Come Annullare Un’Intimazione Di Pagamento

Ricevere un’intimazione di pagamento da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione può rappresentare un momento di grande preoccupazione per il contribuente. Si tratta di un atto con cui l’ente di riscossione ingiunge al debitore di pagare una determinata somma entro un termine preciso, solitamente entro 5 giorni dalla notifica. Questo documento può riguardare imposte non versate, contributi previdenziali, multe, tributi locali o altre tipologie di debiti iscritti a ruolo. La sua ricezione genera spesso ansia e incertezza, specialmente quando il contribuente non è consapevole dell’esistenza del debito o dubita della sua legittimità.

Tuttavia, l’intimazione di pagamento non è sempre legittima e il contribuente ha la possibilità di contestarla in diversi casi. Esistono infatti numerosi vizi di forma, errori amministrativi o prescrizioni decadute che possono rendere l’atto nullo o annullabile. Per questo motivo, è essenziale comprendere le strategie legali per opporsi all’intimazione e difendere i propri diritti. Un controllo attento dell’atto ricevuto può fare la differenza tra un pagamento ingiustificato e la tutela dei propri interessi legali.

Uno dei primi aspetti da verificare è la correttezza della notifica: se l’intimazione non è stata recapitata secondo le norme vigenti, potrebbe essere contestabile. Inoltre, è fondamentale verificare che il debito indicato non sia già prescritto o che non si tratti di un importo già pagato in passato. Spesso, gli errori dell’ente riscossore derivano da mancati aggiornamenti delle posizioni debitorie o da comunicazioni errate tra l’Agenzia delle Entrate e il contribuente.

Attraverso questo articolo analizzeremo i motivi principali per cui un’intimazione di pagamento può essere contestata, i riferimenti normativi aggiornati al 2025 e le possibili azioni da intraprendere per annullarla. Illustreremo anche casi pratici di successo in cui i contribuenti sono riusciti a evitare il pagamento grazie a un’opposizione ben strutturata. Inoltre, approfondiremo le tutele offerte dalla Legge sul Sovraindebitamento (L. 3/2012) e dal Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. n. 14/2019), strumenti fondamentali per chi si trova in una situazione di difficoltà economica. Conoscere i propri diritti e le strategie di difesa è il primo passo per affrontare con consapevolezza un’intimazione di pagamento.

Ma andiamo ad approfondire con Studio Monardo, i legali specializzati nel difenderti dall’Agenzia Entrate Riscossione:

Come Annullare Un’Intimazione Di Pagamento Tutto Dettagliato

L’intimazione di pagamento è un atto con cui un ente creditore, come l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, richiede formalmente il saldo di un debito entro un termine stabilito, solitamente 5 giorni. Se l’intimazione è illegittima o presenta errori, è possibile annullarla seguendo precise procedure legali.

Un’intimazione di pagamento può essere contestata nei seguenti casi:

  • Errore nell’importo richiesto, se l’ammontare del debito non è corretto o include interessi eccessivi.
  • Debito prescritto, ovvero se è trascorso il tempo massimo previsto dalla legge per la riscossione (ad esempio, 10 anni per le imposte, 5 anni per multe e contributi previdenziali).
  • Mancata notifica della cartella esattoriale, se il debitore non ha mai ricevuto la cartella alla base dell’intimazione.
  • Vizi di notifica dell’intimazione, se l’atto è stato inviato a un indirizzo errato o senza rispettare le formalità di legge.
  • Pagamento già effettuato, se il debito è stato saldato ma l’ente creditore non lo ha registrato.
  • Errori procedurali, come la mancata indicazione del termine per il pagamento o l’assenza della firma del funzionario responsabile.

Per annullare un’intimazione di pagamento, il debitore può intraprendere diverse azioni:

  • Richiedere l’annullamento in autotutela, presentando un’istanza all’ente creditore con la documentazione che dimostra l’errore.
  • Presentare ricorso al giudice competente, entro 20 giorni dalla notifica, rivolgendosi:
    • Alla Commissione Tributaria, se l’intimazione riguarda tributi o imposte.
    • Al Giudice di Pace, per multe stradali e sanzioni amministrative.
    • Al Tribunale Ordinario, se si tratta di altri crediti esecutivi.
  • Chiedere la sospensione dell’esecuzione forzata, se sono già state avviate procedure di pignoramento o fermo amministrativo.

