischio che i beni vengano venduti). La sospensione concessa può essere sia totale sia parziale (ad es. limitata a una parte del credito). La legge prevede anche che, se l’opposizione è solo parziale, il giudice possa sospendere in parte pro quota.
D4: Qual è il termine per fare opposizione all’esecuzione?
R: Non c’è un termine di decadenza fisso come i 20 giorni dell’opposizione agli atti. Tuttavia, l’art. 615 c.p.c. impone che l’opposizione preventiva avvenga prima che inizi l’esecuzione (quindi prima del pignoramento), e che l’opposizione successiva sia proposta prima che vi sia la vendita o assegnazione dei beni. In pratica, il debitore può opporsi liberamente appena riceve il precetto (subito o anche dopo alcuni giorni, purché prima che il creditore pignori) e può ancora opporsi dopo il pignoramento, ma facendo attenzione a non arrivare a ridosso della vendita all’asta. Se i beni sono già stati messi all’asta e venduti, l’opposizione tardiva rischia di essere dichiarata inammissibile, a meno che il debitore provi che il motivo è sopravvenuto o che il ritardo non è colpa sua. Quindi, per sicurezza: opporre il precetto entro i 90 giorni di efficacia di quest’ultimo (meglio entro i primi 10 giorni per avere sospensione prima del pignoramento); opporre il pignoramento il prima possibile, idealmente entro i primi atti (anche se non c’è un termine perentorio, farlo subito evita di oltrepassare la fase della vendita). Se l’opposizione all’esecuzione è fondata su un evento sopravvenuto (es. un condono uscito dopo la vendita), allora potrà essere proposta appena tale evento avviene, invocando l’eccezione alla preclusione.
D5: Devo aspettare di essere pignorato per oppormi?
R: No, non necessariamente. Se hai già ricevuto un atto di precetto, puoi agire prima che parta il pignoramento (opposizione a precetto). Anzi, se hai elementi solidi per contestare il diritto del creditore, è consigliabile farlo subito per evitare il pignoramento e i relativi disagi. Ad esempio, se ricevi un precetto basato su un decreto ingiuntivo e tu hai nel frattempo ottenuto la sospensione in appello di quel decreto (o hai pagato), puoi fare opposizione immediata. Oppure, se il precetto è su cambiale che reputi falsa o già pagata, puoi opporti prima. Se invece non hai ricevuto alcun precetto (come spesso accade con le cartelle esattoriali, che valgono di per sé come precetto) e ti arriva direttamente un atto esecutivo (es. “atto di pignoramento presso terzi”), allora il primo momento utile per opporsi è subito dopo tale atto. In ogni caso, l’opposizione preventiva al precetto è facoltativa: puoi anche decidere di non opporti al precetto ma aspettare l’esecuzione e poi opporre quella – non perdi il diritto (non c’è decadenza) però attenzione: se non hai sospeso prima, il pignoramento avverrà e forse i beni saranno già vincolati. Quindi dipende dalla strategia: opponi prima possibile se vuoi bloccare sul nascere; se per qualche motivo non l’hai fatto e vieni pignorato, puoi ancora opporre in seguito.
D6: Come si avvia l’opposizione all’esecuzione? Serve un avvocato?
R: Sì, l’opposizione all’esecuzione è un atto giudiziario che richiede il ministero di un avvocato (salvo tu stesso sia avvocato abilitato e riguardi te). Si propone, come visto, con atto di citazione (se prima dell’esecuzione) o con ricorso al tribunale (se a esecuzione iniziata). È dunque altamente consigliato farsi assistere da un avvocato, preferibilmente specializzato in esecuzioni, poiché si tratta di procedimenti tecnici e con tempi stringenti. Il costo di giustizia (contributo unificato) varia a seconda del valore: per un’opposizione a precetto l’importo è commisurato al valore del credito contestato, mentre per l’opposizione in corso di esecuzione il contributo unificato è fisso (attualmente € 168) poiché considerata incidentale cautelare. In ogni caso, vista la posta in gioco (beni pignorati, case all’asta, ecc.), l’assistenza legale è praticamente indispensabile.
D7: Cosa succede se l’opposizione all’esecuzione viene accolta?