Ecco una tabella riepilogativa dei motivi di contestazione e delle azioni da intraprendere:

Motivo di contestazioneAzione consigliata
Importo erratoRichiesta di correzione in autotutela
Debito prescrittoOpposizione con ricorso al giudice
Mancata notifica della cartella esattorialeOpposizione per vizio di notifica
Vizi di notifica dell’intimazioneContestazione con richiesta di annullamento
Debito già pagatoRichiesta di revoca con prova di pagamento
Errori proceduraliOpposizione al giudice per illegittimità dell’atto

Conclusione

Se un’intimazione di pagamento è errata o illegittima, può essere annullata con le opportune azioni legali. Agire tempestivamente con un’istanza di autotutela o un ricorso al giudice è fondamentale per evitare azioni esecutive come pignoramenti o fermi amministrativi. Per aumentare le possibilità di successo, è consigliabile affidarsi a un avvocato specializzato in diritto tributario o amministrativo.

Cos’è un’intimazione di pagamento e quali sono i suoi effetti?

Un’intimazione di pagamento è un atto ufficiale con cui l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ordina al debitore di saldare un debito entro un termine prestabilito, solitamente 5 giorni dalla notifica. Questo provvedimento viene emesso quando il contribuente ha già ricevuto una cartella esattoriale e non ha provveduto al pagamento nei tempi previsti. Si tratta dell’ultimo avviso prima che l’ente di riscossione avvii misure esecutive per recuperare le somme dovute.

L’intimazione di pagamento ha effetti immediati e mette il debitore di fronte alla necessità di agire rapidamente per evitare conseguenze più gravi. Se il pagamento non avviene entro il termine indicato, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può procedere con il pignoramento di conti correnti, stipendi o pensioni, iscrivere fermi amministrativi su veicoli o persino ipotecare immobili del debitore. L’intimazione è quindi un passaggio cruciale che precede le azioni esecutive e impone al debitore di trovare una soluzione immediata.

Non tutte le intimazioni di pagamento sono legittime, e il debitore ha il diritto di verificarne la correttezza prima di pagare. Se l’importo richiesto è errato, se il debito è già stato saldato o se è prescritto, l’intimazione può essere contestata entro 60 giorni dalla notifica attraverso un’opposizione da presentare alla Commissione Tributaria (per tributi) o al giudice ordinario (per altre tipologie di debiti). Se l’opposizione viene accolta, l’atto può essere annullato e il debitore non sarà più obbligato a pagare l’importo richiesto.

Se il debito è effettivamente dovuto ma il debitore non è in grado di pagarlo immediatamente, può richiedere una rateizzazione per diluire l’importo in più pagamenti. Presentando la domanda di rateizzazione prima della scadenza dell’intimazione, si evita l’avvio delle procedure di recupero forzoso e si ottiene un piano di pagamento più sostenibile.

Un’altra opzione per evitare gli effetti dell’intimazione è verificare se si può accedere alla Legge Salva Debiti, che consente di ristrutturare il debito e bloccare le azioni esecutive. Se il debitore si trova in una situazione di sovraindebitamento e non può far fronte al pagamento, può richiedere la sospensione delle azioni di riscossione e ottenere un piano di rientro basato sulle proprie capacità economiche.

L’intimazione di pagamento è quindi un atto che non deve essere ignorato, perché rappresenta l’ultima possibilità per il debitore di evitare conseguenze gravi come il pignoramento o la vendita all’asta dei propri beni. Verificare la legittimità dell’atto, valutare le possibilità di opposizione, richiedere una rateizzazione o accedere alle procedure di sovraindebitamento sono le soluzioni più efficaci per gestire la situazione senza subire conseguenze irreversibili. Agire tempestivamente è essenziale per evitare che l’ente di riscossione proceda con azioni esecutive che possono compromettere la stabilità economica del debitore.