R: Se l’opposizione ha esito favorevole, il giudice dichiarerà che l’esecuzione non doveva procedere (in tutto o in parte). In pratica potrà: annullare il precetto e tutti gli atti esecutivi, dichiarando estinto il pignoramento; oppure limitare l’esecuzione (se la contestazione era parziale, ad es. ridurre il pignoramento all’importo non contestato); o ancora dichiarare improcedibile l’esecuzione per difetto di titolo o di credito. Qualora fossero già stati compiuti atti di esecuzione, il giudice predisporrà il ripristino della situazione: ad es., se un immobile è stato illegittimamente pignorato e non ancora venduto, viene liberato dal vincolo; se dei soldi del debitore erano stati prelevati su conto e accantonati, vengono restituiti; se – ipotesi complessa – fosse già avvenuta la vendita di un bene, la questione si sposta su come ristorare il debitore (ma il bene aggiudicato di solito rimane al terzo in buona fede). Inoltre, il creditore soccombente sarà quasi sempre condannato a rifondere le spese legali al debitore opponente. In certi casi, se l’esecuzione era manifestamente ingiusta e temeraria, il debitore potrebbe chiedere anche un risarcimento danni (ad esempio per il pregiudizio subito per un pignoramento illegittimo); ma ciò richiede una responsabilità aggravata ex art. 96 c.p.c. non facile da dimostrare. Nella maggior parte delle ipotesi l’accoglimento dell’opposizione segna la fine della procedura esecutiva a carico del debitore per quel titolo/credito: il debito viene dichiarato inesigibile coattivamente. Attenzione: se la ragione di accoglimento è un fatto estintivo sopravvenuto (pagamento, prescrizione), il debito in sé è estinto; ma se la ragione è ad es. un vizio del titolo (titolo annullato) potrebbe darsi che il creditore ottenga un altro titolo e riprovi più avanti (cosa non possibile se ormai il credito è estinto o prescritto, ovviamente).
D8: E se invece l’opposizione viene rigettata?
R: In tal caso l’esecuzione prosegue normalmente. Il rigetto in fase sommaria (ordinanza del G.E.) consente comunque al debitore di proseguire la battaglia nella fase di merito (riassumendo la causa). Ma se anche alla fine il giudizio di merito si conclude con sentenza sfavorevole, l’esecuzione era legittima e potrà giungere a compimento. Il debitore sopportarà le spese legali (dovrà pagare le spese processuali al creditore vittorioso) e, se aveva ottenuto una sospensione cautelare, questa verrà revocata e il procedimento esecutivo riprenderà da dove era rimasto. Ad esempio: Tizio oppone il pignoramento immobiliare e ottiene sospensione; la causa va male per lui, il tribunale rigetta nel merito e revoca la sospensione – a quel punto il G.E. fisserà una nuova asta e la casa potrà essere venduta. Va detto che se nel frattempo sono trascorsi molti mesi o anni, può essere necessario rinnovare alcune formalità (ad es. la perizia di stima se scaduta). In linea teorica, il debitore può proporre appello contro la sentenza di rigetto (nel caso di opposizione ex 615, perché ex 617 non c’è appello), chiedendo magari anche in appello una sospensione ex art. 283 c.p.c.; ma ottenere sospensioni in appello è difficile, e l’esecuzione intanto potrebbe concludersi. Se l’esecuzione si conclude prima che l’appello si definisca, l’appello potrebbe diventare privo di oggetto concreto (se non per le spese). Dunque, dopo un rigetto, il debitore deve valutare costi/benefici di insistere impugnando. Nella pratica, molti debitori in caso di rigetto cercano di negoziare col creditore un accordo o attendono che la procedura faccia il suo corso, magari puntando a riacquistare l’immobile venduto tramite terzi ecc. L’opposizione respinta, soprattutto se con sospensione revocata, pone il debitore in una posizione processuale debole. Va anche notato che un’opposizione temeraria o dilatoria può esporre il debitore a sanzioni per lite temeraria (art. 96 c.p.c.): ad es., se il debitore ha opposto pretestuosamente un titolo chiaramente valido, il giudice potrebbe condannarlo a una somma per abuso del processo. Quindi conviene opporsi solo se vi sono reali motivi fondati.
D9: È possibile opporsi se l’esecuzione riguarda un titolo giudiziale (es. sentenza) ormai definitiva?