Quando un’intimazione di pagamento è illegittima?

Esistono diverse circostanze in cui un’intimazione di pagamento può essere illegittima e, di conseguenza, impugnata. Alcuni dei motivi principali includono:

  • Prescrizione del debito: ogni tipologia di tributo ha un termine di prescrizione. Ad esempio, i tributi erariali come IRPEF e IVA si prescrivono in 10 anni, mentre le multe stradali in 5 anni. Tuttavia, esistono situazioni particolari che possono modificare questi termini. Ad esempio, per i contributi previdenziali INPS, la prescrizione ordinaria è di 5 anni, ma può estendersi a 10 anni in caso di dolo accertato. Le tasse locali, come la TARI, si prescrivono generalmente in 5 anni, mentre i contributi INAIL seguono regole simili a quelli previdenziali. Un altro aspetto rilevante riguarda le interruzioni della prescrizione. Se il contribuente riceve un sollecito di pagamento o un altro atto interruttivo, il termine riparte da zero. Inoltre, la prescrizione può essere sospesa in determinati casi, come in presenza di un contenzioso in corso. È importante verificare se l’intimazione di pagamento si riferisce a un debito già prescritto, poiché ciò può costituire un motivo valido per contestarla. Molti contribuenti ignorano che un debito prescritto non è più esigibile e finiscono per pagare somme non dovute. Controllare attentamente la data della cartella originaria e verificare eventuali interruzioni può quindi essere determinante per evitare pagamenti ingiustificati.
  • Vizi di notifica: l’intimazione deve essere notificata secondo precise regole previste dalla legge. Se la notifica non è avvenuta correttamente, l’atto è nullo e può essere contestato. Esistono diversi casi in cui la notifica può risultare viziata: ad esempio, quando non viene effettuata nei modi e nei tempi previsti, quando è stata recapitata a un indirizzo errato o quando non è stata eseguita secondo le procedure previste dal codice di procedura civile. Inoltre, se la notifica avviene tramite raccomandata, ma il contribuente non riceve l’avviso di giacenza o il postino non segue le corrette procedure di deposito, l’atto può essere considerato inesistente. Anche la notifica tramite PEC deve rispettare requisiti specifici: se viene inviata da un indirizzo non certificato o a una casella PEC errata, può essere annullata. Un’altra problematica riguarda la notifica agli eredi di un contribuente deceduto: se l’intimazione è inviata senza rispettare le regole sulla successione, può essere contestata. Questi errori sono più frequenti di quanto si pensi ed è quindi essenziale verificare con attenzione ogni dettaglio della notifica per individuare eventuali irregolarità e presentare opposizione.
  • Debiti già pagati o annullati: se il contribuente ha già saldato il debito o se un giudice lo ha annullato, l’intimazione non è valida. Tuttavia, non è raro che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione continui a notificare atti anche su somme che sono state già versate o per le quali un provvedimento giurisdizionale ha stabilito l’annullamento. Questo accade spesso a causa di errori amministrativi, ritardi nell’aggiornamento delle banche dati o mancate comunicazioni tra gli enti coinvolti. In questi casi, il contribuente ha il diritto di opporsi presentando la documentazione che dimostri il pagamento effettuato o l’annullamento del debito. È fondamentale conservare ricevute, estratti conto, provvedimenti giudiziari e qualsiasi altro atto che possa attestare l’estinzione dell’obbligazione. Se l’Agenzia delle Entrate-Riscossione insiste nella richiesta di pagamento nonostante l’evidenza dell’avvenuto saldo, il contribuente può presentare un’istanza di autotutela per chiedere la correzione dell’errore o, in caso di diniego, procedere con un ricorso formale. Un altro aspetto rilevante riguarda i debiti annullati per vizi formali o sostanziali. Se una cartella esattoriale è stata dichiarata illegittima da un tribunale o se l’ente creditore ha disposto la sua cancellazione, qualsiasi intimazione di pagamento successiva risulta illegittima. In questi casi, l’opposizione può essere particolarmente efficace e portare non solo all’annullamento dell’intimazione, ma anche al risarcimento delle spese eventualmente sostenute dal contribuente per difendersi da un’azione infondata.
  • Mancanza di indicazioni essenziali: se l’atto non contiene informazioni fondamentali come l’importo dovuto, il termine per il pagamento o la motivazione del debito, è contestabile. Un’intimazione priva di questi elementi fondamentali può infatti generare incertezza e rendere impossibile per il contribuente comprendere la natura del debito richiesto. In alcuni casi, l’assenza di dettagli precisi sull’origine della somma dovuta può portare a richieste di pagamento illegittime, soprattutto quando il contribuente non ha mai ricevuto una cartella esattoriale o un avviso precedente. Un altro aspetto cruciale è la chiarezza delle informazioni contenute nell’atto. Se il documento presenta discrepanze tra l’importo richiesto e quanto realmente dovuto, oppure se non specifica chiaramente l’ente creditore o il periodo di riferimento del debito, il contribuente ha diritto di opporsi. Spesso accade che gli atti di intimazione di pagamento vengano emessi in modo generico, senza indicare con precisione quali siano i tributi o le sanzioni che hanno generato il debito, impedendo così al destinatario di verificarne la correttezza. Inoltre, la mancanza di dettagli sul termine per il pagamento può creare ulteriore confusione e rendere difficile per il contribuente rispettare eventuali scadenze. È importante sapere che un’intimazione di pagamento deve contenere l’indicazione precisa della data entro cui deve essere effettuato il saldo, pena l’avvio di azioni esecutive. Se queste informazioni non sono presenti, l’atto può essere impugnato e dichiarato nullo dalle autorità competenti. Per questo motivo, verificare sempre con attenzione ogni elemento dell’intimazione è essenziale per evitare richieste di pagamento ingiuste o irregolari.