R: Sì, ma solo per fatti successivi. Una sentenza passata in giudicato è un titolo esecutivo insindacabile quanto al merito: il debitore non può con l’opposizione all’esecuzione rimettere in discussione il contenuto della sentenza (sarebbe un’impugnazione tardiva non ammessa). Potrà però opporre che dopo la sentenza è accaduto qualcosa che impedisce l’esecuzione. Esempio: sentenza di condanna al pagamento, divenuta definitiva, il creditore avvia esecuzione – il debitore potrà opporre solo fatti sopravvenuti (pagamento post-sentenza, transazione col creditore dopo la sentenza, prescrizione del diritto di procedere se sono passati 10 anni dalla sentenza, ecc.). Se prova uno di questi fatti, l’esecuzione verrà fermata. Se invece il debitore pretende di rimettere in discussione la sentenza stessa (“non dovevo essere condannato”, “il giudice ha sbagliato”), l’opposizione verrà respinta perché ciò attiene al merito già giudicato e coperto dall’autorità di cosa giudicata. In pratica, una sentenza definitiva non è attaccabile con opposizione all’esecuzione se non per cause esterne al titolo (ad es. il creditore ha dichiarato di rinunciare all’esecuzione dopo la sentenza, oppure la sentenza è stata ottemperata). Lo stesso vale per un decreto ingiuntivo non opposto: essendo definitivo, se non è stato pagato, il debitore potrà opporsi all’esecuzione solo per ragioni sopravvenute (tipicamente pagamento post-ingiunzione o prescrizione del decreto se sono passati oltre 10 anni, ecc.). Qualora invece il decreto ingiuntivo non fosse definitivo (perché ancora opposto con giudizio pendente) e tuttavia provvisoriamente esecutivo, il debitore può opporsi all’esecuzione deducendo eventualmente fatti estintivi sopravvenuti oppure chiedendo la sospensione in attesa dell’esito del giudizio di merito di opposizione a decreto.
D10: Si può fare opposizione all’esecuzione contro le banche o altri creditori particolari?
R: Sì, le regole sono le medesime indipendentemente dalla natura del creditore. Ad esempio, nel caso di pignoramento da parte di una banca per mutuo scaduto, il debitore potrà opporre se il mutuo è già stato rinegoziato, se la banca non aveva titolo esecutivo (es. non ha fatto precetto su BOL o non ha invocato la decadenza del termine correttamente), ecc. Opposizioni frequenti in ambito bancario riguardano: contestazioni sul calcolo degli interessi (es. interessi usurari – ma attenzione: contestare l’entità del credito per usura è spesso considerato merito della causa già eventualmente definita, quindi se il titolo è un contratto di mutuo definito potrebbe non essere ammesso come opposizione esecutiva); oppure eccezioni di nullità della procedura di risoluzione del contratto (ad esempio finanziamenti ex Legge 130 con precetto viziato). In generale, se la banca ha un mutuo fondiario e ottiene un decreto di trasferimento dell’immobile, il debitore non può poi opporsi lamentando cose che doveva far valere prima (es. contestare il saldo debitore, doveva farlo nell’eventuale opposizione al mutuo). Se però la banca commette un abuso (es. procede pur dopo un accordo di ristrutturazione del debito omologato in tribunale), allora il debitore potrà opporsi ex 615. Quindi con le banche il principio non cambia: l’opposizione all’esecuzione serve se c’è un abuso del diritto di esecuzione da parte della banca, non per rinegoziare il debito.
D11: Posso oppormi se mi hanno già venduto la casa all’asta?
R: In linea di massima, no. Se la casa è già stata aggiudicata e il giudice ha emesso il decreto di trasferimento (vendita giudiziaria conclusa), l’opposizione all’esecuzione proposta dopo sarebbe tardiva e inammissibile, salvo casi eccezionali. Ad esempio, se il decreto di trasferimento non è ancora stato trascritto e spuntasse un fatto clamoroso (una legge che annulla i debiti prima di quella data), teoricamente il debitore potrebbe tentare un’opposizione ex art. 615 invocando il fatto sopravvenuto, ma la posizione dell’aggiudicatario terzo va comunque tutelata. L’ordinamento tende a stabilizzare gli effetti delle aste concluse. Quindi, se ci si oppone troppo tardi (a bene ormai venduto), anche ottenendo ragione sul merito del debito spesso non si riesce a recuperare il bene: al più il ricavato non viene dato al creditore e rimane al debitore o viene restituito, oppure si apre la via a un risarcimento. Ma non è realistico sperare di far annullare la vendita all’asta tramite opposizione all’esecuzione tardiva, a meno che l’aggiudicatario non sia lo stesso creditore (caso in cui c’è maggior margine, perché il terzo acquirente coincide col creditore procedente, quindi si può risolvere restituendo il bene al debitore). In conclusione: bisogna agire prima della vendita. Se la vendita è già stata fatta, le chance di salvare la casa sono praticamente nulle, se non in casi di nullità della vendita stessa (che però vanno dedotti con opposizione agli atti e comunque prima che il decreto sia definitivo).
D12: Quali sono i costi e i tempi di un’opposizione all’esecuzione?
R: I costi includono il contributo unificato (variabile: ad esempio, per cause di valore oltre €52.000 è € 379; ma se è in corso di esecuzione e considerata come cautelare, inizialmente è € 168 come indicato dal Tribunale di Asti; in ogni caso verrà poi integrato nel merito) e i compensi dell’avvocato secondo tariffe, che dipendono dal valore del debito contestato e dalla complessità. Se l’opposizione è rapida (magari si risolve in 1-2 udienze perché il creditore rinuncia, ecc.), i costi legali possono essere contenuti; se si protrae con CTU, prove, ecc., aumentano. I tempi: un’opposizione può risolversi in pochi mesi nella fase sommaria (specie se la questione è chiara) oppure trascinarsi per anni nel giudizio di merito. La fase sommaria davanti al G.E. è tendenzialmente veloce: l’udienza viene fissata spesso entro 1-2 mesi dal ricorso; il G.E. decide con ordinanza forse in altri 1-2 mesi; quindi in 3-4 mesi potresti avere l’esito sommario (sospensione sì/no, accoglimento iniziale sì/no). Il giudizio di merito poi segue i tempi di una causa civile ordinaria (potrebbero volerci 1-2 anni in primo grado e altro in appello). Nel frattempo la procedura esecutiva può essere sospesa se hai ottenuto la sospensione, altrimenti va avanti e magari finisce prima che la causa oppositiva sia finita (rendendo la causa magari superata, a meno di danni). Dunque l’opposizione all’esecuzione è un rimedio necessario ma non sempre rapido: proprio per questo il legislatore ha predisposto la fase sommaria davanti al G.E. per dare una risposta veloce e se possibile definire lì la faccenda o almeno sospendere. Inoltre, oggi con la riforma “Cartabia” 2022/2023 si cerca di velocizzare le esecuzioni, quindi i giudici tendono a non farle stagnare troppo in presenza di opposizioni: o sospendono o spingono per definire in fretta la causa. Alcune controversie (es. opposizioni con eccezioni di incostituzionalità, o casi complessi di calcolo interessi) possono comunque prolungarsi.
Conclusioni
L’opposizione all’esecuzione è dunque un istituto di fondamentale importanza per il debitore, da utilizzare con cognizione di causa e tempestività. Abbiamo visto quando si può (e non si può) fare opposizione: prima o dopo il pignoramento, ma non a esecuzione praticamente conclusa; abbiamo visto i motivi che possono essere fatti valere (soprattutto eventi estintivi del debito o vizi radicali del titolo) e quelli che invece esulano (contestazioni sul merito ormai precluse). Si è chiarito anche lo snodo con la materia fiscale/esattoriale, dove vigono particolari restrizioni ma comunque il debitore non è privo di tutele grazie all’intervento della Corte Costituzionale e a recenti pronunce di legittimità che gli riconoscono ampi diritti di difesa (come l’assenza di decadenza per eccepire la prescrizione di una cartella non impugnata a suo tempo).
Dal punto di vista del debitore, il messaggio è: conoscere i propri diritti e i limiti temporali per esercitarli è cruciale. Se ritieni che l’esecuzione sia ingiusta perché il debito non sussiste o non è più dovuto, agisci prontamente con l’assistenza di un legale, valutando l’opportunità di un’opposizione. Il sistema giuridico offre questa chance, ma spetta al debitore attivarsi in modo corretto, evitando sia le inerzie (che possono precludere tutela effettiva) sia le azioni avventate (che possono essere rigettate e aggravare la situazione).