Come contestare un’intimazione di pagamento?

Il contribuente può impugnare l’intimazione attraverso un ricorso al giudice competente, a seconda della natura del debito:

  • Commissione Tributaria per tributi erariali e locali. Questa giurisdizione è competente per tutte le controversie relative ai tributi imposti dallo Stato e dagli enti locali, come IRPEF, IRES, IVA, IMU, TARI e TASI. Il procedimento presso la Commissione Tributaria si avvia con il deposito di un ricorso che deve contenere l’esposizione dei motivi per cui si contesta l’intimazione di pagamento, allegando eventuali documenti giustificativi. Il ricorso va presentato entro 60 giorni dalla notifica dell’atto, salvo particolari eccezioni. È possibile richiedere la sospensione dell’efficacia dell’intimazione se si dimostra che l’esecuzione immediata del pagamento potrebbe causare danni irreparabili al contribuente. Una volta avviato il giudizio, la Commissione può pronunciarsi in primo grado, ma è sempre possibile proporre appello presso la Commissione Tributaria Regionale. Se necessario, si può giungere sino alla Corte di Cassazione per questioni di legittimità. Data la complessità del diritto tributario, è fortemente consigliato il supporto di un avvocato esperto in materia fiscale per aumentare le possibilità di successo nel contenzioso.
  • Giudice Ordinario per multe, sanzioni amministrative e contributi previdenziali. Questo giudice è competente per tutte le controversie che non rientrano nella giurisdizione della Commissione Tributaria, e può essere adito per opporsi a ingiunzioni di pagamento relative a contravvenzioni stradali, contributi INPS e altre sanzioni di carattere amministrativo. Il ricorso deve essere presentato entro 60 giorni dalla notifica dell’intimazione di pagamento, salvo diversa indicazione normativa. Se si tratta di una sanzione amministrativa, il giudice competente è generalmente il Giudice di Pace, mentre per importi più elevati o per questioni più complesse è possibile dover ricorrere al Tribunale Ordinario. Per contestare un’intimazione di pagamento dinanzi al Giudice Ordinario, è fondamentale fornire prove documentali che dimostrino l’illegittimità dell’atto. Ad esempio, in caso di multe stradali già pagate o prescritte, sarà necessario allegare ricevute o estratti conto bancari che ne attestino l’avvenuto saldo. Nel caso di contributi previdenziali, potrebbe essere necessario presentare documentazione attestante eventuali sgravi, prescrizioni o errori di calcolo da parte dell’ente riscossore. In alcune circostanze, è possibile richiedere la sospensione dell’esecutività dell’atto, evitando così azioni di pignoramento o ulteriori provvedimenti restrittivi nei confronti del contribuente fino alla decisione del giudice. Data la complessità delle normative in materia di riscossione coattiva, è consigliabile rivolgersi a un avvocato specializzato per garantire un’adeguata difesa e aumentare le possibilità di successo nel contenzioso. Il ricorso deve essere presentato entro 60 giorni dalla notifica e deve contenere tutte le motivazioni per cui si chiede l’annullamento dell’atto.

Quali sono le conseguenze se non si contesta l’intimazione?

Se il contribuente non agisce nei tempi previsti, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione può procedere con azioni esecutive come pignoramenti, fermo amministrativo del veicolo o ipoteca sulla casa. Oltre a queste misure, l’ente può attuare ulteriori provvedimenti restrittivi, come il blocco dei conti correnti, il pignoramento di stipendi o pensioni e persino la vendita forzata di beni immobili.

Una delle prime azioni coercitive è il fermo amministrativo sui veicoli, che impedisce al proprietario di circolare fino al saldo del debito. Se il contribuente possiede una casa, l’Agenzia può iscrivere un’ipoteca sull’immobile, ostacolando la possibilità di vendita o mutuo. Il pignoramento può estendersi anche agli strumenti di lavoro per i liberi professionisti e agli incassi di attività commerciali, mettendo a rischio la continuità aziendale.

Per evitare tali conseguenze, è fondamentale valutare immediatamente le possibili contestazioni e, se necessario, rivolgersi a un professionista per avviare il ricorso. Agire tempestivamente consente di sospendere o annullare le procedure esecutive, proteggendo il proprio patrimonio e la propria stabilità economica.

La Legge salva debiti mi può aiutare in caso d’intimazione di pagamento?

Sì, la Legge Salva Debiti, ovvero il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. n. 14/2019), può essere un valido strumento per affrontare un’intimazione di pagamento e impedire l’attivazione di procedure esecutive come pignoramenti, ipoteche o fermi amministrativi. Quando un contribuente riceve un’intimazione di pagamento, significa che l’Agenzia delle Entrate-Riscossione sta per avviare azioni forzose per recuperare il debito. Agire tempestivamente è essenziale per evitare conseguenze gravi, e la Legge Salva Debiti offre diverse soluzioni per proteggere il debitore e permettergli di riorganizzare il proprio debito in modo sostenibile.

Cosa prevede la Legge Salva Debiti in caso di intimazione di pagamento?

Se il debitore non è in grado di pagare il debito entro i 5 giorni previsti dall’intimazione, può accedere a una delle procedure di sovraindebitamento previste dalla normativa. Queste procedure consentono di sospendere l’esecuzione forzata, rinegoziare i debiti e, in alcuni casi, ottenere la cancellazione del debito residuo. Le principali opzioni disponibili sono:

  • Piano di ristrutturazione del debito del consumatore
  • Accordo di composizione della crisi
  • Liquidazione controllata del patrimonio
  • Esdebitazione del debitore incapiente

Ognuna di queste soluzioni può offrire al debitore un modo per gestire l’intimazione di pagamento senza subire azioni aggressive da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.

Come funziona il piano di ristrutturazione del debito del consumatore?

Questa procedura è destinata alle persone fisiche che non sono imprenditori e che si trovano in una situazione di sovraindebitamento. Se l’intimazione di pagamento riguarda cartelle esattoriali, multe, imposte non pagate o contributi previdenziali arretrati, il debitore può presentare un piano di rientro sostenibile, che viene valutato e approvato dal tribunale.