In conclusione, “quando si può fare opposizione all’esecuzione?” La risposta in sintesi è: ogni volta che il debitore ha una valida ragione per negare che il creditore possa eseguire, purché tale ragione venga fatta valere tempestivamente nelle fasi iniziali o intermedie dell’esecuzione e non consista in questioni ormai coperte dal giudicato o dalla definitività del titolo. Il quadro normativo aggiornato al 2025 e la giurisprudenza attuale, come abbiamo illustrato, delineano con precisione questi confini, offrendo al debitore strumenti efficaci per proteggersi da esecuzioni illegittime, nel rispetto però dei termini e delle procedure previste.
Fonti e riferimenti normativi/giurisprudenziali
- Codice di Procedura Civile, artt. 615-618, 619 c.p.c. – Disciplina delle opposizioni esecutive (opposizione all’esecuzione, opposizione agli atti esecutivi, opposizione di terzo). Testo aggiornato dell’art. 615 c.p.c. (come modificato dal d.lgs. 149/2022) consultabile in Gazzetta Ufficiale. L’art. 615 c.p.c. comma 2 stabilisce l’inammissibilità dell’opposizione dopo la vendita, “salvo che sia fondata su fatti sopravvenuti ovvero l’opponente dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile”. L’art. 617 c.p.c. prevede il termine perentorio di 20 giorni per l’opposizione agli atti. L’art. 619 c.p.c. disciplina l’opposizione di terzo.
- Disposizioni speciali in materia di riscossione tributi: D.P.R. 29 settembre 1973 n. 602, art. 57 (opposizioni all’esecuzione esattoriale) – nella versione originaria escludeva le opposizioni ex artt. 615 e 617 c.p.c. “salvo quelle riguardanti la pignorabilità dei beni”; parzialmente dichiarato incostituzionale da Corte Cost. 114/2018. D.Lgs. 546/1992, art. 2 e art. 19 – individuano la giurisdizione tributaria per le controversie sui tributi, escludendo gli atti dell’esecuzione forzata successivi alla cartella e prevedendo gli atti impugnabili in Commissione (tra cui cartella di pagamento, avviso di mora, fermo, ipoteca). DL 146/2021 conv. L. 215/2021, art. 3-bis – introduce l’art. 12 comma 4-bis DPR 602/73, che rende inammissibili i ricorsi avverso estratti di ruolo e cartelle non notificate, salvo tre casi tassativi.
- Corte Costituzionale: sentenza n. 114/2018 – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 57 DPR 602/73 nella parte in cui precludeva l’opposizione ex art. 615 c.p.c. per far valere fatti estintivi sopravvenuti del debito. La Consulta afferma che il contribuente ha diritto a un rimedio davanti al giudice ordinario per opporsi all’esecuzione tributaria se dopo la definitività del titolo si verifica un evento estintivo del credito.
- Cassazione – Sezioni Unite:
- Sentenza n. 26283/2022 (SS.UU. 6 settembre 2022) – ha sancito l’inammissibilità dei ricorsi contro estratti di ruolo alla luce del nuovo art. 12, co.4-bis, DPR 602/73, confermandone la legittimità e l’applicabilità ai giudizi pendenti. Ha ribadito il riparto: atti successivi alla cartella = giudice ordinario, atti precedenti = giudice tributario.
- Sentenze nn. 13913/2017 e 7822/2020 (SS.UU.) – hanno stabilito che la mancata notifica della cartella rientra nei vizi da far valere davanti al giudice tributario e non tramite opposizione formale al G.O..
- Sentenze nn. 4845 e 4846/2021 (SS.UU.) – sul cumulo di vizi formali e sostanziali in opposizione: il giudice ordinario può decidere i vizi formali assorbendo quelli di merito di competenza tributaria.
- Cassazione – Sez. III Civile:
- Ordinanza n. 18152/2024 (deposito 2 luglio 2024) – ha affermato che l’eccezione di prescrizione di un credito da sanzione amministrativa (multa stradale) è proponibile senza limiti temporali con opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., anche se sollevata in occasione di un atto successivo (intimazione) e non si era impugnata la cartella nei termini. La cartella esattoriale svolge funzione di precetto e la contestazione sull’esistenza del credito (prescritto) può essere proposta in ogni momento come opposizione all’esecuzione. (Conforme: Cass. ord. n. 13304/2024 – vedi infra.)