Se il piano viene omologato, l’Agenzia delle Entrate-Riscossione è obbligata a rispettarlo e non può procedere con il pignoramento o altre misure esecutive. Questo permette al debitore di evitare il blocco dei conti correnti, la perdita della casa o il prelievo forzoso dallo stipendio o dalla pensione.

Accordo di composizione della crisi: come aiuta contro l’intimazione di pagamento?

Se il debitore ha debiti verso più creditori, inclusa l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, può proporre un accordo di composizione della crisi. Questo strumento è particolarmente utile per chi ha debiti con banche, finanziarie, fornitori e il Fisco, e consente di trovare un compromesso accettabile per tutti i creditori.

L’accordo prevede:

  • Una rinegoziazione del debito con riduzione degli importi e una nuova dilazione dei pagamenti.
  • Una sospensione delle azioni esecutive, inclusi pignoramenti e vendite all’asta.
  • Una protezione legale per il debitore, che non potrà più essere perseguitato da creditori diversi da quelli coinvolti nell’accordo.

Se almeno il 60% dei creditori accetta la proposta, l’accordo diventa vincolante e l’intimazione di pagamento non avrà più effetto.

Liquidazione controllata del patrimonio: una soluzione estrema

Se il debito è troppo elevato e il debitore non ha possibilità di rimborsarlo, la Legge Salva Debiti consente di accedere alla liquidazione controllata del patrimonio, che permette di saldare il debito attraverso la vendita ordinata dei beni. A differenza di un pignoramento, la liquidazione viene gestita in modo più equilibrato, con la possibilità di tutelare alcuni beni essenziali e garantire che la vendita avvenga a un prezzo equo.

Al termine della procedura, il debitore può ottenere l’esdebitazione, ovvero la cancellazione di tutti i debiti residui, permettendogli di ripartire senza essere perseguitato dai creditori.

Esdebitazione del debitore incapiente: la cancellazione totale del debito

Se il debitore non possiede alcun bene da liquidare e non ha redditi sufficienti per sostenere un piano di pagamento, può accedere all’esdebitazione del debitore incapiente, che consente la cancellazione completa dei debiti senza dover effettuare alcun pagamento. Questa misura è riservata a chi si trova in una condizione di grave difficoltà economica e dimostra di non avere alcuna possibilità di saldare i propri debiti.

Come accedere alla Legge Salva Debiti per fermare un’intimazione di pagamento?

Per attivare una delle procedure previste, il debitore deve:

  1. Raccogliere tutta la documentazione relativa ai debiti (cartelle esattoriali, avvisi di intimazione, eventuali notifiche di pignoramento).
  2. Contattare un Organismo di Composizione della Crisi (OCC) o un avvocato specializzato in sovraindebitamento per valutare la soluzione migliore.
  3. Presentare la richiesta al tribunale, che, se accettata, blocca immediatamente le azioni esecutive dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
  4. Seguire il piano di ristrutturazione o la procedura scelta, rispettando i nuovi termini di pagamento stabiliti dal giudice.

Conclusione: la Legge Salva Debiti è un’alternativa concreta all’intimazione di pagamento

Ricevere un’intimazione di pagamento significa che il Fisco sta per attivare misure di recupero forzoso. Tuttavia, la Legge Salva Debiti offre diverse opzioni per evitare il pignoramento, ridurre il debito e ottenere un piano di pagamento sostenibile. Con il piano di ristrutturazione, l’accordo di composizione della crisi o la liquidazione controllata, il debitore può bloccare le azioni esecutive e trovare una soluzione legale per gestire il debito senza perdere i propri beni.

Agire tempestivamente è fondamentale, perché ignorare l’intimazione può portare a conseguenze gravi come il blocco del conto corrente, il pignoramento dello stipendio o la vendita all’asta della casa. Rivolgersi a un esperto e attivare le procedure previste dalla Legge Salva Debiti permette di affrontare il debito in modo più sereno e strutturato, proteggendo il proprio patrimonio e costruendo una nuova stabilità economica.

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