- Ordinanza n. 13304/2024 (deposito 14 maggio 2024, Sez. III) – caso analogo di riscossione multe: ha statuito che l’eccezione di prescrizione del credito per omessa notifica della cartella costituisce motivo di opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c., e la mancata tempestiva opposizione agli atti successivi non preclude tale eccezione. In altri termini, anche se il debitore non ha impugnato per tempo l’intimazione o altri atti, può comunque far valere in sede esecutiva la prescrizione sopravvenuta perché la cartella (mai notificata regolarmente) vale solo come atto interruttivo e non come presupposto necessario dell’esecuzione.
- Sentenza n. 25170/2018 – (richiamata in dottrina) ha stabilito la necessità della fase sommaria dinanzi al G.E. nelle opposizioni successive all’esecuzione, pena l’improponibilità della domanda di merito. Ha quindi sancito la “struttura bifasica necessaria” delle opposizioni esecutive post-pignoramento.
- Sentenza n. 21690/2016 – afferma che il pignoramento esattoriale non è atto impugnabile in Commissione tributaria (giurisdizione ordinaria per esecuzione).
- Sentenza n. 2090/2002 (SS.UU. 2002 cit.) – in passato confermava il divieto di opposizioni a esecuzione in ambito tributario prima della riforma del 1999 (superato da Corte Cost. 2018).
- Sentenza n. 19704/2015 – aveva aperto all’impugnazione dell’estratto di ruolo prima della norma 2021, con lettura costituzionalmente orientata poi superata dalla legge e da SS.UU. 2022.
Hai ricevuto un pignoramento che ritieni ingiusto? Potresti fare opposizione all’esecuzione con Studio Monardo
L’opposizione all’esecuzione è lo strumento legale con cui puoi contestare il diritto stesso del creditore a procedere forzatamente contro di te.
Non riguarda vizi formali, ma va dritta al cuore della questione: il credito esiste davvero? È ancora valido? Il titolo esecutivo è legittimo?
Se la risposta è no, hai diritto a opporti e a bloccare tutto.
Quando è possibile presentare opposizione all’esecuzione?
Puoi fare opposizione all’esecuzione nei seguenti casi:
- Il debito è già stato pagato, ma il creditore agisce lo stesso
- Il titolo esecutivo (decreto ingiuntivo, sentenza, cartella) è nullo, prescritto o mai notificato
- Il creditore agisce per una somma diversa da quella realmente dovuta
- L’obbligazione è inesistente, estinta o condizionata
- Hai già ottenuto la sospensione o l’annullamento del debito, ma l’azione esecutiva prosegue
- Il bene aggredito non può essere oggetto di esecuzione (es. beni impignorabili)
⚠️ Attenzione: l’opposizione va proposta entro 20 giorni dall’inizio dell’esecuzione o dalla notifica dell’atto che intendi contestare.
🛡️ Come può aiutarti l’Avvocato Giuseppe Monardo
📂 Analizza la legittimità del titolo esecutivo e la fondatezza del credito contestato
📑 Redige l’atto di opposizione all’esecuzione e lo deposita nei termini
⚖️ Chiede al giudice la sospensione urgente dell’esecuzione in corso
✍️ Ti rappresenta nel giudizio di merito per far dichiarare l’inesistenza del debito
🔁 Ti assiste anche nella ricostruzione della posizione debitoria complessiva e nella gestione dei creditori
🎓 Le qualifiche dell’Avvocato Giuseppe Monardo
✔️ Avvocato esperto in diritto dell’esecuzione forzata e opposizione ai creditori
✔️ Difensore in procedimenti per cartelle, decreti ingiuntivi e pignoramenti ingiusti
✔️ Iscritto come Gestore della crisi presso il Ministero della Giustizia
✔️ Consulente per famiglie, imprenditori, professionisti e società in difficoltà
Conclusione
L’opposizione all’esecuzione è la tua difesa quando il creditore non ha diritto di agire.
Se ti stanno pignorando beni per un debito che non esiste o non è più valido, puoi intervenire e fermare tutto.
Con l’Avvocato Giuseppe Monardo, puoi bloccare l’azione esecutiva e far valere i tuoi diritti, con rapidità ed efficacia.
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